promozione della finanza solidale
12 Apr Alessandro Messina

Le nuove frontiere della finanza etica | Parte 3

Contaminarsi e fare rete unica ricetta possibile

Dove si impara tutto questo? Innanzi tutto osservando le pratiche migliori e consolidate. Tra queste vi sono certamente alcune storiche esperienze, come le già citate Mag (Reggio Emilia e Verona su tutte), o alcuni innovatori come PerMicro. Banca Popolare Etica resta il modello di banca alternativa, ancora insuperato in Italia, seppur in evoluzione, insieme al settore che è nata per servire (il nonprofit). L’invito è anche a conoscere da vicino le più diffuse Bcc, realtà che ancora oggi possono positivamente sorprendere per la dimensione artigianale del fare banca associata alla complessità dei prodotti offerti, frutto della grande rete di cui fanno parte (che – merita di essere ricordato – in aggregato rappresenta il terzo operatore bancario nazionale).

Questa è la “crema” della finanza etica italiana. Che si arricchisce poi di singole ed estemporanee iniziative di grandi gruppi bancari, da guardare con la giusta diffidenza ma sempre da valutare in base a criteri oggettivi, e di piccolissime esperienze, come quelle delle Fondazioni anti-usura, degli operatori non professionali di microcredito (uniti in Ritmi), delle organizzazioni mutualistiche per l’accesso al credito (cooperative e consorzi fidi). Senza dimenticare gli esperimenti più di frontiera, come quello di Caes, consorzio di cooperative sociali e associazioni che prova a dare una dimensione etica anche al mercato assicurativo, o la rete degli Impact Hub, network di innovatori che lavorano per mettere la finanza al servizio dell’innovazione sociale.

Al pari di tutte le materie eterodosse, anche la finanza etica non entra nelle università e nei corsi di specializzazione post-laurea. È una pratica eretica, e come tale si alimenta di imitazione, scambio di buone prassi, modalità reticolari di collaborazione per supplire alle piccole dimensioni e al rischio di inefficienze economiche che esse implicano. Ma non deve mai smettere di cercare la contaminazione tra il nuovo che sperimenta e il vecchio che ha solide radici. È a questa apertura verso gli altri, con la consapevolezza della propria diversità, che l’operatore di finanza etica orienta il suo comportamento quotidiano. Per cambiare lentamente le ingiustizie dell’economia. Svolgendo con pazienza un lavoro inevitabilmente noioso.

09 Apr Marco Gallicani

La bassa finanza prospera nell’ombra

da Non con i miei soldi

Ci sono i governi ombra con ministri e sottosegretari ombra, ci sono direttori, generali e perfino allenatori ombra. Potevano mancare le banche ombra? Naturalmente no. Anzi, non solo esistono, ma scoppiano di salute. Secondo i dati resi noti in un rapporto del Financial Stability Board (FSB) di Basilea, nei 23 maggiori paesi industrializzati lo shadow banking (e cioè il sistema bancario ombra) vale 33 mila miliardi di euro, il 60% del prodotto interno lordo totale degli stati analizzati. In Italia siamo a circa 375 miliardi di euro (18,4% del PIL).

Ma cosa sono le banche ombra? Fondi speculativi, fondi monetari, veicoli finanziari speciali che prestano soldi a breve termine “all’ingrosso” a grandi investitori, senza però essere banche. E quindi senza essere sottoposti alla vigilanza e alla regolamentazione dei mercati bancari.

Solo nell’area euro il sistema bancario ombra valeva 19 mila miliardi di euro alla fine del 2013. Una cifra preoccupante, se pensiamo che le 130 banche dell’eurozona sottoposte agli stress test lo scorso autunno avevano attivi di bilancio pari a un totale di 23 mila miliardi di euro: appena il 20% in più della liquidità intermediata nell’ombra.

Che fare? Come sempre servirebbero nuove regole ma i regolatori procedono a rilento e vengono superati a destra, a sinistra, in curva e sui rettilinei dagli interessi delle lobby finanziarie. L’ultima occasione persa in ordine di tempo risale alla fine di febbraio, quando la Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo ha deciso di adottare un approccio leggero su un tipo di fondi monetari che funzionano in concreto come banche ombra. Il Financial Stability Board aveva raccomandato di eliminare gradualmente alcuni di questi fondi o comunque di sottoporli alla normale disciplina bancaria. A Bruxelles, per ora, si è deciso di continuare a procedere con il freno a mano tirato [... continua su Non con i miei soldi]

05 Apr Alessandro Messina

Le nuove frontiere della finanza etica | Parte 2

Quali gli antidoti? Di sicuro, come per ogni attività a scopo sociale e ancor di più per quelle a effetto indiretto, sarà importante trovare metodi e strumenti di misurazione dei risultati prodotti.
Per verificare l’effetto che fa il proprio lavoro, per renderne conto a soci, risparmiatori, destinatari dei finanziamenti e tutti gli stakeholder, per aggiustare costantemente il tiro dell’operatività.

Oggi che tanto si parla di finanza d’impatto, grande calderone in cui i “buoni” fanno confluire la finanza etica e i “cattivi” le grandi banche d’affari che finanziano lo smantellamento dei servizi pubblici, la partita della misurazione si fa ancora più agguerrita. Presto, con i loro potenti centri studio e mezzi di comunicazione, i colossi mondiali della finanza sapranno “raccontare” anche ciò che non fanno (o fanno poco, e virtualmente), avendo speso tempo e denaro a costruire indicatori, griglie, benchmark… La finanza etica più pura, impegnata nel quotidiano a fare il proprio mestiere, potrebbe essere spiazzata da questa controffensiva. Una ragione in più per attrezzarsi rapidamente e in modo adeguato.

Vi è poi la necessità di mantenere un presidio organizzativo dell’attività finanziaria sempre appropriato rispetto agli obiettivi sociali. Dare valore alla relazione con le persone deve essere parte concreta del processo di gestione dei clienti. Eclatante nella valutazione del merito di credito, che deve incorporare e saper trattare elementi qualitativi (la soft information) che possono emergere solo dalla conoscenza e dalla relazione diretta, tale aspetto è altrettanto importante nella collocazione di prodotti di risparmio, dove non basta l’adempimento di una tanto corposa quanto inutile (perché solo formalistica) procedura Mifid, ma serve veramente la capacità di comprendere le esigenze della persona e consigliarla al meglio rispetto ai suoi bisogni. In questo ambito è fondamentale uscire dalla retorica della finanza etica, di chi pretende di declinare la propria diversità solo nella narrazione di sé e in un approccio moraleggiante, dunque soggettivo e personale, e sviluppare invece modelli e procedure coerenti, oggettivi, in grado di andare oltre la sensibilità delle persone e dei singoli operatori e di contribuire alla crescita e alla replicabilità delle migliori esperienze.

Altra trappola da evitare è quella della filantropia. In un paese a basso civismo come l’Italia, la cultura della concessione dall’alto è ancora assai più forte di quella della responsabilità e dell’equità. Così qualcuno confonde la proposta della finanza etica con quella di una finanza a dono, caritatevole, che è altra cosa.

L’idea sottostante un prestito deve sempre essere la valutazione della capacità prospettica di restituzione da parte del prestatario. E il costo equo dello stesso credito deve essere tale da garantire all’impresa di finanza etica di continuare a operare nel tempo. Il successo della sua proposta infatti dipenderà dalla durata negli anni della propria azione più che dall’immediata economicità dell’offerta. Ma ciò è dannatamente difficile da comprendere, a volte per gli stessi operatori, troppo spesso per la clientela. In qualche modo siamo tutti vittime della mentalità mercantile e ci sentiamo furbi quando applichiamo gli stessi canoni di giudizio (anche se poi ci indigniamo quando qualcuno li applica a noi). Ne deriva che l’attività del finanziere etico non può mai dissociarsi da una sana e praticata educazione all’economia critica e alla consapevolezza dei guasti prodotti dal sistema capitalistico. Altrimenti, lentamente ma inesorabilmente, l’operatore alternativo tenderà all’omologazione e finirà per andare in crisi, di mission prima (perdita di senso rispetto agli obiettivi iniziali) e di business poi (trovandosi a competere sul terreno tipico della finanza senza averne i mezzi e i presupposti culturali e professionali). [... continua nel prossimo, ed ultimo articolo]

03 Apr Alberto Lanzavecchia

Dalle popolari alle Bcc: riforme incomplete

Dopo il brusio iniziale di coloro che negli ultimi anni nulla avevano fatto né proposto, l’attesa riforma delle banche popolari, avviata con decreto d’urgenza, è ora legge. Tanto rumore, ma non per nulla: è servito a distrarre l’attenzione ed indirizzare il dibattito verso il nulla. Per non svelare il cuore del problema: il collocamento di titoli presso risparmiatori che hanno sottoscritto azioni impossibili da liquidare o nei confronti di imprenditori obbligati a sottoscrivere azioni in cambio di fidi per l’attività. I primi vanno incontro alle conseguenze tipiche degli investimenti finanziari inadeguati [1], i secondi all’odioso e millenario reato di usura, nonché al “più recente” reato di formazione fittizia del capitale [2].

L’unica e vera riforma delle banche popolari, di tutte le società emittenti strumenti finanziari diffusi tra il pubblico in misura rilevante, è quella di imporre la negoziazione dei medesimi titoli in un sistema multilaterale di negoziazione o in un mercato regolamentato degli scambi. Fine del potere unilaterale del consiglio di amministrazione di fissare il prezzo di emissione delle azioni. Fine del potere di alcuni soci, più informati o più forti, di chiedere alla banca emittente di favorire la compravendita dei loro titoli presso altri soci, meno informati o meno forti. Fine dell’illiquidità per contratto (resta quella del mercato, ovviamente). Trionfo del valore segnaletico dei prezzi dal mercato, interprete dei conti delle aziende.

Banche popolari e banche cooperative, stessa sorte? Anzi, riformulo la domanda, le banche di credito cooperativo in che cosa sono diverse da quelle popolari o spa?

Lo sono nel movente ideale, nel fine perseguito, scolpito nello statuto e realizzato dai comportamenti delle persone che animano quell’azienda e dalle attività concretamente poste in essere dall’una o dall’altra banca. Il credito cooperativo non è diverso per forza o per legge, lo è per volontà, la volontà dell’uomo di realizzare quel grandioso progetto ideale che è la costruzione del bene e del progresso dell’umanità. Se una b.c.c. perde di vista questo posizionamento strategico, perde la fonte del suo vantaggio competitivo e si condanna all’emarginazione nel mercato e all’esclusione. Se così, la veste giuridica non è rilevante ai fini di una regolamentazione specifica, oggetto di riforma da parte dell’attuale Governo della Repubblica – lo è il modello di business.

Riqualificate infatti alcune grandi banche popolari in società per azioni, l’imminente riforma del credito cooperativo (derubricata proprio dal decreto sulle popolari) imporrà alle Continua »

28 Mar Alessandro Messina

Le nuove frontiere della finanza etica | Parte 1

[da Lavorare nel sociale, Asino edizioni]

Qualche anno fa, quando ancora era all’apice del settore bancario, di cui era considerato il manager più capace, Alessandro Profumo sorprese una platea di studenti dichiarando che «lavorare in banca è noioso». Non aveva torto. E la considerazione vale anche per la finanza etica. Che, comunque la si guardi, significa fondamentalmente acquistare e rivendere denaro. Se non siete Ebenezer Scrooge è difficile trovarlo divertente.

Per fortuna nella finanza etica c’è qualcosa che va oltre. È, o dovrebbe essere, la permanente tensione verso la ricaduta concreta, diretta, delle operazioni realizzate nei confronti degli obiettivi sociali che ci si è dati. Qualcuno parla anche di impatto. Che però non sempre è così visibile. Un conto è una pratica di affidamento, con la quale prestiamo denaro a soggetti cui con tutta probabilità altre banche non avrebbero dato alcuna fiducia. Vediamo con i nostri occhi l’effetto prodotto da quel prestito, possiamo seguirne le evoluzioni nel tempo, gestirne le relazioni che ne derivano. Altro è un bonifico, la gestione di un dossier titoli, la profilatura antiriciclaggio della clientela, eccetera.

Qui si fanno i conti con due grandi temi che ormai condizionano l’attività di qualunque operatore finanziario. Il primo tema è la compressione della redditività, oggi patita anche dalle banche ortodosse e frutto di aspetti tanto esogeni (il livellamento dei tassi di interesse) quanto endogeni (il modello imprenditoriale della banca che appare non più adeguato agli assetti dell’economia e della società e che arranca nel seguire il dirompente sviluppo delle tecnologie). Qualunque impresa ha il problema della sostenibilità economica. Un tempo per gli intermediari finanziari non era così. Oggi sì, anche (soprattutto) per quelli di finanza etica.

L’altro tema critico deriva dalla rilevante funzione pubblica svolta dalla finanza, che per questo è giustamente sottoposta a una forte attività di controllo e regolamentazione da parte delle autorità di vigilanza (Banca d’Italia, Consob, Antitrust, ministero dell’Economia, Banca centrale europea, Autorità bancaria europea, tra le principali). Si calcola che dall’inizio della crisi vi siano stati due nuovi provvedimenti al giorno tesi a modificare i comportamenti delle banche e degli intermediari finanziari. Questa complessità e intensità di regole vale per le grandi banche, per le multinazionali della finanza ma anche per i piccoli operatori cooperativi, quelli del microcredito, le Mag e Banca Etica.

Così, una buona dose dell’entusiasmo, dell’energia, delle competenze che animano queste realtà controcorrente viene spesa giocoforza per stare a galla – adempiere le regole (essere compliant) – piuttosto che per andare con determinazione verso la direzione ricercata. Con il rischio di trovarsi in trappola. E di cadere nel paradosso dell’isomorfismo organizzativo, ben noto a molte istituzioni nonprofit: costretti a rispettare regole pensate e scritte per banche tradizionali, gli operatori alternativi si conformano progressivamente alle stesse logiche e col tempo perdono la propria capacità di essere agenti di cambiamento. [... continua nel prossimo articolo]

24 Mar Marco Gallicani

E’ nata JaKaF: la prima comunità autofinanziata libera da interessi

Dall’ incontro tra l’ Associazione Culturale Jak Italia e Acaf Italia nasce JaKaF: la prima comunità autofinanziata libera da interessi.

L’Associazione culturale Jak Italia si occupa da anni di divulgare il pensiero “free-interest” e delle possibili applicazioni che questo modello può avere in Italia; Acaf Italia è un’ associazione nata 3 anni fa, ad opera di alcuni giovani appassionati, che hanno portato in Italia un modello di microfinanza di condivisione denominato CaF (Comunità Autofinanziate).

Dall’ unione di queste realtà nasce JaKaF: la comunità autofinanziata senza interessi; JaKaF si tratta di un gruppo informale di persone (solitamente non più di 20) le quali stabiliscono democraticamente e liberamente le regole di gestione, nello specifico, le più importanti: le somme da risparmiare, la regolamentazione dei prestiti da erogare, le regole di deliberazione, l’attribuzione delle cariche. Tutto questo avviene nella più totale informalità, retti da un rapporto fiduciario che trasforma un gruppo di persone in Comunità.

In queste particolari realtà è stato instillato il seme di una finanza libera da interessi, nella convinzione che non vi sia vera solidarietà e mutualità senza l’eliminazione dell’elemento speculativo in ambito finanziario.

20 Mar Gianfranco Visconti

Perfettibile ma non malvagio: un’opinione sul piano di riforma delle Bcc

A mio giudizio, del progetto di riforma delle norme del Testo Unico Bancario (TUB, contenuto nel Decreto Legislativo n° 385 del 1993) sulle banche di credito cooperativo predisposto dalla Banca d’Italia (segnalato da un precedente articolo su Finansol) si può dire che, a differenza del Decreto-Legge sulle banche popolari, è rispettoso della natura di cooperativa delle bcc dato che crea uno strumento di aggregazione simile a quelli tipici di tutto il mondo cooperativo, vale a dire ai consorzi di cooperative (articoli 2602 e seguenti del Codice civile) ed ai gruppi cooperativi paritetici (articolo 2545-septies c.c.). Il fatto di dover creare una capogruppo con natura giuridica di società per azioni e di dover aderire al gruppo per poter esercitare l’attività bancaria come bcc non significa che la banca di credito cooperativo diventi da società cooperativa, società per azioni.

In realtà la società per azioni non può controllare una società cooperativa attraverso la partecipazione al capitale sociale di essa, visti i limiti al capitale sociale che può essere posseduto dal singolo socio e dato il sistema di voto capitario (un socio, un voto). Mentre è vero l’opposto: una società cooperativa che possieda una quota sufficiente del capitale sociale e dei diritti di voto può controllare una società per azioni.

I poteri di indirizzo e controllo della Spa capogruppo di questo progetto, infatti, non derivano dal possesso del capitale delle bcc aderenti al gruppo (che non sarebbe possibile. Pertanto, correttamente, il progetto di riforma non usa mai per designare queste banche il termine “controllate”), ma da un impegno contrattuale dal quale, se le cose non dovessero andare bene, la singola bcc potrà sempre recedere (anche se andrà incontro, ovviamente, a dei problemi).

Non solo, ma, coerentemente con i principi del diritto societario che abbiamo ricordato prima, in questo progetto di gruppo bancario cooperativo non è la Spa capogruppo a controllare le bcc, ma sono queste a controllare la Spa capogruppo dovendo esse possedere almeno un terzo del suo capitale sociale. Quindi, se la Spa capogruppo dovesse operare in modo non conforme alle aspettative dei Continua »

© 2015 finansol.it | Entries (RSS) and Comments (RSS)

GPS Reviews and news from GPS Gazettewordpress logo