promozione della finanza solidale
27 May Gianfranco Visconti

La lezione svedese il deficit fa bene se finanzia la ricerca

Andrea Tarquini da Repubblica

L’ aeroporto è perfetto, ma la compagnia aerea di bandiera non basta più: troppi svedesi cittadini medi viaggiano benestanti in ogni stagione per ferie in mari lontani, troppi businessmen atterrano qui ogni giorno e notte.

Arlanda accogliente e postmoderno, lontano dalla città ma tanto il treno da 210 orari ti ci porta in 20 minuti, surclassa Zurigo Francoforte o Monaco, è lo hub perfetto di Sas, ma i low cost di lusso come Norwegian, airlines premium del Golfo o aviolinee vicine come Finnair devono soccorrere Sas per il volume di arrivi e partenze.

Poi quando quel treno-proiettile made in Sweden ti porta in corsa in centro, anche venendo da Berlino vedi un altro mondo: gente ben vestita casual o classico in ogni quartiere, belle signore, famiglie giovani sempre con carrozzine, teenagers in carriera nelle start-up che crescono come funghi: sorridono, passeggiano, comprano.

La ripresa svedese la cogli subito, da Ostermalm quartiere bene in decollo ma rimasto abitativo, sopravvissuto alla gentrification col suo splendido mercato coperto bella époque, a Sodermalm zona dei designers e dei geni internettiani, fino alle città-satelliti più lontane dove la Tunnelbana ( l’elegante métro profondissimo perché visto il Grande Vicino è anche rifugio atomico) ti porta puntuale giorno e notte: anche laggiù, gente a basso reddito e una marea di migranti ed esuli, massima percentuale al mondo per abitante, vivono dignitosi.

Le cifre fanno [... continua su Repubblica Economia]

21 May redazione

Avete mai preso 5,8 mld di $ di multa?

Da Bloomberg finance

Citigroup, JPMorgan Chase, Barclays e Royal Bank of Scotland pagheranno una multa da quasi 6 miliardi di dollari al governo degli Stati Uniti per avere manipolato il mercato dei cambi, il FOREX.

Se non lo avessero fatto il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti avrebbe proceduto con ulteriori sanzioni e indagini nei loro confronti. Quindi non sono state brave, han solo cercato di evitare il peggio.
Le multe – per quanto piuttosto care – sono infatti secondo i maggiori commentatori molto distanti dalle quantità di affari che sono riuscite a fare nel periodo in cui manipolavano i tassi.

Citigroup pagherà una multa da 925 milioni di dollari, Barclays ne pagherà una da 650 milioni, mentre per JPMorgan e per Royal Bank of Scotland sono state annunciate sanzioni rispettivamente da 550 milioni di dollari e da 395 milioni. UBS se l’è cavata con una multa da 203 milioni di dollari per una vicenda collegata però al Libor, uno dei tassi di riferimento dei mercati finanziari, già al centro di altre inchieste qualche anno fa. Bank fo America è stata multata per 205 milioni di dollari.

18 May Francesco Franciosi

Regole elettorali e appartenenza al gruppo

Il goal di Alvaro Morata ha portato la Juventus in finale di Champions League. La situazione di Morata è scomoda perché questo

giocatore certamente appartiene al gruppo della Juventus, ma appartiene anche al gruppo dei cittadini spagnoli (che orgogliosamente tifano per le loro squadre), e appartiene al gruppo del Real Madrid (che è stata la sua precedente squadra) e al gruppo dei migliori giocatori della Spagna (in quanto gioca nella nazionale). Dal punto di vista razionale non ci sono problemi: Morata ha giocato con la Juventus e i goal li desiderava per la Juventus.

Le persone però gestiscono i loro problemi in base all’appartenenza ad uno o più gruppi e l’analisi dei problemi si muove in base all’analisi di categorie che vengono riconosciute. Noi potremmo benissimo considerare ogni persona un individuo diverso e ogni elemento di valutazione come un fatto singolo. Ma la mente umana non funziona così. L’analisi caso per caso è troppo complessa e non ci consentirebbe una vita rilassata. Noi giudichiamo sempre in base a categorie, a cui riconduciamo quello che stiamo valutando. E il nostro comportamento si determina in base al gruppo a cui apparteniamo, a cui intendiamo appartenere ancora nel futuro e in base al quale vogliamo distinguerci dai gruppi diversi.

La identificazione in un gruppo è molto importante. Appartenere ad un team è molto importante e consente di arrivare in finale. Appartenere ad un gruppo porta a grandi risultati per il singolo e per la dimensione collettiva. Ma ogni appartenenza ad un gruppo presenta elementi di pericolo. Il pericolo sta nel fatto che l’individuo presente in un gruppo tende a “deindividualizzarsi”.
Su questo punto ci sono moltissimi riscontri di psicologia sociale. Philip Zimbardo, della Yale University, è stato coinvolto nella difesa degli imputati per le vessazioni alla prigione di Abu Ghraib. Come tutti ricordiamo, alcuni soldati americani vessarono con umiliazioni e violenze i prigionieri di Baghdad. La tesi di Zimbardo (che su questo ha concentrato i suoi studi) è che tali soldati non erano “cattivi” e diversi da noi tutti. Non erano persone amorali, o violente, o addirittura deboli di carattere e quindi suggestionabili. La sua tesi è che le persone sono proprio fatte sempre così: in una dinamica di gruppo seguono il primario obiettivo di appartenenza e perdono buona parte della loro capacità di valutare individualmente i problemi. Quindi il problema di governance del gruppo è Continua »
12 Apr Alessandro Messina

Le nuove frontiere della finanza etica | Parte 3

Contaminarsi e fare rete unica ricetta possibile

Dove si impara tutto questo? Innanzi tutto osservando le pratiche migliori e consolidate. Tra queste vi sono certamente alcune storiche esperienze, come le già citate Mag (Reggio Emilia e Verona su tutte), o alcuni innovatori come PerMicro. Banca Popolare Etica resta il modello di banca alternativa, ancora insuperato in Italia, seppur in evoluzione, insieme al settore che è nata per servire (il nonprofit). L’invito è anche a conoscere da vicino le più diffuse Bcc, realtà che ancora oggi possono positivamente sorprendere per la dimensione artigianale del fare banca associata alla complessità dei prodotti offerti, frutto della grande rete di cui fanno parte (che – merita di essere ricordato – in aggregato rappresenta il terzo operatore bancario nazionale).

Questa è la “crema” della finanza etica italiana. Che si arricchisce poi di singole ed estemporanee iniziative di grandi gruppi bancari, da guardare con la giusta diffidenza ma sempre da valutare in base a criteri oggettivi, e di piccolissime esperienze, come quelle delle Fondazioni anti-usura, degli operatori non professionali di microcredito (uniti in Ritmi), delle organizzazioni mutualistiche per l’accesso al credito (cooperative e consorzi fidi). Senza dimenticare gli esperimenti più di frontiera, come quello di Caes, consorzio di cooperative sociali e associazioni che prova a dare una dimensione etica anche al mercato assicurativo, o la rete degli Impact Hub, network di innovatori che lavorano per mettere la finanza al servizio dell’innovazione sociale.

Al pari di tutte le materie eterodosse, anche la finanza etica non entra nelle università e nei corsi di specializzazione post-laurea. È una pratica eretica, e come tale si alimenta di imitazione, scambio di buone prassi, modalità reticolari di collaborazione per supplire alle piccole dimensioni e al rischio di inefficienze economiche che esse implicano. Ma non deve mai smettere di cercare la contaminazione tra il nuovo che sperimenta e il vecchio che ha solide radici. È a questa apertura verso gli altri, con la consapevolezza della propria diversità, che l’operatore di finanza etica orienta il suo comportamento quotidiano. Per cambiare lentamente le ingiustizie dell’economia. Svolgendo con pazienza un lavoro inevitabilmente noioso.

09 Apr Marco Gallicani

La bassa finanza prospera nell’ombra

da Non con i miei soldi

Ci sono i governi ombra con ministri e sottosegretari ombra, ci sono direttori, generali e perfino allenatori ombra. Potevano mancare le banche ombra? Naturalmente no. Anzi, non solo esistono, ma scoppiano di salute. Secondo i dati resi noti in un rapporto del Financial Stability Board (FSB) di Basilea, nei 23 maggiori paesi industrializzati lo shadow banking (e cioè il sistema bancario ombra) vale 33 mila miliardi di euro, il 60% del prodotto interno lordo totale degli stati analizzati. In Italia siamo a circa 375 miliardi di euro (18,4% del PIL).

Ma cosa sono le banche ombra? Fondi speculativi, fondi monetari, veicoli finanziari speciali che prestano soldi a breve termine “all’ingrosso” a grandi investitori, senza però essere banche. E quindi senza essere sottoposti alla vigilanza e alla regolamentazione dei mercati bancari.

Solo nell’area euro il sistema bancario ombra valeva 19 mila miliardi di euro alla fine del 2013. Una cifra preoccupante, se pensiamo che le 130 banche dell’eurozona sottoposte agli stress test lo scorso autunno avevano attivi di bilancio pari a un totale di 23 mila miliardi di euro: appena il 20% in più della liquidità intermediata nell’ombra.

Che fare? Come sempre servirebbero nuove regole ma i regolatori procedono a rilento e vengono superati a destra, a sinistra, in curva e sui rettilinei dagli interessi delle lobby finanziarie. L’ultima occasione persa in ordine di tempo risale alla fine di febbraio, quando la Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo ha deciso di adottare un approccio leggero su un tipo di fondi monetari che funzionano in concreto come banche ombra. Il Financial Stability Board aveva raccomandato di eliminare gradualmente alcuni di questi fondi o comunque di sottoporli alla normale disciplina bancaria. A Bruxelles, per ora, si è deciso di continuare a procedere con il freno a mano tirato [... continua su Non con i miei soldi]

05 Apr Alessandro Messina

Le nuove frontiere della finanza etica | Parte 2

Quali gli antidoti? Di sicuro, come per ogni attività a scopo sociale e ancor di più per quelle a effetto indiretto, sarà importante trovare metodi e strumenti di misurazione dei risultati prodotti.
Per verificare l’effetto che fa il proprio lavoro, per renderne conto a soci, risparmiatori, destinatari dei finanziamenti e tutti gli stakeholder, per aggiustare costantemente il tiro dell’operatività.

Oggi che tanto si parla di finanza d’impatto, grande calderone in cui i “buoni” fanno confluire la finanza etica e i “cattivi” le grandi banche d’affari che finanziano lo smantellamento dei servizi pubblici, la partita della misurazione si fa ancora più agguerrita. Presto, con i loro potenti centri studio e mezzi di comunicazione, i colossi mondiali della finanza sapranno “raccontare” anche ciò che non fanno (o fanno poco, e virtualmente), avendo speso tempo e denaro a costruire indicatori, griglie, benchmark… La finanza etica più pura, impegnata nel quotidiano a fare il proprio mestiere, potrebbe essere spiazzata da questa controffensiva. Una ragione in più per attrezzarsi rapidamente e in modo adeguato.

Vi è poi la necessità di mantenere un presidio organizzativo dell’attività finanziaria sempre appropriato rispetto agli obiettivi sociali. Dare valore alla relazione con le persone deve essere parte concreta del processo di gestione dei clienti. Eclatante nella valutazione del merito di credito, che deve incorporare e saper trattare elementi qualitativi (la soft information) che possono emergere solo dalla conoscenza e dalla relazione diretta, tale aspetto è altrettanto importante nella collocazione di prodotti di risparmio, dove non basta l’adempimento di una tanto corposa quanto inutile (perché solo formalistica) procedura Mifid, ma serve veramente la capacità di comprendere le esigenze della persona e consigliarla al meglio rispetto ai suoi bisogni. In questo ambito è fondamentale uscire dalla retorica della finanza etica, di chi pretende di declinare la propria diversità solo nella narrazione di sé e in un approccio moraleggiante, dunque soggettivo e personale, e sviluppare invece modelli e procedure coerenti, oggettivi, in grado di andare oltre la sensibilità delle persone e dei singoli operatori e di contribuire alla crescita e alla replicabilità delle migliori esperienze.

Altra trappola da evitare è quella della filantropia. In un paese a basso civismo come l’Italia, la cultura della concessione dall’alto è ancora assai più forte di quella della responsabilità e dell’equità. Così qualcuno confonde la proposta della finanza etica con quella di una finanza a dono, caritatevole, che è altra cosa.

L’idea sottostante un prestito deve sempre essere la valutazione della capacità prospettica di restituzione da parte del prestatario. E il costo equo dello stesso credito deve essere tale da garantire all’impresa di finanza etica di continuare a operare nel tempo. Il successo della sua proposta infatti dipenderà dalla durata negli anni della propria azione più che dall’immediata economicità dell’offerta. Ma ciò è dannatamente difficile da comprendere, a volte per gli stessi operatori, troppo spesso per la clientela. In qualche modo siamo tutti vittime della mentalità mercantile e ci sentiamo furbi quando applichiamo gli stessi canoni di giudizio (anche se poi ci indigniamo quando qualcuno li applica a noi). Ne deriva che l’attività del finanziere etico non può mai dissociarsi da una sana e praticata educazione all’economia critica e alla consapevolezza dei guasti prodotti dal sistema capitalistico. Altrimenti, lentamente ma inesorabilmente, l’operatore alternativo tenderà all’omologazione e finirà per andare in crisi, di mission prima (perdita di senso rispetto agli obiettivi iniziali) e di business poi (trovandosi a competere sul terreno tipico della finanza senza averne i mezzi e i presupposti culturali e professionali). [... continua nel prossimo, ed ultimo articolo]

03 Apr Alberto Lanzavecchia

Dalle popolari alle Bcc: riforme incomplete

Dopo il brusio iniziale di coloro che negli ultimi anni nulla avevano fatto né proposto, l’attesa riforma delle banche popolari, avviata con decreto d’urgenza, è ora legge. Tanto rumore, ma non per nulla: è servito a distrarre l’attenzione ed indirizzare il dibattito verso il nulla. Per non svelare il cuore del problema: il collocamento di titoli presso risparmiatori che hanno sottoscritto azioni impossibili da liquidare o nei confronti di imprenditori obbligati a sottoscrivere azioni in cambio di fidi per l’attività. I primi vanno incontro alle conseguenze tipiche degli investimenti finanziari inadeguati [1], i secondi all’odioso e millenario reato di usura, nonché al “più recente” reato di formazione fittizia del capitale [2].

L’unica e vera riforma delle banche popolari, di tutte le società emittenti strumenti finanziari diffusi tra il pubblico in misura rilevante, è quella di imporre la negoziazione dei medesimi titoli in un sistema multilaterale di negoziazione o in un mercato regolamentato degli scambi. Fine del potere unilaterale del consiglio di amministrazione di fissare il prezzo di emissione delle azioni. Fine del potere di alcuni soci, più informati o più forti, di chiedere alla banca emittente di favorire la compravendita dei loro titoli presso altri soci, meno informati o meno forti. Fine dell’illiquidità per contratto (resta quella del mercato, ovviamente). Trionfo del valore segnaletico dei prezzi dal mercato, interprete dei conti delle aziende.

Banche popolari e banche cooperative, stessa sorte? Anzi, riformulo la domanda, le banche di credito cooperativo in che cosa sono diverse da quelle popolari o spa?

Lo sono nel movente ideale, nel fine perseguito, scolpito nello statuto e realizzato dai comportamenti delle persone che animano quell’azienda e dalle attività concretamente poste in essere dall’una o dall’altra banca. Il credito cooperativo non è diverso per forza o per legge, lo è per volontà, la volontà dell’uomo di realizzare quel grandioso progetto ideale che è la costruzione del bene e del progresso dell’umanità. Se una b.c.c. perde di vista questo posizionamento strategico, perde la fonte del suo vantaggio competitivo e si condanna all’emarginazione nel mercato e all’esclusione. Se così, la veste giuridica non è rilevante ai fini di una regolamentazione specifica, oggetto di riforma da parte dell’attuale Governo della Repubblica – lo è il modello di business.

Riqualificate infatti alcune grandi banche popolari in società per azioni, l’imminente riforma del credito cooperativo (derubricata proprio dal decreto sulle popolari) imporrà alle Continua »

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