E’ stato già sottolineato da qualche commentatore come la crisi attuale dell’Europa sia nella sostanza di tipo politico, mentre si manifesta apparentemente soprattutto come crisi finanziaria. Essa nasce a suo tempo dall’abbandono del campo loro proprio da parte dei politici del continente – di destra e di sinistra-, a favore delle volontà dei mercati, delle banche, delle agenzie di rating. Si sviluppa poi come una lotta da una parte tra i mercati finanziari – che vogliono semplicemente fare crollare la moneta unica- e i deboli stati europei, dall’altra tra i paesi del Sud e quelli del Nord Europa. Prosegue infine con l’incapacità e la scarsa voglia della classe politica attuale di portare avanti un progetto di sviluppo complessivo e solidale del continente; tale indecisione contribuisce poi ad alimentare la crisi stessa, favorendo la speculazione.
Per altro verso, come anche è stato già scritto, questa crisi non potrà che finire, prima o poi, o con l’uscita dall’euro dei paesi del Sud Europa, o con l’avvio deciso dell’Europa verso una unificazione economica e politica sostanziale. Un’unione monetaria alla lunga non regge senza un’unione politica. Sino a che l’economia occidentale tirava, drogata peraltro dalla speculazione finanziaria, nessuno in Europa si è concretamente accorto del problema, ma ora quell’errore appare tutto intero.
Ma la seconda alternativa sopra delineata appare, ahimè, la meno probabile, per le fortissime resistenze politiche che essa incontra sul suo cammino, dovendosi in particolare scontrare, oltre che con la scarsa volontà della gran parte dei politici del continente a cedere gran parte del loro potere su base nazionale, con l’ostilità di gran parte dell’opinione pubblica di molti dei paesi interessati –risultato questo a favore del quale si sono adoperati con fervore negli anni anche quegli stessi politici che ora dovrebbero spingere per l’unità, nonché i burocrati di Bruxelles-. Oggi –in assenza di future novità sostanziali- appare dunque più probabile che la zona euro vada in pezzi, anche se non sappiamo quando e come.
Per una linea di uscita dalla crisi
Come si potrebbe in qualche modo uscire dalle difficoltà? La strada appare molto complessa ed articolata. Bisognerebbe agire Continua »




Migliaia di operai e lavoratori vedono le loro fabbriche migrare verso la Romania, la Bulgaria, la Cina, ma non esitano a scagliarsi contro il marocchino, l’albanese, il bengalese che “ruba il lavoro”. Decenni fa la buona e brava gente della Nazione era via via illusa di migliorare la sua condizione, di mettersi al sicuro con il posto fisso, poi di fare un salto con la scolarizzazione di massa, poi di trionfare con l’ingegno italiano, il made in Italy, la fabbrichetta. Oggi il posto fisso non c’è più, il Made in Italy lo importiamo dalla Cina dove lavorano per sei pagati un sesto, la laurea in filosofia viene nascosta e negata persino nei curricula, se no non ti prendono a lavorare al call center o alla cassa del supermercato.







