promozione della finanza solidale
27 Feb redazione

Banca d’Italia lancia l’allarme sul credito cooperativo

da First on line

La questione bancaria italiana anche per quanto riguarda le componenti minori del sistema è finalmente posta. L’intervento del Capo della Vigilanza della Banca d’Italia del 12 febbraio scorso alla Federazione delle Cooperative Raiffesen di Bolzano disegna, infatti, un quadro invero sinistro della situazione del Credito Cooperativo in Italia, indicando nella aggregazione obbligata delle sue 350 componenti locali attorno a un fulcro centrale l’unica soluzione possibile per il salvataggio di questo storico segmento.

Il documento propone, in sintesi, una sorta di autoriforma assistita, unica strada per evitare interventi governativi, ma soprattutto lo spauracchio tanto per l’Autorità di vigilanza nazionale quanto per il Movimento della avocazione delle situazioni più problematiche da parte del neonato Meccanismo Unico di Vigilanza gestito dalla BCE. Cosa che farebbe perdere definitivamente la faccia a tutti.

L’analisi dei punti critici non lascia fuori nessun profilo: essi sono, per Banca d’Italia, sia strutturali che congiunturali, sono irreversibili e non sono più gestibili con progetti basati su interventi volontaristici, quali l’eterno incompiuto (e ormai definitivamente sepolto) Fondo Istituzionale. Quando si arriva a formulare questa diagnosi, il pensiero corre subito alla ricerca delle motivazioni del come si sia potuti arrivare a questo punto. Ma tant’è, anche se non può non destare sorpresa e irritazione il rapido cambio di scena: soltanto ieri le BCC erano solide con qualche circoscritta situazione di crisi, oggi invece è l’intero sistema ad essere in crisi con qualche singola situazione di Continua »

23 Feb Marco Gallicani

Trasformare l’economia. Fonti culturali, modelli alternativi, prospettive politiche

E’ uscito un nuovo libro di Roberto Mancini, già editorialista di Altreconomia. S’intitola Trasformare l’economia e lo pubblica Franco Angeli.

“È possibile cambiare il sistema economico attuale? Esso è tanto un complesso di pratiche e di tecniche, quanto una cultura diffusa, radicata nel mito dell’homo oeconomicus. Chiunque non sia ipnotizzato dalla propaganda neoliberista vede che il capitalismo globale è nocivo all’umanità e alla natura. Quella che però sembra ancora impossibile da vedere è la via per il cambiamento del sistema. Il libro individua questa via nell’interazione di tre svolte essenziali.

La prima è la svolta spirituale che conduce oltre il mito del capitalismo e scaturisce dall’incontro tra le sapienze antropologiche delle culture del mondo. Ciascuna di esse coltiva la memoria della dignità umana e la loro convergenza sa dare senso e orizzonte all’impegno per cambiare la società.

La seconda svolta è metodologica e implica la riorganizzazione dell’economia. Un nuovo pensiero a riguardo potrà fiorire grazie all’apporto dei modelli alternativi sia al capitalismo che al socialismo reale. In queste pagine sono esaminati il paradigma delle relazioni di dono, la visione economica di Gandhi, la concezione islamica, l’economia di comunità voluta da Adriano Olivetti, la bioeconomia di Nicholas Georgescu-Roegen, la prospettiva della decrescita ideata da Serge Latouche, l’economia di comunione di Chiara Lubich, l’idea di economia civile delineata da Luigino Bruni e da Stefano Zamagni, il progetto di un’economia del bene comune elaborato da Christian Felber, i percorsi dell’economia solidale e partecipativa intrapresi dall’azione di movimenti e associazioni di base. Nella convergenza tra questi modelli affiora il profilo di un’altra economia.

L’ultima svolta è culturale e politica. È la svolta che si nutre del potenziale motivazionale di un’etica del bene comune e della forza trasformativa di una politica che sviluppi la democrazia attraverso la prassi della giustizia restitutiva dei diritti. A quanti non vogliono rassegnarsi a subire la situazione esistente questo libro propone una via inedita di cambiamento, che permetta alla società di respirare e all’economia di servire tutta l’umanità senza distruggere la natura. ”

Roberto ha presentato il libro in un bell’articolo su Italia che Cambia.

21 Feb vincenzo.comito

La vittoria di Syriza per Mosca e Pechino

scritto per Sbilanciamoci.info

Dopo le elezioni greche, l’attenzione di tutti è assorbita dal possibile sviluppo dei rapporti del paese ellenico con l’eurozona. Molta minore attenzione viene data ai rapporti con la Cina e la Russia, rapporti che, mentre vengono in qualche modo scossi dai risultati delle elezioni, appaiono comunque molto importanti per le sorti future del paese.

Una delle prime decisioni prese dal nuovo governo è stata quella di bloccare i processi di privatizzazione imposti a suo tempo dalla troika, ciò che potrebbe colpire in particolare le strategie cinesi. Questi ultimi si sono subito allarmati, ma sono poi stati in qualche modo rassicurati dal governo sulla volontà di continuare la collaborazione.

Gli interessi cinesi in Grecia stanno diventando molto rilevanti e vanno inquadrati anche in un impegno crescente verso il Sud Europa; la strategia del paese asiatico si indirizza, tra l’altro, sempre più verso lo sviluppo degli investimenti esteri, più ed oltre che di quella dei commerci.

L’opinione pubblica internazionale è in qualche modo informata della vicenda del porto del Pireo, ma le questioni in ballo sono molto più rilevanti.

Va ricordato che nel 2009 la Cosco ha ottenuto in concessione per 35 anni la gestione di due terminali container del porto. I cinesi sottolineano che dal momento in cui essi hanno avviato le attività ad oggi il volume dei traffici si è incrementato di otto volte, mentre circa i due terzi delle attività del Pireo passano ormai da tali terminali; sarebbero previsti importanti ulteriori sviluppi con investimenti per circa 1,5 miliardi di euro. Intanto è stato aperto un collegamento ferroviario del porto con i Balcani e l’Europa Centrale, che asseconda la rilevante penetrazione in atto delle attività cinesi in tali aree.

Era prevista la privatizzazione del porto ed i cinesi erano dati come favoriti nella gara, ma ora essa è Continua »

17 Feb Gianfranco Visconti

Il disegno di legge delega del governo sulla riforma del terzo settore | Parte I – gli obbiettivi

In questo articolo esaminiamo i contenuti del disegno di legge (ddl) n° 2617 presentato dal Governo alla Camera dei Deputati il 22 Agosto del 2014 che delega al Governo l’emanazione della “riforma del terzo settore, dell’impresa sociale e del servizio civile universale.[1]

Già dal titolo del ddl si comprende che il legislatore punta molto sullo sviluppo dell’impresa sociale (cavallo di battaglia, mi sia permesso ricordarlo, del terzo Governo Berlusconi che la istituì nel 2006, col Decreto Legislativo n° 155 e poi rimasta, nella pratica, un istituto abbastanza marginale) e sul servizio civile definito “universale”, cioè obbligatorio e tale da coinvolgere tutti i cittadini italiani di giovane età, senza distinzione di genere, ma che tale non è, dato che gli articoli del ddl prevedono che esso sia volontario, quindi facoltativo, e limitato ad un numero determinato di giovani, essenzialmente a causa delle limitate disponibilità finanziarie.

Il “fondamento ideologico” o, se preferite, l’obbiettivo di questa riforma è l’attuazione del principio di sussidiarietà e, al contempo, la valorizzazione del potenziale di crescita e di occupazione del settore (art. 1°, 1° comma). Insomma, il terzo settore come volano di crescita dell’economa e dell’occupazione in cui il Governo, notoriamente, spera molto. Segnaliamo che è scomparsa l’indicazione esplicita dell’obiettivo della riduzione della spesa pubblica che stava nell’art. 6 della bozza originaria di questo ddl, elaborata nella prima metà del 2014, ma gli obiettivi di razionalizzazione (leggi: taglio) delle agevolazioni fiscali per gli enti non profit e dello sviluppo di nuove forme di raccolta di fondi privati (fundraising) per essi sono sempre nell’art. 6.

Per quanto riguarda il principio di sussidiarietà, c’è sempre il pericolo che esso non sia riferito tanto al 4° comma dell’art. 118 della Costituzione che impegna lo Stato e gli altri Enti Pubblici a “favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini […] per lo svolgimento di attività di interesse generale”, ma ad una interpretazione “spinta” del 4° comma dell’art. 38 Cost., per il quale le attività di assistenza sociale, educazione, ecc., cioè le attività di welfare, possono essere esercitate anche da enti privati “integrati dallo Stato”, cioè finanziati in tutto o in parte da esso, ma (e qui sta l’interpretazione “spinta” o “eccessiva”) in modo tale da ridurre al minimo la presenza operativa dello Stato nella produzione di questi servizi riducendolo al solo ruolo di “ufficiale pagatore” degli enti privati convenzionati o accreditati con esso che li erogano. Una precisazione o, meglio, una presa di posizione chiara su questo punto nel ddl sarebbe stata Continua »

15 Feb redazione

Evasori di tutto il mondo, unitevi!

di Andrea Baranes, per Non con I Miei Soldi

Eccola là, adesso tutti a puntare il dito, tutti a lanciare accuse. Secondo voi mi dovrei vergognare perché sono uno dei 7.000 italiani nella lista Falciani (politici, imprenditori, star dello sport e dello spettacolo di tutto il mondo che hanno aperto giganteschi conti neri in Svizzera, come denunciato dall’Espresso)? Anzi, perché sono uno dei centomila o giù di lì che hanno messo i loro poveri risparmi al sicuro in Svizzera? Anzi, lo sapete che centomila persone sulla famosa lista Falciani sono unicamente relativi a una banca? Una banca sola! Vi rendete conto che non parliamo nemmeno della punta dell’iceberg?

Ma ragazzi miei, guardatevi in giro, non mi verrete mica a dire che siete tra gli ultimi che davvero pagano le tasse? Ma che squallore, dai… Siamo nel ventunesimo secolo, svegliatevi! Poi davvero, fate come vi pare, eh, ma non venite a fare le pulci a me. È stata proprio la Hsbc Private Bank a scrivermi nel 2005, per segnalare l’introduzione di una tassa europea sul risparmio davvero brutta e cattiva. Per fortuna, nella letterina la Hsbc mi tranquillizzava, segnalando “l’esistenza di numerosi strumenti e strutture finanziarie” per aggirare la seccatura. Essenzialmente dei conti cifrati nei più ameni paradisi fiscali del pianeta, e voilà, il gioco è fatto.

Per fortuna che le grandi banche pensano a noi. Io devo pensare alla mia salute, lo Stato non ha i soldi e continua a tagliare sulla sanità, e le cliniche private [... continua su Non Con I Miei Soldi]

11 Feb vincenzo.comito

Le strategie ambientali della Cina

da Sbilanciamoci.info

Già verso la fine degli anni settanta il Giappone, allora in forte crescita industriale, cominciò ad interrogarsi sui forti danni che tale sviluppo provocava all’ambiente circostante e agli esseri umani. Fu elaborata, per risolvere il problema, una strategia di grandi proporzioni, peraltro molto discutibile. Tale disegno era sostanzialmente volto a riallocare le produzioni più inquinanti nei vicini paesi asiatici, meno sviluppati; evidentemente, almeno allora, questi ultimi erano meno sensibili del Giappone ai problemi ambientali e più attenti invece ai vantaggi della delocalizzazione produttiva in termini di sviluppo economico potenziale. Va comunque ricordato che le strategie di delocalizzazione prendevano anche in conto il minore costo del lavoro presente in altri paesi.

Qualcosa per certi versi di analogo, ma per altri con alcune rilevanti differenze, si sta ora apparentemente cercando di mettere in opera da parte dei governanti cinesi. In questo caso, rispetto al Giappone, siamo comunque di fronte ad un problema ambientale di più grandi proporzioni, sia per le molto maggiori dimensioni dell’economia cinese attuale rispetto a quella del paese del sol levante diversi decenni fa, sia per i più alti livelli di inquinamento registrabili oggi nel paese rispetto al Giappone degli anni settanta ed ottanta, sia infine per l’esistenza di altre specificità, a qualcuna delle quali faremo cenno più avanti.

La situazione attuale
Intanto, certamente, l’immagine che si ha oggi della Cina è quella di un paese molto colpito dall’inquinamento, forse quello più colpito al mondo, almeno tra i grandi complessi statali. Naturalmente, per altro verso, i media occidentali non tralasciano occasione per sottolineare la gravità del problema.

Comunque, indubbiamente, il livello di degrado ambientale, in particolare in molte delle grandi città del paese, appare oggi certamente grave. Ma nello stesso tempo la Cina sta da qualche tempo facendo grandi sforzi per migliorare la Continua »

07 Feb Marco Gallicani

Campagna “banche armate”: a che punto siamo?

di Giorgio Beretta da Nonconimieisoldi

Lanciata nel 2000 in occasione del Grande Giubileo da tre riviste (Missione Oggi,Mosaico di paceNigrizia), la Campagna di pressione alle “banche armate” compie quindici anni. E’ tempo di fare un bilancio, ma anche di rinnovare alcune proposte oggi ancor più necessarie ed urgenti.

Sono due gli obiettivi che la campagna si è posta fin dall’inizio. Innanzitutto cercare di portare gli istituti di credito ad emanare direttive restrittive, rigorose e trasparenti sulle operazioni in appoggio alle esportazioni di armi e, più in generale, riguardo a tutte le attività di finanziamento alle industrie militari. In secondo luogo, mantenere alta l’attenzione del mondo politico e delle associazioni, laiche e cattoliche, sulle autorizzazioni rilasciate dall’esecutivo per le esportazioni di armamenti.

Se il primo obiettivo si può dire sufficientemente raggiunto almeno da parte dei principali gruppi bancari italiani, per quanto riguarda il secondo va invece segnalato il recente forte incremento di esportazioni di sistemi militari dall’Italia soprattutto verso i paesi in zone di conflitto, a regimi autoritari, a nazioni altamente indebitate che spendono rilevanti risorse in armamenti e alle forze armate di governi noti per le gravi e reiterate violazioni dei diritti umani. Nel contempo – e anche questo è un fatto quanto mai preoccupante – è venuto meno il controllo parlamentare ed è stata erosa l’informazione ufficiale tanto che oggi è impossibile conoscere con precisione dalla Relazione governativa le operazioni autorizzate e svolte dagli istituti di credito per esportazioni di armamenti. Il mese scorso la Campagna ha perciò promosso con la Rete italiana per il Disarmo una lettera a tutti i gruppi parlamentari chiedendo di riprendere il controllo delle esportazioni di armamenti e di attivarsi affinché nella Relazione governativa venga ripristinata la completa informazione richiesta dalla legge che regolamenta questa materia (la legge n.185 del 1990).

Le risposte da parte dei gruppi bancari alle richieste della campagna riguardo alle attività a sostegno della produzione e commercio di armamenti possono essere suddivise in [...continua su Nonconimieisoldi]

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