promozione della finanza solidale
22 Oct Marco Gallicani

Il decreto Sblocca Italia è una minaccia per la democrazia

Un’operazione editoriale unica: un istant book gratuito nel quale 16 autorevoli firme smontano pezzo per pezzo il decreto Sblocca-Italia elaborato dal governo di Matteo Renzi (per leggerlo si può andare sul sito della Gazzetta Ufficiale).

Ellekappa, Altan, Tomaso Montanari, Pietro Raitano, Giannelli, Mauro Biani, Paolo Maddalena, Giovanni Losavio, Massimo Bray, Maramotti, Edoardo Salzano, Bucchi, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Riverso, Salvatore Settis, Beduschi, Vincino, Luca Martinelli, Anna Donati, Franzaroli, Maria Pia Guermandi, Vauro, Pietro Dommarco, Domenico Finiguerra, Giuliano, Anna Maria Bianchi, Antonello Caporale, Staino, Carlo Petrini: un elenco importante e inedito per ribadire i valori della tutela del territorio, della legalità e della visione di un futuro sostenibile.

È stato Sergio Staino a pensare per primo a questo libro. Tutti gli autori (dei testi e delle vignette) e l’editore hanno lavorato gratuitamente.
Ecco l’introduzione, scritta dal curatore del volume, il professor Tomaso Montanari:
Perché vogliamo che l’Italia cambi verso. Ma davvero.
Vogliamo un Paese moderno. E cioè un Paese che guardi avanti. Un Paese che sappia distinguere tra cemento e futuro. E scelga il futuro.
Vogliamo un Paese in cui chiamiamo sviluppo ciò che coincide con il bene di tutti, e non con l’interesse di pochi. Un Paese in cui lo sviluppo sia ciò che innalza -e non ciò che distrugge- la qualità della nostra vita.
Un Paese che cresca, e non un Paese che divori se stesso.
Un Paese capace di attuare il progetto della sua Costituzione. Una Costituzione che da troppo tempo “è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere”, una Costituzione in cui “è scritta a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in cui viviamo” (Piero Calamandrei).
Il decreto Sblocca-Italia è, invece, un doppio salto mortale all’indietro. Un terribile ritorno a un passato che speravamo di aver lasciato per sempre. Un passato in cui “sviluppo” era uguale a “cemento”. In cui per “fare” era necessario violare la legge, o aggirarla. In cui i diritti fondamentali delle persone (come la salute) erano considerati ostacoli superabili, e non obiettivi da raggiungere.

Giuseppe Dossetti avrebbe voluto che nella Costituzione ci fosse questo articolo: “La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”.

La prima, e più importante, resistenza allo Sblocca Italia passa attraverso la conoscenza, l’informazione, la possibilità di farsi un’opinione e di farla valere. Discutendone nelle piazze e nei teatri, nelle televisioni e alla radio. Richiamando al progetto della Costituzione i nostri rappresentanti in Parlamento. E, se necessario, anche ricorrendo al referendum: se -alla fine e nonostante tutto- questo sciagurato decreto Rottama Italia diventerà legge dello Stato. Perché non siamo contro lo Sblocca Italia. Siamo per l’Italia.

Il libro si scarica (e si diffonde) gratuitamente da questo link

18 Oct Marco Gallicani

Combattere la povertà, con il lavoro

C’è qualcosa che viene prima di Piketty, giganti sulle cui spalle il francese ha potuto salire per vedere più lontano, o gridare più forte.

E’ il caso, tra i tanti, di citare Hyman Philip Minsky, economista keynesiano famoso per le sue tesi sulla instabilità finanziaria del capitalismo. Lo facciamo grazie al bel testo pubbilcato da poco grazie al lavoro di Riccardo Bellofiore e Laura Pennacchi da Ediesse, la casa editrice dell Cgil.

Le sue teorie sono da molti ritenute in grado di spiegare le dinamiche dell’ultima fase economica, e in particolare la Grande Recessione.

Il  volume raccoglie alcuni scritti, editi e inediti, che testimoniano del suo interesse per le questioni relative al modo di affrontare la povertà e al tipo di piena occupazione che sarebbe necessaria nel capitalismo sviluppato. La tesi provocatoria di Minsky è che la povertà vada combattuta essenzialmente creando lavoro e non con politiche di assistenza, quali meri sussidi monetari o riduzione di imposte.

Come mostrano i curatori dell’edizione italiana, Riccardo Bellofiore e Laura Pennacchi, queste tesi di Minsky hanno un positivo rapporto con la tradizione sindacale e politica della sinistra italiana, con particolare riferimento alla proposta di un Piano del lavoro, e con una visione dello Stato del benessere legata alla fornitura «in natura» di beni e servizi essenziali. Si tratta della ripresa, radicale ma sempre più necessaria, dell’idea di una socializzazione degli investimenti, estesa non solo a banche e finanza, ma anche al ruolo dello Stato come fornitore primo di occupazione. Il volume contiene anche la traduzione della prefazione e dell’introduzione all’edizione originale redatte da Dimitri Papadimitriou e L. Randall Wray.

Lo trovate qui, oppure in libreria

14 Oct redazione

Putin e la sua banca

da Il Post

Fino a una decina di anni fa Banca Rossiya era una piccola banca russa che gestiva una quantità di risorse piuttosto limitata. Ma da tempo le sue attività sono cresciute moltissimo e Banca Rossiya è oggi la sedicesima banca più grande di tutta la Russia. Sulla stampa occidentale si è cominciato a parlarne solo di recente, con la crisi prima in Crimea e poi in Ucraina orientale: è stata descritta come la “banca personale” del presidente russo Vladimir Putin e dei suoi amici più stretti, e a marzo di quest’anno è stata una delle società colpite dalle sanzioni che Stati Uniti e Unione Europea hanno imposto alla Russia, per via dell’interferenza del suo governo negli affari interni dell’Ucraina. Il New York Times ha dedicato un lungo articolo alla storia e alle attività di Banca Rossiya. L’articolo, intitolato “Private Bank Fuels Fortunes of Putin’s Inner Circle“, è utile per capire molte cose sul funzionamento del potere in Russia e su perché diversi analisti ed esperti di politica russa continuino a credere che la fine dell’enorme potere di Putin non sia un accadimento probabile nel breve periodo.

Banca Rossiya e le amicizie di Putin degli anni Novanta
Banca Rossiya è stata fondata a Leningrado (oggi San Pietroburgo) nel 1990. In quel periodo Putin era ancora un funzionario del KGB (i servizi segreti russi) di stanza in Germania dell’Est, ma sarebbe da lì a poco tornato a San Pietroburgo – la sua città di origine – insieme a molti altri russi che avevano lavorato per anni negli stati satellite dell’Unione Sovietica. Gli anni Novanta furono per Putin fondamentali per costruirsi una rete di amicizie e interessi che sono ancora oggi il centro del suo potere. Fra gli altri Putin legò con Anatoly Sobchak, ex professore di diritto che in quel periodo ricopriva l’incarico di presidente del Parlamento di Leningrado: Putin divenne suo consigliere e responsabile di un nuovo comitato cittadino per le relazioni economiche, grazie al quale cominciò a crearsi un forte sistema di relazioni e potere. [... continua su Il Post]

13 Oct Marco Gallicani

I derivati sono ancora un (grosso) problema

Tino Oldani per Formiche.net

Negli ultimi anni, mentre l’attenzione del mondo si concentrava su alcune guerre vere (Isis e Ucraina) mentre i media discettavano su quale fosse la ricetta più efficace per uscire dalla crisi economica, e quanto la Federal Reserve Usa fosse più efficace della Banca centrale europea, sapete cosa facevano le grandi banche che avevano provocato la crisi con le speculazioni sui derivati? Pensavate forse che stessero riducendo l’ammontare delle loro speculazioni, per risanare i bilanci? In questo caso, vi siete sbagliati di grosso, e noi con voi, perché è accaduto l’esatto contrario.

Zitte zitte, le banche too big to fail (troppo grandi per fallire) hanno infatti aumentato ancora di più le speculazioni sui derivati, che ora hanno raggiunto un totale pazzesco, talmente elevato da mettere a repentaglio – questa volta per davvero – l’intera economia mondiale.

Il merito della scoperta è di un giornalista americano, Michael Snyder, che si è letto con attenzione l’ultimo rapporto trimestrale di un ente pubblico di controllo delle banche Usa, l’Office of the Comptroller of the Currency (Occ). Nelle tabelle in fondo al rapporto, l’Occ rivela a quanto ammontano le esposizioni ai derivati delle maggiori banche Usa. Tenetevi forte: ciascuna delle prime cinque banche ha un’esposizione ai derivati superiore a 40 mila miliardi di dollari (cioè 40 trilioni). Per avere un’idea di quanto sia grande il loro azzardo, basta un solo paragone: l’intero debito nazionale del Tesoro degli Stati Uniti è di 17.700 miliardi di dollari (17,7 trilioni), cioè meno della metà dell’esposizione ai derivati di ciascuna banca.

Il primato di questa follia spetta alla JP Morgan Chase, che, a fronte di asset complessivi propri per appena 2,5 trilioni, ha un’esposizione ai derivati di 67 trilioni di dollari. Seguono: Citibank, con un’esposizione di 60 trilioni (1,9 trilioni di asset propri); Goldman Sachs con 54 trilioni di esposizione contro meno di un trilione di asset propri; Bank of America con 54 trilioni di rischi sui derivati contro 2,1 trilioni di asset; Morgan Stanley con oltre 44 trilioni di esposizione a fronte di soli 831 milioni di dollari di asset propri.

A differenza delle azioni e delle obbligazioni, scrive Stanley nel suo blog, «i derivati non rappresentano investimenti in nulla: sono solo scommesse su ciò che Continua »

10 Oct Marco Gallicani

Caccia al Tesoro

da Caccia al tesoro, di Nunzia Penelope

‘’Se smettessimo di fare tutto questo, ci sarebbe un mondo piu’ giusto. Ma nessuno lo vuole davvero’’.
(Margin Call, 2011)

[...] La maggior parte dell’economia e della finanza mondiale è opaca esattamente come il sistema offshore, che ne fa parte integrante a tutti gli effetti. Ed è, peraltro, un’economia in cui a decidere sono sempre meno soggetti; così pochi da poter essere contati uno per uno, così concentrati da essere ormai più forti di qualunque governo, così ricchi da potersi comprare il pianeta svariate volte. Non si tratta complottismo, ma del risultato di studi scientifici, firmati da istituzioni prestigiose come il Politecnico di Zurigo, il Fondo Monetario, la Banca Mondiale, l’OCSE.

Chi controlla davvero il mondo?
Ma andiamo con ordine, e cominciamo a vedere chi controlla davvero il mondo.
Ce lo spiega  uno studio del Politecnico di Zurigo, che in una recente ricerca ha rilevato l’esistenza di una «cupola» composta da 147 multinazionali, le quali, attraverso una intricatissima serie d’incroci, governano l’economia dell’intero pianeta. Ripeto: stiamo parlando del lavoro rigoroso di ricercatori di un prestigioso istituto svizzero; non degli Indignados, non di Occupy Wall Street, non del M5S e delle sue bizzarre sindromi del complotto.

Il rapporto identifica un gruppo ristretto di multinazionali che esercitano un totale controllo sulla finanza del pianeta, attraverso formule di presenza azionaria e partecipativa che sfuggono a qualsiasi regola; una entita’ unica, in pratica, che condiziona l’economia e, a cascata, le scelte politiche dei governi e i destini delle popolazioni. Partendo da un database contenente i dati relativi a 37 milioni di operatori economici e finanziari attivi in 194 paesi, i ricercatori hanno selezionato un primo nucleo di 43 mila imprese scelte in base ai criteri indicati dall’OCSE, e ne hanno studiato le connessioni reciproche. Ne è emersa una struttura «a farfalla», costituita da due  ali laterali e un nucleo centrale molto ridotto. Delle ali fanno parte 147 compagnie, alle quali fa capo il 94,2 per cento dei ricavi operativi mondiali. Il ponte di comando sta però nel nucleo centrale, composto da appena cinquanta nomi.

Di questi, 40 sono [... continua sul blog di Banca Etica]

07 Oct redazione

38 milioni di sterline di multa a Barclays

dal blog di Non Con I Miei Soldi

Barclays ha ricevuto una multa record da 38 milioni di sterline da parte del regolatore della City per non aver mantenuto gli asset dei propri clienti separati dai propri. La multa arriva tre anni dopo che Barclays ha pagato 1,1 milioni di sterline per un problema simile.

Il Financial Conduct Authority (FCA) ha dichiarato che tra novembre 2007 e gennaio 2012 il ramo di investimento della banca aveva messo “a rischio” 6,5 miliardi di sterline dei propri clienti clienti. Barclays sostiene di non aver ottenuto profitto e che nessun cliente ha perso nulla.

La multa si riferisce alle attività della banca d’investimento di Barclays e non ha alcun impatto sui propri clienti al dettaglio.«I clienti hanno rischiato di incorrere in costi supplementari, ritardi o di perdere i loro beni se Barclays fosse diventata insolvente”, sostiene l’FCA.

David Lawton dell’FCA ha dichiarato che la salvaguardia degli asset della clientela è la “chiave” per mantenere la fiducia del mercato. «La mancanza di attenzione per le regole da parte di Barclays è inaccettabile», ha aggiunto. Barclays, che ha segnalato essa stessa il problema all’FCA, ha accettato la conclusione dell’FCA. «Barclays ha successivamente migliorato i suoi sistemi per risolvere questi problemi e per assicurare che i processi necessari siano predisposti. Nessun cliente ha subito una perdita come conseguenza di questa debolezza nei nostri processi che esisteva prima del gennaio 2012»,  ha dichiarato. Si tratta della più grande multa mai emessa per questo particolare reato. Tuttavia, l’FCA ha dichiarato che Barclays ha beneficiato di uno sconto del 30% perché ha accettato di risolverla in una fase iniziale.

Dal crollo di Lehman Brothers nel 2008, quando molti dei suoi clienti non furono in grado di accedere ai propri fondi, l’FCA ha insistito sul fatto che il denaro dei clienti sia tenuto separato dagli asset propri della banca. «Deve essere chiaro a tutti che dopo Lehman non ci sono scuse per la mancata tutela del patrimonio dei clienti», ha dichiarato Tracey McDermott dell’FCA. La FSA, predecessore del FCA, nel 2010 aveva multato per una questione analoga JP Morgan per 33,3 milioni di sterline, all’epoca la multa più alta mai registrata. La sanzione arriva nel momento in cui Barclays cerca di difendersi dalle accuse di frode negli Stati Uniti in relazione alla vendita di obbligazioni ipotecarie e segue una multa di 26 milioni di sterline a maggio per la fissazione del prezzo dell’oro

03 Oct Marco Gallicani

Non c’è pace nelle banche

Gianni Ballarini per Nigrizia del Settembre 2014

Hanno lavorato per anni. In Silenzio. Alacremente.. Cercando, talvolta, persino il coinvolgimento del mondo pacifista, che ritiene la L. 185/90 un totem inscalfibile.

Alla fine invece i lobbisti e i funzionari in doppiopetto del mondo “armato” sono riusciti ad intaccarla. Pezzo dopo pezzo.
E oggi la legge che regola la trasparenza e il controllo sul commercio italiano di materiali d’armamento è un po’ più opaca che in passato. Ha allentato la presa sui controlli. Picchetta un po’ meno. Soprattutto quando s’inerpica a regolamentare il rapporto tra finanza ed armi. Tra banche ed industria armiera.

Si vedono ora, infatti, i frutti della riscrittura dell’articolo 27 della legge 185, avvenuta dopo l’emanazione del decreto legislativo n. 105 del 22 giugno 2012. Una premessa: è la prima volta che il legislatore interviene con un decreto legislativo per modificare la disciplina del commercio di armi, materia assai delicata. La legge delega è stata approvata durante il governo Berlusconi. Il decreto è stato poi emanato dall’esecutivo Monti.

Ma, in concreto, cosa è cambiato? Con la riscrittura dell’articolo 27, le banche non sono più obbligate a chiedere l’autorizzazione del ministero dell’economia e delle finanze (Mef ) per i trasferimenti bancari collegati a operazioni in tema di armamenti. Ora basta una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Certo, potrebbero esserci controlli successivi con l’irrogazione di sanzioni amministrative per gli istituti inadempienti.
Si intuisce, tuttavia, che

Ma, in concreto, cosa è cambiato? Con la riscrittura dell’articolo 27, le banche non sono più obbligate a chiedere l’autorizzazione del ministero dell’economia e delle finanze (Mef ) per i trasferimenti bancari collegati a operazioni in tema di armamenti. Ora basta una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. Certo, potrebbero esserci controlli successivi con l’irrogazione di sanzioni amministrative per gli istituti inadempienti. Si intuisce, tuttavia, che [... continua su Nigrizia di Settembre]

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