promozione della finanza solidale
22 Apr redazione

Rimesse: ai migranti africani costano 1,3 miliardi all’anno

È il costo delle maggiori commissioni pagate dalla diaspora del continente per spedire denaro in patria rispetto al resto del mondo. Sotto accusa Western Union e Moneygram, che operano quasi in regime di monopolio sul continente (via Altracittà)

Ricchi o poveri che siano, gli emigrati africani nel mondo pagano una “supertassa” di dimensioni enormi per mandare i soldi ai loro cari rimasti in patria: circa un miliardo e 300 milioni di euro all’anno. La denuncia del costo spropositato per le commissioni applicate alle rimesse in denaro, utilizzando i colossi del money transfer, viene dalla ong britannica Overseas Development Institute (Odi), che in un rapporto pubblicato ieri calcola il costo della supertassa in una somma oscillante tra 1,4 e 2,3 miliardi di dollari (che tradotto in euro porta appunto a un valore medio di 1,3 miliardi): un anno di sacrifici di milioni di emigrati che evapora, in buona parte, a causa delle sole spese di spedizione troppo elevate. “Nonostante l’Africa subsahariana sia l’area più povera del mondo – spiega l’Odi – subisce le spese di commissione più elevate: in media il 12% sui trasferimenti da 200 dollari americani, praticamente il doppio rispetto alla media mondiale”.

Il motivo di questa situazione è individuato dall’ong nell’assenza di concorrenza, in quanto operano sull’Africa quasi solo i due operatori maggiori, Western Union e MoneyGram, che secondo stime definite abbastanza prudenti intascherebbero da questo modus operandi un surplus pari a due terzi della supertassa applicando le tariffe delle commissioni maggiorate rispetto a quelle considerate eque a livello mondiale (5-7 per cento). Molto duro il commento di Kevin Watkins, direttore dell’Odi: “Questa tassa eccessiva sottrae risorse alle famiglie, che potrebbero investirle in educazione e assistenza sanitaria, e rende sempre più fragile il legame tra i pochi che ce l’hanno fatta e le centinaia di migliaia di loro famiglie che potrebbero meglio beneficiarne”.

Nel 2013 i trasferimenti verso l’Africa valevano complessivamente 32 miliardi di dollari, circa il 2% del pil del continente, e le stime per il 2016 parlano di 41 miliardi di dollari. Ma potrebbero essere molti di più: basti pensare che nel 2012 cinque miliardi arrivavano solamente dal Regno Unito, che se da solo abbassasse al 5% il costo del transfer farebbe salire il totale di circa 230 milioni di dollari. Soldi non spediti, che farebbero molto comodo alla regione più povera del pianeta. Un dato su tutti aiuta a capire quanto: il rapporto, pubblicato dall’associazione britannica, ha calcolato che l’allineamento delle spese per il continente africano a quelle applicate per il resto del mondo sarebbe sufficiente a finanziare ad esempio la scolarizzazione di circa 14 milioni di bambini, ossia praticamente la metà di tutti i bambini attualmente non scolarizzati in tutta l’Africa subsahariana. Non solo: ancora più importante, l’adeguamento della percentuale garantirebbe l’acqua potabile a 21 milioni di persone.

16 Apr Marco Gallicani

Lord Myners lascia il Co-operative Group

grazie a Mauro Meggiolaro e alla sua “La finanza cattiva”, rubrica su Non con i miei soldi

La finanza cattiva non risparmia nemmeno le banche cooperative. Il buco da 1,8 miliardi di euro nel bilancio della Coop-Bank nel 2013 ha messo in ginocchio il Co-operative Group, la più grande federazione di cooperative britannica. Ora chi doveva lanciare il cambiamento lascia. Troppe le resistenze sul piano di riforme proposto.

Co-operative Group nel caos. L’uomo che era stato chiamato solo 4 mesi fa per rimetterlo in sesto si è arreso alle tante resistenze nei confronti del suo piano di riforma. M
yners aveva parecchio da fare, visto il clamoroso buco di 1,5 miliardi di sterlinenel suo bilancio e lo scandalo in cui era stato coinvolto lo scorso maggio il suo ex presidente , il reverendo Paul Flowers.

L’opposizione nei confronti del piano di Myners è stata schiacciante, soprattutto nei confronti della riforma istituzionale, che prevedeva l’adozione di un modello più simile alle SpA (si chiamano Plc in Inghilterra).
Myners proponeva la demolizione della struttura del consiglio attuale, che attualmente comprende 15 rappresentanti delle regioni – tra cui un agricoltore , un docente universitario e un infermiere – e cinque da società indipendenti. Ha persino dichiarato di essere stato vittima di “bullismo” aziendale. E se hanno bocciato il suo piano nel CdA, è poi quasi sicuro che altrettanto faranno i consigli regionali e le società indipendenti che sono dentro l’ organizzazione.

14 Apr Alessandro Messina

Inchiesta sulla finanza d’impatto: non ci sarà innovazione sociale senza una finanza diversa.

scritto per sbilanciamoci.info. La prima puntata è qui, la seconda qui, la terza qui.

Nel giugno 2013 il Primo Ministro inglese David Cameron ha annunciato la nascita della Social Impact Investment Task Force all’interno del G8, il cui obiettivo sarebbe catalizzare lo sviluppo del mercato degli investimenti ad impatto sociale[1].  La Task Force è guidata da Sir Ronald Cohen, Presidente di Big Society Capital (BSC).

Quest’ultima è la banca creata da Cameron come polmone finanziario delle sue iniziative sulla Big Society, ossia di quello che è stato il principale messaggio conservatore della campagna elettorale poi vinta dal premier inglese nel 2010. La Big Society è un’idea un po’ evanescente a cavallo tra ciò che in Italia chiamiamo sussidiarietà, in termini tanto istituzionali (prima i privati, poi lo stato), che territoriali (prima il locale, poi il centrale), e ciò che nel mondo anglosassone è – dai tempi di Lord Beveridge – l’azione volontaria. In estrema sintesi, dunque, la Big Society poggia sui seguenti pilastri: dare più potere alle comunità (localismo e devoluzione), incoraggiare le persone ad assumere un ruolo attivo nelle loro comunità (volontariato), trasferire poteri dal governo centrale a quelli locali, sostenere l’economia nonprofit (cooperative, mutue, imprese sociali, filantropia), mantenere un approccio aperto e trasparente all’azione pubblica (open data).

Per rendere tutto ciò concreto, Cameron ha prima favorito lo sviluppo di intermediari finanziari chiamati Social Investment Finance Intermediaries (SIFIs), specializzati nell’investimento sulle organizzazioni operanti nel “social sector”. Poi, appunto, ha istituto la BSC che immette risorse in questi stessi fondi. BSC si alimenta attraverso i cosiddetti fondi dormienti (i depositi che nelle banche non si movimentano da più di 15 anni), che sono stimati in oltre 400 milioni di sterline (circa 482 milioni di euro), e attraverso il capitale versato da alcune grandi banche. Si tratta di Barclays, HSBC, Lloyds Banking Group e Royal Bank of Scotland, ciascuna delle quali ha versato 50 milioni di sterline (circa 60 milioni di euro).

Nata nel 2011, a gennaio 2014, BSC ha investito circa 43 milioni di sterline in una dozzina di SIFIs in e qualche Social Impact Bond (obbligazioni finalizzate), selezionando investimenti unitari non Continua »

10 Apr vincenzo.comito

Tra Cina, India e paesi occidentali

dal capitolo 1 del libro “La Cina è vicina?” pubblicato per Ediesse.

1. Dissenting opinion

Non mancano certo gli elementi per criticare anche aspramente, come è da tempo la norma in Occidente, il modello di crescita cinese; i problemi sono dappertutto nel paese, dagli alti livelli di inquinamento, alle forti diseguaglianze sociali, dallo sfruttamento dei lavoratori, alle carenze democratiche e così via.
Ma di fronte ad una sterminata letteratura ormai disponibile sul caso cinese, per gran parte ostile, l’autore di questo testo non nasconde la sua simpatia per il risveglio del gigante asiatico e per la sua crescente affermazione nel mondo. Una dissenting opinion che non intende peraltro nascondere le profonde contraddizioni che tale sviluppo reca con sé e che sono a lungo analizzate nel testo. Non si tratta tanto del riconoscimento del fatto che il Paese si avvia, entro pochi anni, a diventare la più grande economia del mondo (ma forse lo è già) e, nel medio termine, la potenza egemone. Né della speranza, ancora presente, ad esempio, in un autore come Giovanni Arrighi, della natura ancora socialista del Paese; speranza che, a nostro parere, non sembra ormai avere troppe fondamenta.

Le simpatie dell’autore per il Paese asiatico hanno altre basi. E segnatamente intanto questa: la Cina è riuscita, nell’arco di pochi decenni, a togliere dalla povertà estrema circa 600 milioni di suoi abitanti, anche se certamente esistono ancora nel Paese delle sacche importanti di miseria.
I risultati cinesi non hanno, peraltro, niente a che fare con quelli dell’India, un Paese molto lodato per il suo sistema politico democratico. Ma la cui attenzione verso i problemi dei dannati della terra è sempre stata sostanzialmente minima.
Guardiamo ad alcune statistiche ricordate da A. Sen e da J. Drèze nel loro testo sull’India pubblicato nel 2013. Intanto le dimensioni dell’economia cinese sono ormai almeno quattro-cinque volte più grandi di quelle dell’altro paese asiatico. L’attesa di vita alla nascita è oggi di 65 anni per i cittadini indiani, contro i 73 anni per la Cina; la mortalità infantile ha un valore per il primo Paese del 47 per mille contro il 13 per mille del secondo; per quanto riguarda la percentuale dei bambini vaccinati siamo al 72% contro il 99%; per quella dei bambini sottopeso al 43% contro il 4%; per quella delle ragazze di età compresa tra i 15 e i 24 anni alfabetizzate al 74% contro il 99%; infine, il rapporto studenti/maestri nella scuola elementare è di 40 allievi contro 17 (peraltro anche molto meglio che in Italia). Non c’è confronto possibile. Continua »
04 Apr Marco Gallicani

Dobbiamo restituire fiducia ai mercati

L’introduzione all’ultimo libro di Andrea Baranes, Dobbiamo restituire fiducia ai mercati” Falso!”, edito da Laterza.

Andiamo a comprare della frutta. Chiediamo due chili di quelle mele laggiù, quelle rosse e brillanti che fanno venire l’acquolina in bocca. Ma il fruttivendolo ci dice che non possiamo averle, e subito dopo si gira verso il collega vicino. I due iniziano a contrattare e a scambiarsi casse di mele, quintali di mele che passano di mano prima tra pochi fruttivendoli poi in tutto il mercato. I commercianti sono preda di una inspiegabile frenesia. Comprano e vendono sempre più velocemente, sempre e solo tra di loro. I prezzi salgono e scendono, grossi fasci di banconote passano di mano. Non siamo i soli clienti al mercato, moltissime altre persone vorrebbero le mele. Ma non riusciamo ad acquistarle.

Finalmente un commerciante ci degna della sua attenzione. Veniamo a sapere che le mele che vengono vendute non sono che una piccolissima parte degli scambi che si realizzano al mercato. Il grosso degli affari si fa puntando sul prezzo futuro di un chilo di mele. Possiamo partecipare a questo gioco, scommettendo con lui su quale sarà il prezzo al quale venderà le mele al banchetto vicino la settimana prossima. Gli facciamo notare che noi volevamo semplicemente comprare frutta per mangiarla, e comunque che le possibilità di vincere sono praticamente nulle se lui da una parte fissa i prezzi e dall’altra è una delle parti in causa nella scommessa.

Un po’ infastidito, il commerciante ci dice che ha smesso con la vendita al dettaglio, perché per lui è molto più conveniente continuare con i suoi giochi. E ce ne propone un altro. Possiamo comprare una busta di carta, nella quale lui ha messo qualche mela. Non ci dice quante sono e nemmeno se sono bacate. Possiamo comprarle a scatola chiusa a un prezzo che fissa lui. Proviamo a dire che anche questo gioco sembra piuttosto ingiusto, ma non ci sta più a sentire: ha ricominciato a comprare e vendere quantitativi enormi di mele, sempre e solo ad altri suoi colleghi.

MELE_fLa storia si ripete, giorno dopo giorno. Nessuno che voglia mangiare una mela può acquistarla. Abbiamo fame e le mele stanno iniziando a marcire. Il prezzo sale perché sempre meno sono commestibili. Quando sono marcite, i venditori iniziano a lamentarsi, a piangere miseria. Se non interviene qualcuno dovranno dichiarare fallimento, e non potranno più vendere mele a noi consumatori.

Il giorno dopo è difficile arrivare al mercato a causa di un ingorgo di Tir che stanno andando a scaricare. Sembra che il governo [... continua sul blog di Non Con i Miei Soldi]

31 Mar Alessandro Messina

Inchiesta sulla finanza d’impatto: le aspettative

scritto per sbilanciamoci.info. La prima puntata è qui, la seconda qui.

Continua l’approfondimento delle politiche e dei comportamenti degli operatori di impact finance[1].  Con riferimento all’impatto desiderato degli investimenti effettuati, va notato che la matrice culturale di questi intermediari è molto “sociale” e assai meno “ambientale”: il 50% degli operatori si aspetta un ritorno sociale, il 45% un ritorno sia sociale sia ambientale, solo un 5% cerca un ritorno strettamente ambientale.

Ecco un primo paradosso della finanza d’impatto: in una prospettiva di “complementarietà” e non di sostituzione con le politiche pubbliche sarebbe stato lecito attendersi il contrario. La finanza, infatti, potrebbe ben svolgere un ruolo cruciale (ed essere fattore di vera innovazione) nell’orientare i processi produttivi verso un loro migliore impatto ambientale. E’ uno dei grandi nodi dello sviluppo, che accomuna tutte le economie – emergenti e avanzate – e su cui il fallimento delle politiche pubbliche è sotto gli occhi di tutti. Certamente più che negli altri ambiti. Che però – si osserva – appaiono alla finanza “d’impatto” maggiormente appetibili.

Rispetto allo stadio dell’impresa destinataria delle risorse, il 78% degli operatori predilige la fase di crescita (private equity), il 51% la fase di avvio (venture capital), solo il 18% si rivolge a start-up pure (seed capital). Anche in questo caso il dato empirico è abbastanza spiazzante: sarebbe stato naturale attendersi una grado di priorità opposto da chi si autoproclama innovativo. E’ il secondo paradosso della finanza d’impatto.

Ciò che risulta maggiormente disarmante è però come questi soggetti vedono l’interlocuzione con la pubblica amministrazione. Se, infatti, si sta ragionando di come utilizzare risorse private per fare ciò che finora ha fatto il pubblico (o dovrebbe iniziare a fare, come nel caso delle economie emergenti), evidentemente si presume di possedere qualche capacità (gestionale, analitica, tecnica, ecc.) in più che possa consentire di perseguire meglio di un apparato pubblico alcuni degli obiettivi tipici di una democrazia. In altri termini, a parità di outcome sociali o ambientali attesi per interventi pubblici in ambiti analoghi, l’operatore di impact finance dovrebbe essere in grado di generare un surplus di tipo finanziario. O viceversa (a parità di costi, maggiore impatto sociale o ambientale). Altrimenti Continua »

27 Mar vincenzo.comito

Notizie recenti sulla povertà in Gran Bretagna

Nel narrare ogni tanto su questo sito le vicende della crisi e dell’austerità in Europa, situazione a cui sembriamo per molti versi condannati ancora per un tempo molto lungo, facciamo di frequente riferimento a delle notizie di fonte britannica; questo sia perché tali informazioni sono spesso ricche, scrupolose  e particolareggiate, sia anche perché, per molti versi, si può dire che de te fabula narratur. In effetti,  quello che  accade in Gran Bretagna appare alla fine non molto dissimile da quello che sta succedendo o presumibilmente succederà in un futuro prossimo anche da noi, magari con qualche possibile variante data dalla comunque diversa situazione economica politica, sociale, dei due paesi oggi.

Particolarmente abbondanti appaiono poi di solito, con riferimento alla Gran Bretagna, le notizie  che, sulle questioni che ci stanno a cuore, vengono  in particolare riferite da parte del quotidiano
The Guardian e della sua variante domenicale The Observer. Il Guardian, più in generale, è certamente tra i quotidiani che sono fatti meglio al  mondo. La Gran Bretagna è oggi apparentemente su di un sentiero virtuoso, a sentire i rappresentati del  governo locale e molti economisti,  nonché a leggere le recenti statistiche sul pil,  nel senso che l’economia del paese sembra di nuovo tornata a crescere in una qualche non disprezzabile misura.

Ma su tale crescita gravano molte ombre, con, tra l’altro,  il fatto che essa  appare basata su delle bolle, da quella immobiliare a quella finanziaria, che potrebbero presto scoppiare, mentre si impone anche la constatazione che essa sembra sempre più caratterizzata dalla generazione progressiva di forti disuguaglianze di reddito e di ricchezza, nonché di molte situazioni sociali fortemente degradate.
Così nelle ultime settimane si trovano almeno tre articoli che parlano della povertà e delle Continua »

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