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27 Jan vincenzo.comito

La crisi dell’euro | parte 5 di 6: cosa fare?

E’ stato già sottolineato da qualche commentatore come la crisi attuale dell’Europa sia nella sostanza di tipo  politico, mentre si manifesta apparentemente soprattutto come crisi finanziaria. Essa nasce a suo tempo  dall’abbandono  del campo loro proprio da parte dei politici del continente – di destra e di sinistra-, a favore delle volontà dei  mercati, delle banche, delle agenzie di rating. Si sviluppa poi come una lotta da una parte tra i mercati finanziari – che vogliono semplicemente  fare crollare la moneta unica- e i deboli stati europei, dall’altra tra i paesi del Sud e quelli del Nord Europa. Prosegue infine con l’incapacità e la scarsa voglia della classe politica attuale di portare avanti un progetto di sviluppo complessivo e solidale del continente; tale indecisione contribuisce poi ad alimentare la crisi stessa, favorendo  la speculazione.

Per altro verso, come anche è stato  già scritto, questa crisi non potrà che finire, prima o poi,  o con l’uscita dall’euro dei paesi del Sud Europa, o con l’avvio deciso dell’Europa  verso una unificazione economica e politica sostanziale. Un’unione monetaria alla lunga non regge senza un’unione politica. Sino a che l’economia occidentale tirava, drogata peraltro dalla speculazione finanziaria, nessuno in Europa si è concretamente accorto del problema, ma ora quell’errore appare tutto intero.

Ma la seconda alternativa sopra delineata appare, ahimè, la meno probabile, per le fortissime resistenze politiche che essa incontra sul suo cammino, dovendosi in particolare scontrare, oltre che con la scarsa volontà della gran parte dei politici del continente a cedere gran parte del loro potere su base nazionale, con l’ostilità di gran parte dell’opinione pubblica di molti dei paesi interessati –risultato questo a favore del quale si sono adoperati con fervore negli anni anche quegli stessi politici che ora dovrebbero spingere per l’unità, nonché  i burocrati di Bruxelles-.  Oggi –in assenza di future novità sostanziali- appare dunque più probabile che la zona euro vada in pezzi, anche se non sappiamo quando e come.

Per una linea di uscita dalla crisi
Come si potrebbe in qualche modo uscire dalle difficoltà? La strada appare molto complessa ed articolata. Bisognerebbe agire Continua »

24 Jan vincenzo.comito

La crisi dell’euro | parte 4 di 6: la questione sociale

Come afferma un autorevole commentatore, ridurre i problemi dell’euro ad una questione di scarsa disciplina budgetaria da parte dei singoli stati è probabilmente la ragione per cui tutti gli sforzi per risolvere la crisi sono sino ad oggi falliti (Munchau, 2011).

Il fatto che i mali di cui soffrono alcuni dei paesi in difficoltà non siano tanto legati all’enormità del loro debito pubblico, di fronte invece alle autorità di Bruxelles che vogliono imporre a tutti i malati la stessa ricetta di tagli indiscriminati, ci porta a considerare che, almeno in parte, come già accennato, si sta combattendo una battaglia sbagliata e che l’obiettivo di Bruxelles, in piena sintonia con i mercati finanziari e le agenzie di rating, sia forse, in realtà, quello di imporre a tutti i paesi un ridimensionamento dell’intervento dei poteri pubblici nell’economia; il che ci  ricorda, per altro verso, che questa crisi, cominciata con le difficoltà delle banche, va avanti ora invece con il taglio dei salari, delle pensioni e dei servizi sociali.

Così i vari accordi salva-euro siglati negli ultimi due anni in realtà non hanno fatto nulla per risolvere i sottostanti problemi economici dell’Europa, che sono legati in realtà alla scarsa crescita, alle difficoltà specifiche dei paesi del sud, agli squilibri delle bilance dei pagamenti tra i vari paesi dell’eurozona e di molti di tali paesi con il resto del mondo, all’estendersi della disoccupazione e delle diseguaglianze.

Ma  teniamo conto che, complessivamente, il rapporto tra il debito pubblico e il pil è in Europa molto inferiore a quello degli  Stati Uniti, paese per il quale giocano anche le altissime spese militari e la bassissima imposizione fiscale, in particolare a favore dei più ricchi. Va sottolineato come alcuni dei paesi coinvolti più acutamente nella crisi, la Spagna, ma anche l’Irlanda e in parte almeno il Portogallo – paese che ancora nel 2008 aveva un rapporto debiti/pil del 71%, poco più della Germania-, non sono in difficoltà tanto per un alto livello di indebitamento pregresso, ma per altre ragioni, legate ad esempio alla crisi delle banche e/o del settore immobiliare.

La mancata crescita dei paesi del Sud Europa è legata poi a molti fattori, non ultimo quello relativo al fatto che dal momento dell’ ingresso nell’euro tali paesi non sono più Continua »

23 Jan Paolo Trezzi

La propria sorte e le ipnosi collettive

Noi nel nostro piccolo, nel nostro target formato da cinquanta milioni di clienti più che da cittadini, alcuni fattori ci fan piacere e moltiplicano lacrime e sangue.

Migliaia di italiani che faticano ad arrivare alla fine del mese, con figli laureatissimi e disoccupatissimi, posti davanti al dilemma se stare dalla parte del venditore abusivo straniero che vende finte Vuitton a diciannove euro o a quella del vero Vuitton che le vende a millenovecento, non hanno esitazioni: parteggiano per il miliardario.

Migliaia di operai e lavoratori vedono le loro fabbriche migrare verso la Romania, la Bulgaria, la Cina, ma non esitano a scagliarsi contro il marocchino, l’albanese, il bengalese che “ruba il lavoro”. Decenni fa la buona e brava gente della Nazione era via via illusa di migliorare la sua condizione, di mettersi al sicuro con il posto fisso, poi di fare un salto con la scolarizzazione di massa, poi di trionfare con l’ingegno italiano, il made in Italy, la fabbrichetta. Oggi il posto fisso non c’è più, il Made in Italy lo importiamo dalla Cina dove lavorano per sei pagati un sesto, la laurea in filosofia viene nascosta e negata persino nei curricula, se no non ti prendono a lavorare al call center o alla cassa del supermercato.

Si impone insomma la piccola borghesia scivolante, che slitta a velocità costante verso il proletariato, pur continuando a odiarlo come negli anni Venti. Ed intanto qualcuno che è sempre stato nella finanza, nella speculazione, nelle banche d’affari loro,  che non ha mai sentito il dovere di opporsi a quelli venuti prima di lui – che oggi lo sostengono – recita il mantra: sobrietà, sacrifici, spread, salva Italia, crescita, rigore, liberalizzazioni, equità. Deprimente o meno evidentemente funziona sempre. Continuamo a cascarci. Passando da un’ipnosi collettiva ad un’altra. Evidentemente molto preoccupati per le sorti di alcune decine di banchieri più che della propria.

18 Jan Marco Gallicani

Ierisera a Ballarò

Ierisera a Ballarò c’era l’ex presidente di Banca Etica, Fabio Salviato. Vorremmo provare un esperimento partecipativo: costruire un commento collettivo a partire da un dato di fatto. Se per caso l’avete perso in rete ci sono alcuni spezzoni.

Questo è il primo, e lo ha scritto Leonardo Becchetti per il suo blog su La Repubblica.

“Ieri sera a Ballarò, mentre i teleascoltatori si lambiccavano sui misteri dello spread un lampo di semplicità finanziaria ha squarciato la scena. Il fondatore di Banca Etica Fabio Salviato ha ricordato che la banca che presta prevalentemente a soggetti considerati non bancabili o difficilmente bancabili (cooperative sociali, imprese sociali, cittadini con scarse garanzie patrimoniali) ha un rapporto tra prestiti in sofferenza (ovvero non restituibili) e prestiti totali dello 0,6 percento contro una media del circa 5-6 percento del sistema bancario nazionale. Tutto questo, aggiungiamo, in un anno in cui Banca Etica ha aumentato il volume dei propri prestiti del 24% contro il 3 percento circa della media del sistema nazionale. Eppure gli ineffabili regolatori che hanno scritto le norme di Basilea I, II e III considerano la tipologia di clienti di Banca Etica a massimo rischio chiedendo un accantonamento di capitale a riserva alle banche superiore a quello richiesto per i famigerati derivati del credito che hanno causato la crisi finanziaria mondiale (e che ancora oggi valgono circa il 7 percento del loro valore nominale, cioè quasi nulla).

Salviato ha spiegato con molta semplicità che dietro questi risultati c’è un lavoro di cura e la costruzione di legami di fiducia tra banca e cliente. Proprio quello che il modello delle cartolarizzazioni ha perso. E, oltre a questo fattore fondamentale, ovviamente la professionalità nella gestione di direttore, neopresidente Biggeri e cda, la dedizione e la passione di una compagine Continua »

17 Jan vincenzo.comito

La crisi dell’euro | parte 3 di 6: speculatori ed agenzie di rating

In termini generali (come ci ricorda U. Beck), il sistema capitalistico e la sua variante neoliberista che esso ha assunto negli ultimi decenni appaiono ormai del tutto destabilizzati e delegittimati, ma le vecchie istituzioni continuano ad andare avanti, i vecchi attori, impregnati di ideologia neoliberista, continuano a far finta di niente, a governare e a gestire le cose come in passato, cercando di riprodurre il vecchio ordine.

Tagliare i deficit pubblici senza che l’economia sia veramente ripartita e peraltro senza un sistema bancario in grado di sostenere adeguatamente le imprese appare una strada sicura verso la stagnazione o anche la recessione. L’economia dell’occidente minaccia ora di essere intrappolata in un lungo decennio di scarso sviluppo economico e alto livello di disoccupazione (Krugman, 2010). Così ci troviamo di fronte ad una situazione che appare alla lunga insostenibile.

Questa crisi ha mostrato con chiarezza che, dopo un attimo di sbandamento, i mercati finanziari e le agenzie di rating, questi fratelli siamesi, sono tornati a dettare legge alla politica e agli stati. Si  può provare un sentimento di   rabbia nel vedere  delle agenzie di rating che negli ultimi dieci anni hanno sbagliato tutte le loro stime, continuare ad essere  prese ancora molto sul serio e i vari stati tremare davanti ai loro giudizi. Parallelamente  i mercati finanziari, appena salvati dall’intervento degli stati,  tendono a punire ora gli stessi stati per i loro deficit eccessivi provocati peraltro proprio  dagli interventi di salvataggio. Ricordiamo comunque che sui mercati internazionali  si ritrova una massa enorme di liquidità, sempre alla ricerca di rendimenti elevati e pronta a saltare da un impiego all’altro nel giro di pochi istanti.

Va peraltro sottolineato che, almeno in questo caso, gli speculatori sono stati letteralmente invitati ad intervenire dalle incertezze, dalle mezze verità  e dalle lentezze europee e Continua »

16 Jan redazione

Quella bandiera sognata da pochi

Stefano Lepri su La stampa

Quanta acqua è passata sotto i ponti… nel 1999 a Seattle, nel 2000 a Praga, nel 2001 a Genova la Tobin Tax (la tassa che dovrebbe colpire con una bassa aliquota ognuna delle migliaia di transazioni finanziarie effettuate ogni giorno) era la bandiera più accattivante, più chiara, delle proteste contro la globalizzazione nelle strade di tutto il mondo. Chi si ricorda? L’attivista franco-americana Susan George che la spiega in piazza Carignano, prima che la morte di Carlo Giuliani a qualche isolato di distanza oscurasse tutto? Il direttore del Monde diplomatique , Ignacio Ramonet, star dell’estrema sinistra, che rivendica di averla lanciata per primo nel 1997?

Ora, su quella tassa per mettere a freno la finanza si confrontano governi di centro-destra come quelli di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel. A ben guardare, tanto strano non è. Non voleva affossare il capitalismo, piuttosto salvare il capitalismo produttivo dagli squilibri finanziari, l’economista americano James Tobin, premio Nobel 1981, non a caso uno dei maestri di Mario Monti a Yale 46 anni fa. Inutilmente lo ripeteva, allora: «Io sono per il libero commercio, appoggio il Fmi, la Banca Mondiale e la Wto, non ho nulla a che fare con chi si proclama rivoluzionario». Tobin, rifacendosi a John Maynard Keynes, temeva che il moltiplicarsi di transazioni a breve o brevissimo termine finisse per distaccare completamente la finanza dal suo compito basilare di incanalare il risparmio negli investimenti produttivi dove può essere utilizzato con profitto; e creasse sui mercati (si riferiva soprattutto ai cambi delle monete) oscillazioni dannose per chi produce e commercia.

Però a scorgere i rischi della finanza erano in pochi, dieci o dodici anni fa. Anzi controlli e vincoli si attenuavano, secondo la dottrina del «tocco leggero» di Alan Greenspan Continua »

13 Jan Giulio Tagliavini

Etica e finanza sulla stampa

Come possiamo documentare l’attenzione e l’interesse che progredisce nel tempo sui temi dell’etica e della finanza ?

Uno strumento è verificare quanti articoli escono sulla stampa su questo tema. La rassegna stampa della Camera dei deputati è una buona base di riferimento. La rassegna prende in considerazione la stampa quotidiana e settimanale italiana. Non vengono considerati proprio tutti gli articoli pubblicati e tutti i quotidiani esistenti, ma è un archivio rilevante e di facile consultazione.

Il grafico riportato indica anno per anno il numero degli articoli che riportavano, nel titolo o nel testo, sia la parola “etica“ che la parola “finanza”. All’inizio degli anni duemila se ne consideravano qualche unità ogni anno. Poi a partire dal 2004 il tema è diventato caldo. Nel 2008 e 2009 è stato un argomento decisamente scottante.
Negli ultimi due anni il numero degli articoli è sceso un poco.

Siamo adesso a circa un articolo al giorno in media. Chi segue con attenzione e dedizione questi temi coglie un segno di enorme progresso.

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