promozione della finanza solidale
28 Mar Alessandro Messina

Le nuove frontiere della finanza etica | Parte 1

[da Lavorare nel sociale, Asino edizioni]

Qualche anno fa, quando ancora era all’apice del settore bancario, di cui era considerato il manager più capace, Alessandro Profumo sorprese una platea di studenti dichiarando che «lavorare in banca è noioso». Non aveva torto. E la considerazione vale anche per la finanza etica. Che, comunque la si guardi, significa fondamentalmente acquistare e rivendere denaro. Se non siete Ebenezer Scrooge è difficile trovarlo divertente.

Per fortuna nella finanza etica c’è qualcosa che va oltre. È, o dovrebbe essere, la permanente tensione verso la ricaduta concreta, diretta, delle operazioni realizzate nei confronti degli obiettivi sociali che ci si è dati. Qualcuno parla anche di impatto. Che però non sempre è così visibile. Un conto è una pratica di affidamento, con la quale prestiamo denaro a soggetti cui con tutta probabilità altre banche non avrebbero dato alcuna fiducia. Vediamo con i nostri occhi l’effetto prodotto da quel prestito, possiamo seguirne le evoluzioni nel tempo, gestirne le relazioni che ne derivano. Altro è un bonifico, la gestione di un dossier titoli, la profilatura antiriciclaggio della clientela, eccetera.

Qui si fanno i conti con due grandi temi che ormai condizionano l’attività di qualunque operatore finanziario. Il primo tema è la compressione della redditività, oggi patita anche dalle banche ortodosse e frutto di aspetti tanto esogeni (il livellamento dei tassi di interesse) quanto endogeni (il modello imprenditoriale della banca che appare non più adeguato agli assetti dell’economia e della società e che arranca nel seguire il dirompente sviluppo delle tecnologie). Qualunque impresa ha il problema della sostenibilità economica. Un tempo per gli intermediari finanziari non era così. Oggi sì, anche (soprattutto) per quelli di finanza etica.

L’altro tema critico deriva dalla rilevante funzione pubblica svolta dalla finanza, che per questo è giustamente sottoposta a una forte attività di controllo e regolamentazione da parte delle autorità di vigilanza (Banca d’Italia, Consob, Antitrust, ministero dell’Economia, Banca centrale europea, Autorità bancaria europea, tra le principali). Si calcola che dall’inizio della crisi vi siano stati due nuovi provvedimenti al giorno tesi a modificare i comportamenti delle banche e degli intermediari finanziari. Questa complessità e intensità di regole vale per le grandi banche, per le multinazionali della finanza ma anche per i piccoli operatori cooperativi, quelli del microcredito, le Mag e Banca Etica.

Così, una buona dose dell’entusiasmo, dell’energia, delle competenze che animano queste realtà controcorrente viene spesa giocoforza per stare a galla – adempiere le regole (essere compliant) – piuttosto che per andare con determinazione verso la direzione ricercata. Con il rischio di trovarsi in trappola. E di cadere nel paradosso dell’isomorfismo organizzativo, ben noto a molte istituzioni nonprofit: costretti a rispettare regole pensate e scritte per banche tradizionali, gli operatori alternativi si conformano progressivamente alle stesse logiche e col tempo perdono la propria capacità di essere agenti di cambiamento. [... continua nel prossimo articolo]

24 Mar Marco Gallicani

E’ nata JaKaF: la prima comunità autofinanziata libera da interessi

Dall’ incontro tra l’ Associazione Culturale Jak Italia e Acaf Italia nasce JaKaF: la prima comunità autofinanziata libera da interessi.

L’Associazione culturale Jak Italia si occupa da anni di divulgare il pensiero “free-interest” e delle possibili applicazioni che questo modello può avere in Italia; Acaf Italia è un’ associazione nata 3 anni fa, ad opera di alcuni giovani appassionati, che hanno portato in Italia un modello di microfinanza di condivisione denominato CaF (Comunità Autofinanziate).

Dall’ unione di queste realtà nasce JaKaF: la comunità autofinanziata senza interessi; JaKaF si tratta di un gruppo informale di persone (solitamente non più di 20) le quali stabiliscono democraticamente e liberamente le regole di gestione, nello specifico, le più importanti: le somme da risparmiare, la regolamentazione dei prestiti da erogare, le regole di deliberazione, l’attribuzione delle cariche. Tutto questo avviene nella più totale informalità, retti da un rapporto fiduciario che trasforma un gruppo di persone in Comunità.

In queste particolari realtà è stato instillato il seme di una finanza libera da interessi, nella convinzione che non vi sia vera solidarietà e mutualità senza l’eliminazione dell’elemento speculativo in ambito finanziario.

20 Mar Gianfranco Visconti

Perfettibile ma non malvagio: un’opinione sul piano di riforma delle Bcc

A mio giudizio, del progetto di riforma delle norme del Testo Unico Bancario (TUB, contenuto nel Decreto Legislativo n° 385 del 1993) sulle banche di credito cooperativo predisposto dalla Banca d’Italia (segnalato da un precedente articolo su Finansol) si può dire che, a differenza del Decreto-Legge sulle banche popolari, è rispettoso della natura di cooperativa delle bcc dato che crea uno strumento di aggregazione simile a quelli tipici di tutto il mondo cooperativo, vale a dire ai consorzi di cooperative (articoli 2602 e seguenti del Codice civile) ed ai gruppi cooperativi paritetici (articolo 2545-septies c.c.). Il fatto di dover creare una capogruppo con natura giuridica di società per azioni e di dover aderire al gruppo per poter esercitare l’attività bancaria come bcc non significa che la banca di credito cooperativo diventi da società cooperativa, società per azioni.

In realtà la società per azioni non può controllare una società cooperativa attraverso la partecipazione al capitale sociale di essa, visti i limiti al capitale sociale che può essere posseduto dal singolo socio e dato il sistema di voto capitario (un socio, un voto). Mentre è vero l’opposto: una società cooperativa che possieda una quota sufficiente del capitale sociale e dei diritti di voto può controllare una società per azioni.

I poteri di indirizzo e controllo della Spa capogruppo di questo progetto, infatti, non derivano dal possesso del capitale delle bcc aderenti al gruppo (che non sarebbe possibile. Pertanto, correttamente, il progetto di riforma non usa mai per designare queste banche il termine “controllate”), ma da un impegno contrattuale dal quale, se le cose non dovessero andare bene, la singola bcc potrà sempre recedere (anche se andrà incontro, ovviamente, a dei problemi).

Non solo, ma, coerentemente con i principi del diritto societario che abbiamo ricordato prima, in questo progetto di gruppo bancario cooperativo non è la Spa capogruppo a controllare le bcc, ma sono queste a controllare la Spa capogruppo dovendo esse possedere almeno un terzo del suo capitale sociale. Quindi, se la Spa capogruppo dovesse operare in modo non conforme alle aspettative dei Continua »

17 Mar redazione

Condannato il Consorzio dell’ABI Patti Chiari

di Fabio Fiorucci, da Diritto Bancario

Il Tribunale di Cuneo, con decisione senza precedenti (scarica la sentenza), ha condannato il Consorzio dell’ABI Patti Chiari, unitamente alla Banca Regionale Europea spa, al risarcimento di oltre 80.000 euro più le spese legali a un investitore per la perdita subita a seguito del fallimento della Lehman Brothers.

Il risparmiatore aveva comprato titoli obbligazionari della banca americana nel 2005; i titoli erano inseriti nell’elenco “obbligazioni basso rischio-basso rendimento” gestito e aggiornato dal Consorzio Patti Chiari.

Il Consorzio dell’ABI Patti Chiari – finalizzato ad offrire ai risparmiatori un servizio informativo fondato su valori di chiarezza, comprensibilità e comparabilità del prodotto - è stato condannato per avere colposamente mantenuto i titoli emessi da Lehman Brothers nel proprio listino tra le obbligazioni a basso rischio/basso rendimento. E ciò nonostante che tutti gli indicatori finanziari (e tra questi, in particolare, il VaR) avrebbero dovuto suggerire una ben diversa valutazione del titolo trattato.

Ad essere censurabile, ha spiegato Elio Lanutti, Presidente dell’Adusbef, è la circostanza che il risparmiatore non è stato informato per tempo dalla banca dell’elevato rischio delle obbligazioni, reclamizzate con il massimo dell’affidabilità sul consorzio ABI «Patti Chiari»: la banca, in sostanza, non avendo avvisato tempestivamente il cliente dell’aggravamento del livello di rischio dei bond acquistati non ha consentito allo stesso di venderli in tempo utile.

14 Mar Gianfranco Visconti

Il disegno di legge delega del governo sulla riforma del terzo settore | Parte IV – Il servizio civile e la disciplina fiscale

L’articolo è il 4° di 4. Allegato qui in pdf c’è tutto l’articolo completo

Come anticipato nel primo articolo su questo argomento l’art. 5 del ddl sulla delega al Governo per la riforma del terzo settore prevede i principi e criteri direttivi che dovrà rispettare la disciplina del “servizio civile universale”, cioè, sembrerebbe di capire, obbligatorio e tale da coinvolgere tutti i cittadini italiani di giovane età, senza distinzione di sesso, ma che tale non è, dato che l’articolo citato prevede che esso sia volontario, quindi facoltativo, e limitato ad un numero determinato di giovani, essenzialmente a causa delle limitate disponibilità finanziarie. Infatti, detto servizio:

a)      sarà “finalizzato alla difesa non armata” (curiosa espressione di ispirazione gandhiana che, francamente, non si capisce bene cosa voglia dire) attuata attraverso la promozione di attività di solidarietà, inclusione sociale, cittadinanza attiva, cultura della innovazione e della legalità, valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale, cittadinanza europea e pace tra i popoli. Definizione bellissima, non c’è che dire. Se poi un ragazzo finisce a fare le fotocopie in un ufficio, non se la prenda più di tanto;

b)      si baserà su un meccanismo di programmazione triennale dei contingenti di giovani tra i 18 ed i 28 anni che possono essere ammessi al servizio civile universale ma in realtà contingentato (o forse l’universalità riguarda i fini del servizio?). Insomma, esso sarà, come oggi, una piccola lotteria con cui un giovane potrà guadagnare qualcosa;

c)      nella programmazione e nell’organizzazione del servizio civile saranno, come oggi, coinvolti gli enti territoriali e gli enti pubblici e privati senza scopo di lucro. Questi ultimi dovranno accreditarsi come enti di servizio civile universale;

d)     si fonderà anche sulla definizione dello status giuridico dei giovani che presteranno questo servizio attraverso la previsione di uno specifico rapporto di servizio civile non assimilabile al rapporto di lavoro e non assoggettabile a qualsiasi disposizione tributaria. In altre parole, sul compenso per il servizio civile non si pagheranno imposte e contributi;

e)      dovrà avere un limite di durata e delle modalità di svolgimento che contemperino le finalità del servizio con le esigenze di vita e di lavoro dei giovani coinvolti (in altre parole, esso prevederà come oggi un impegno part time di qualche ora al giorno, non sarà certo il vecchio servizio militare) e potrà essere prestato anche in altri paesi dell’Unione Europea o al di fuori di questa per iniziative riconducibili alla promozione della pace ed alla cooperazione allo sviluppo, risorse finanziarie permettendo;

f)       le competenze acquisite durante il servizio dovranno essere riconosciute ai fini dei percorsi di istruzione (come crediti formativi, riteniamo) ed Continua »

10 Mar Bellavista

La campagna anti-corruzione in Cina funziona?

scritto da Simon Denyer per il Washington Post

Da tre anni il governo cinese ha cominciato un’estesa campagna anti-corruzione che ha portato decine di migliaia di funzionari del Partito Comunista a essere indagati. Oggi diversi esperti sono preoccupati che la corruzione sia diventata così tanto parte del sistema cinese che senza le tangenti molti progetti non sarebbero conclusi, con serie conseguenze sull’economia nazionale.

Il problema è stato riconosciuto anche tra i funzionari più importanti del governo di Pechino. Lunedì 9 febbraio il primo ministro cinese, Li Keqiang, ha chiesto ai funzionari locali di firmare un documento che li impegni a svolgere il loro lavoro in maniera trasparente e corretta.

Con le nuove politiche del governo cinese la corruzione non è stata eliminata, ma sono state prese diverse misure per limitare e individuare più facilmente le tangenti: per esempio si è cominciato a controllare con più attenzione la vendita di beni di lusso e i movimenti di denaro di ristoranti e hotel di prima categoria. L’ex enclave portoghese di Macao, nel sud-est della Cina, ha ridotto molto i profitti dal gioco d’azzardo, la principale fonte delle sue entrate.

Secondo alcuni funzionari cinesi, le nuove politiche anti-corruzione sono anche responsabili del rallentamento della crescita economica della Cina. Ren Jianming, professore di governance dell’Università Beihang di Pechino, ha sostenuto per esempio che i funzionari cinesi non sono abituati a un sistema che funzioni senza corruzione: oggi sono portati a “non fare niente” per evitare di “fare qualcosa” di sbagliato che li possa portare a essere indagati per corruzione [... continua a leggere su IlPost]

08 Mar Marco Gallicani

Banche di credito cooperativo, ecco la riforma di Bankitalia

da Il Messaggero

Una società capogruppo costituita in forma di società per azioni e autorizzata all’esercizio dett’attivita bancaria il cui capitale è detenuto per almeno un terzo dalle banche di credito cooperativo appartenenti al gruppo, che esercita attività di direzione e coordinamento sulle società del gruppo sulla base di un contratto.

E’ questo il contenuto dell’art 37 bis di nuova introduzione della riforma delle 379 banche di credito cooperativo italiane, concepito da Bankitalia e Tesoro.

Dopo le popolari, quindi, si profila una rivoluzione anche nelle più piccole banche cooperative radicate sul territorio. Il Messaggero.it è in grado di anticipare i nuovi articoli della riforma.

Il testo della riforma è un pdf che trovate cliccando qui

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