promozione della finanza solidale
25 Aug redazione

Wikieconomia, una rete contro la crisi

Leonardo Becchetti, già presidente del Comitato Etico di Banca Etica, ha scritto un nuovo libro. Su Avvenire ce n’era una ghiotta anticipazione.

Un giorno gli italiani hanno acceso il televisore e con l’alluvione di Olbia hanno scoperto i rischi dell’insostenibilità ambientale. Un altro con il rogo di Prato quelli dell’insostenibilità sociale. L’urgenza dei tempi che stiamo vivendo è tale che ci inchioda a scrivere sempre lo stesso libro. Che ruota attorno a quella leva che Archimede cercava per sollevare il mondo, al tema per il quale voglio essere ricordato con un epitaffio sulla mia lapide dove si dica che ho lavorato e lottato per il «voto col portafoglio».

Ovvero il potere enorme che abbiamo (ma che utilizziamo ancora solo in piccolissima parte) di influenzare il mercato premiando le imprese che sono all’avanguardia nella sostenibilità sociale e ambientale. Potere che dovremmo usare per il nostro bene (con autointeresse lungimirante) per evitare che sul mercato prevalgano scelte ambientali e sociali dissennate che ricadono sui nostri simili e alla fine, come un boomerang, anche su noi stessi.

Viviamo una fase del tutto particolare della vita economica del nostro pianeta. La globalizzazione è un po’ come l’epopea della frontiera nel Far West. Dove prima sono arrivati gli «spiriti animali» che  colonizzarono il nuovo mondo lungo la via del telegrafo.

Solo successivamente nella storia della frontiera americana sono arrivate le regole e le leggi. Così oggi le grandi imprese multinazionali sfruttano al meglio la possibilità di muoversi su scala globale lungo la via della rete delocalizzando la produzione dove conviene di più (e costa meno in termini di lavoro, ambiente e tasse). E colossi finanziari troppo grandi per fallire, troppo complessi per essere regolati, la fanno da padrone in una finanza ipertrofica come «battelli ebbri» di baudelairiana memoria che hanno rotto gli argini e i freni di regolatori deboli o collusi. Dandosi il nome di banca, ma operando in realtà da gigantesche bische dove prevale il trading ad alta frequenza e l’uso di derivati per finalità puramente speculativa [... continua su Avvenire]

18 Aug redazione

Il valore dei soldi: l’educazione finanziaria nel libro di Ugo Biggeri

dal blog di Banca Etica

Il valore dei soldi” è l’ultimo libro di Ugo Biggeri, presidente di Banca Etica.

Il libro, pubblicato da Edizioni San Paolo, è un vero e propriostrumento di educazione finanziaria, per capire questioni fondamentali in tema di banche, finanza ed economia.

Biggeri offre, con un linguaggio semplice ed accessibile, gli strumenti per pensare l’economia in termini più umani, coinvolgenti e responsabilizzanti, mostrando chiaramente come le nostre piccole scelte siano importanti. Anche spostare un conto corrente può essere un atto di responsabilizzazione, perché i nostri soldi vengono investiti e lavorano anche di notte, ma forse non servono a sostenere la visione del mondo che vorremmo promuovere: spesso, mentre noi ci impegniamo per una giusta causa, i nostri soldi gestiti dalle banche lavorano contro di noi.

La prefazione de “Il valore dei soldi” è curata da Stefano Zamagni, che dice “Il saggio di Ugo Biggeri che il lettore ha per mano è una combinazione, ben riuscita, di narrazione autobiografica, di lettura critica di uno dei più intriganti fenomeni dell’odierna vita economica – quello della finanza speculativa – e, infine, di una proposta credibile di azione da parte della società civile organizzata. Il libro tratta di questioni economico-finanziarie, ma il suo autore non è un economista di professione. È un banchiere sui generis che, affascinato dall’idea di rendere “migliore il mondo”, accetta la sfida di come “piegare” le regole di funzionamento della finanza per porla al servizio del bene comune“.

Il libro è disponibile nelle [... continua su Bancaetica.it]

13 Aug Alessandro Messina

Il credito al nonprofit in aumento. Merita una regolamentazione equa

scritto per AleMessina blog

Torniamo a occuparci di credito alle istituzioni nonprofit. Nel corso dell’annuale assemblea della Banca d’Italia, tenutasi lo scorso 30 maggio, il Governatore Ignazio Visco, ha dichiarato nelle sue Considerazioni finali: “Il credito complessivo all’economia italiana è in calo. I dati aggregati celano però andamenti differenti per le diverse categorie di debitori.”

Effettivamente, come noto, tra 2009 e 2013 gli impieghi delle banche italiane sono scesi nel complesso del 4% (se i numeri vengono depurati dall’effetto illusorio della pur bassa inflazione), con una punta del 5,4% proprio nell’ultimo anno.

Analizzando però in profondità le statistiche prodotte dall’autorità di vigilanza bancaria si notano, come sintetizzato proprio dal Governatore, “andamenti differenti”. In particolare, salta all’occhio,e sorprende in positivo, la tendenza della componente dei finanziamenti rivolti alle cosiddette Istituzioni Sociali Private (ISP). Con tale termine, le statistiche ufficiali indicano i produttori privati di beni e servizi “non destinabili alla vendita” quali associazioni culturali, sportive, fondazioni, partiti politici, sindacati ed enti religiosi. [... continua sul AleMessina blogspot]

08 Aug redazione

Il “capitalismo patrimoniale” secondo Thomas Piketty

Renata Targetti Lenzi per La Voce.info (altri articoli di finansol.it sul tema sono qui e qui (a firma del nostro Vincenzo) e qui

Piketty riporta al centro del dibattito il tema della disuguaglianza. E di come questa si perpetua di generazione in generazione, con un capitalismo patrimoniale che si fonda sull’accumulazione, da parte di pochi, di rendite dovute a beni ereditati. Classe media in declino e freni alla crescita.

UN’ANALISI DELLA DISUGUAGLIANZA
Capital in the Twenty-First Century di Thomas Piketty è un contributo importante al pensiero economico.
Riporta al centro del dibattito economico e politico il tema della diseguaglianza e della sua perpetuazione tra generazioni attraverso la trasmissione ereditaria delle diverse forme di capitale fisico, finanziario e umano, in una impostazione che può essere definita “classica”. L’analisi di Piketty è rivolta a spiegare il ruolo dell’accumulazione di capitale e della distribuzione del reddito
sul e nel processo di crescita dell’economia.

L’esito distributivo viene ricondotto a un conflitto tra categorie di percettori, più numerose ed eterogenee rispetto a quelle prese in considerazione da Ricardo o Marx. Non solo i lavoratori si contrappongono ai percettori di redditi da capitale e di rendite ma, all’interno di questa categoria, si distinguono i percettori di rendite finanziarie rispetto a quelli da proprietà immobiliare. Si deve a Piketty l’avere sviluppato, insieme a due colleghi (Anthony Atkinson a Cambridge ed Emmanuel Saez a Berkeley) una metodologia per ricostruire il livello di diseguaglianza nella distribuzione non solo dei redditi, ma anche della ricchezza nel lungo periodo, tanto in quei paesi occidentali dove esiste da tempo un’imposta personale sui redditi, quanto in Cina, in India e in molte nazioni dell’America latina. Raramente, in precedenza, l’analisi della diseguaglianza era stata effettuata nel lungo periodo: anche quando lo si era preso in considerazione, le stime della diseguaglianza riguardavano infatti solo i redditi, e quasi mai la ricchezza.

Il conflitto distributivo appare a Piketty particolarmente rilevante quanto ci si riferisce all’1 per cento più ricco. L’attenzione per tali percettori è un fenomeno molto recente. Per effettuare questa analisi è necessario infatti adottare specifici metodi di stima, condizionati dalle differenze fra i regimi fiscali e fra i tassi di evasione. In particolare, occorre risolvere problemi di comparabilità tra paesi, con particolare riferimento alla stima dei redditi finanziari.

L’analisi di Piketty mostra come i redditi più elevati costituiscano una quota significativa del reddito nazionale e del totale delle entrate fiscali, anche se i rispettivi percettori rappresentano una percentuale molto modesta della popolazione. Il gruppo dell’1 per cento più ricco non comprende d’altra parte solo percettori di redditi da capitale, ma anche di redditi da lavoro. Tra le possibili spiegazioni della crescita dei redditi più elevati si deve annoverare, dunque, anche il funzionamento del mercato internazionale del lavoro. I compensi più alti di alcune categorie di lavoratori come i manager e le cosiddette “superstar”, sono fissati dalle stesse categorie manageriali sulla base di criteri molto diversi da quelli prevalenti nel mercato del lavoro. Negli Stati Uniti (definito paese a diseguaglianza elevata) il reddito disponibile dell’1 per cento più ricco della popolazione è stato stimato, nel 2010, pari a ben il 20 per cento del totale (dati pubblicati dal Congressional Budget Office) essendo cresciuto tra il 2009 e il 2010 con una velocità ben superiore a quella di qualsiasi altro gruppo. In parallelo all’arricchimento progressivo dell’ultimo percentile, si è ridotto il peso della classe “media” (definita come quella che corrisponde al secondo, terzo, e quarto “quintile”, complessivamente al 60 per cento dei percettori): ha ricevuto, nel 2012, una quota pari al solo [... continua su La Voce.info]

05 Aug redazione

Movienomics: l’Italia attraverso i cult del cinema

da La Voce.info

Alcune pellicole restano indelebili nell’immaginario collettivo di un paese. Ma i nostri film hanno rispecchiato la situazione economica del dopoguerra? Un’analisi basata sul confronto tra cult movies e andamento di debito e Pil.

L’Italia ha una grande storia di cinema, e tanti film apprezzati anche all’estero, dal neorealismo fino a La grande bellezza. Ma ha prodotto anche un altro tipo di film che, in mancanza di una definizione migliore, chiameremo “di culto”. Sono film entrati nell’immaginario collettivo degli italiani così a fondo da dare luogo a memi: espressioni, frasi fatte o battute istantaneamente comprensibili come riferimenti. (per fare un esempio, chi non ha mai sentito l’espressione “Ma siamo uomini o caporali?”?).

La domanda che poniamo in questo articolo è: quanto della situazione economica dell’Italia del dopoguerra è stata riflessa e ha trovato riscontro in questa cinematografia cult? O quanto, invece, i film cult rappresentano evasione e quindi temi non correlati, o magari anche in contrasto con la situazione economica?

PIL E DEBITO
Di tutti questi mutamenti economici avvenuti in Italia dal dopoguerra non è possibile trattare in un breve articolo. Perciò, seppur con grave danno, siamo costretti a sintetizzarli tutti in due sole figure. La prima, qui sotto, riproduce il tasso di crescita del Pil reale, cioè quanto l’Italia ha prodotto in più rispetto all’anno precedente. Come si vede questo tasso, seppur positivo, è diminuito costantemente dal dopoguerra. Il tasso di crescita positivo significa che siamo sempre più ricchi. Ma è anche sempre più anemico: ciò vuol dire che  trovare lavoro è sempre più difficile perché le aziende assumeranno sempre di meno e i profitti e i salari cresceranno sempre più lentamente. Quindi siamo sempre più ricchi, ma sempre meno ottimisti per [... continua su La Voce.info]

30 Jul Alessandro Messina

Il Fondo per la prevenzione dell’usura

scritto per Credito Cooperativo

Come noto a chi si occupa di credito, la legge n. 108 del 1996 disciplina il reato di usura in Italia.

Un po’ meno noto – anche tra gli addetti ai lavori – è quanto prevede l’articolo 15 della stessa legge, che istituisce presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) il “Fondo per la prevenzione del fenomeno dell’usura”.

Si badi alla dizione: la finalità è la prevenzione dell’usura, non il sostegno a coloro che del fenomeno criminale cadono vittime. Quest’ultimo, infatti, è tutt’altro tipo di intervento, disciplinato dall’articolo 14 della stessa legge, che istituisce il “Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura”, non di interesse ai fini di questa serie di articoli (non si tratta di strumenti di garanzia ma di contributi a fondo perduto).

Il “Fondo per la prevenzione dell’usura” (da ora in poi Fondo) eroga due tipi di contributi [... continua sul blog Alemessina.blogspot.it]

28 Jul redazione

La nuova direzione del Populismo

da No Big Banks

Robert Reich ha elencato i 6 principi del nuovo populismo (incubo dell’establishment) in un recente post sul suo blog (The Six Principles of the New Populism (and the Establishment’s Nightmare)

La concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi sta portando molti americani al convincimento che il gioco sia truccato a favore di Wall Street: 5 anni di cosiddetta ripresa economica hanno prodotto grandi guadagni per pochi ricchi, ma per la classe media si è trattato di un disastro. In questo malcontento diffuso, si alimentano Populismi di destra e di sinistra, che – osserva Reich – si ritrovano attorno a 6 principi:

1. Tagliare le più grandi Banche di Wall Street per portarle a dimensioni tali che non sia più valido il principio del «troppo grande per fallire». Repubblicani e democratici convergono: «Non c’è niente di prudente nel salvataggio di Wall Street».

2. Reintrodurre il Glass-Steagall Act, la separazione bancaria.Come ricorderete la Sen. Warren (democratica) presentò insieme al repubblicano McCain un disegno di legge per il 21st century Glass-Steagall Act  – rimandiamo alla lettura di http://nobigbanks.it/2013/07/16/il-glass-steagall-act-del-21-secolo/ - Anche il Tea Party lo sostiene, fortemente.

3. Mettere la parole fine ai sussidi alle grandi imprese, alle aziende petrolifere, alle aziende farmaceutiche, a Wall Street.

4. Stop all’attività di spionaggio della National Security Agency – NSA.

5. Ridurre gli interventi americani oltreoceano.

6. Opporsi agli accordi commerciali costruiti su misura per le grandi corporation. Due decenni fa democratici e repubblicani introdussero gli accordi del Nafta – North American Free Trade Agreement.

Da quel momento i populisti di entrambi i partiti hanno fatto opposizione a trattati del genere, così come il Trans-Pacific Partnership, condotto in segreto da [.... continua su No Big Banks]

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