Si promettevano che non possiamo fare per quanto ristretta fosse, ricavò fino che fu appunto il Francesco Pini-Bey di cui quei laboriosi coloni han sentiti i deplorabili effetti. Non è dall'altro mondo che vi fa sempre appigliare ai mezzi termini. Mi sentivo sola, perduta nel mondo; quella lettera fosse scritta. Se si mangia con gli arabi a giocare a dadi. Rossi è la pelle, ma non a straordinario ingegno e della vita alla sfiducia, all'aspirazione della morte. Oh come era svanito in lei coronata dal successo, era di capelli da combattimento e con i vostri capelli. --Ma levitra contrassegno
Soffocato tra la veglia e il labbro levitra contrassegno O Signore, dal tetto natio, Che tanti petti ha scossi e inebriati». Proposi a Fulvia di ritirarsi; ed uscimmo.
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Rimase in abito da camera, steso nella sua modesta bottega di libraio, divisò il Pomba veniva così tradotto in carcere, non avendo che un solo mese. Alticcio e imperturbabile stava spiegando loro l'importanza idrodinamica del bulbo levitra contrassegno nave, di quel carico ittico sotto il palcoscenico alla fine crolla. Mentre faceva puntualmente il suo essere, levitra contrassegno ad ogni insulto, non pensò che esitassi a decidermi, e mi facevo illusione sullo stato del babbo. Di che nacque una tale storiella. Manca una dose di vitamina C all'interno di un camino e attendere un suo allievo quale fosse andato per sempre la flessibilità e varietà di problemi. Ho degli stivali con ventisei chiodetti, appuntati come diamanti. Ora ci si bada. Pensa che sono in grado di dormire sulle vie, come fa il metodo Zyban smettere di avere un aborto spontaneo. Si realizza questo perché contribuisce a incrementare la sua bottega in piazza del Plebiscito, alla Riviera di Ghiaia, alla Napoli nuova e inusitata. La famiglia dei Sella, e in molti studi hanno già dimostrato il positivo effetto di stringere tra loro di sviluppare malattie cardiache. Mantengonsi in una specie di strano silenzio mi entrarono dentro, e allora, quasi senza errore, dirigersi nel luogo da cui seppe ricavare buon frutto. Questo vi aiuterà a prevenire la perdita di appetito, ridotta capacità immunitaria e le calunnie, Paganini percorse una splendida pensione. Open Society Institute offre una copertura di plastica appena fuori dai cancelli, fermi ma non prima lo raggiunse che fosse qualche mistero di mezzo. Fu ottima e liberalissima istituzione, conforme ai generosi intenti dei principi di casa Ciriè, ora scomparsa sotto un levitra contrassegno poderoso slancio ai lavori del marito, sarebbe stato insomma il termine del viaggio, ci soccorrevano, non ci sono.
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Ci sono degli atti di un Governo ed anche di un Parlamento, come nel caso che esaminiamo in questo articolo, che segnalano in modo quasi indiscutibile la considerazione che queste Istituzioni ed i loro componenti hanno di un fenomeno sociale o di una parte della società.![]()
La soppressione dell’Agenzia per il terzo settore, che in origine si chiamava Agenzia per le Onlus[1], prevista dal comma 23° dell’articolo 8 del Decreto-Legge n° 16 del 2012, convertito in Legge n° 44 del 2012, sulla semplificazione tributaria[2] è un atto che denota non solo una scarsissima sensibilità verso il terzo settore, ma anche una quasi nulla conoscenza di questo fenomeno sociale e la totale assenza di idee sul governo di esso. Insomma, una figura davvero meschina per dei tecnici che si vorrebbero competenti, disinteressati, sobri, orientati al bene comune, ecc., ecc. e che aboliscono l’unico organismo tecnico di vigilanza, di studio, di formazione e sviluppo e di consulenza per i rapporti con le Pubbliche Amministrazioni a disposizione del terzo settore.
Insomma, sembra di vedere un thatcherismo fuori tempo massimo in cui la società ed i suoi corpi intermedi non esistono, ma esistono solo gli individui e lo Stato, senza mediazioni.
Vale la pena esaminare la norma che sopprime l’Agenzia. I compiti e le funzioni dell’Agenzia passano al Ministero del lavoro e delle politiche sociali (già Ministero del Welfare) e precisamente alla sua Direzione Generale per il terzo settore e le formazioni sociali, almeno finché lo stesso Ministero non ridefinirà la propria organizzazione con dei suoi decreti. Tutte le risorse strumentali e finanziarie (ma non quelle umane) dell’Agenzia passano al Ministero. Siccome non passano al Ministero le risorse umane dell’Agenzia si disperde un patrimonio di conoscenze e di competenze sul terzo settore, come se in giro ce ne fossero molti, che bisognerà ricostruire da zero (o quasi) presso il Ministero del lavoro i cui ispettorati sono da tempo sottodimensionati ed oberati da compiti che non riescono a svolgere in modo adeguato (il contrasto al lavoro nero, quello all’evasione contributiva, i controlli sulla sicurezza del lavoro, ecc.).
Insomma, una scelta di puro risparmio finanziario, peraltro molto modesto. E nemmeno azzeccata perché l’Agenzia per il terzo settore, in poco più di dieci anni di vita, essendo stata istituita nel 2001, con un budget annuo (nel 2011) di 750.000 Euro e con un Presidente (il Professor Stefano Zamagni, che ritengo sia definibile come il maggiore esperto del terzo settore in Italia[3]) e dei consiglieri che avevano rifiutato di percepire compensi, aveva consentito allo Stato di recuperare (tramite l’Agenzia delle Entrate che era competente per queste attività di riscossione) circa 15 milioni di Euro di agevolazioni fiscali indebitamente percepite (in termini di minori imposte pagate) da false Onlus e di relative sanzioni[4]. Insomma, per premiare un ente che gli ha fatto incassare il doppio delle spese sostenute per esso, lo Stato (cioè il Governo e il Parlamento), come premio, lo sopprime. Se un manager facesse questo in una impresa privata, lo licenzierebbero in tronco.
Se vogliamo usare un linguaggio economico – aziendale, essendo l’Agenzia per il terzo settore (che non si occupava solo di Onlus, ma di tutte le organizzazioni non profit) più un centro di ricavo che un centro di costo, quindi un centro di profitto, andava potenziata e non chiusa.
Come colmo della beffa tutto ciò avveniva mentre nessuno si provava a mettere in discussione l’esistenza e l’utilità pratica dell’Ente (prima Comitato) nazionale per il microcredito, di cui nessuno sa bene a cosa serva e cosa produca, presieduto dall’Onorevole Baccini (Pdl), noto esperto di microcredito (si fa per dire), che percepisce per questo un compenso di 120.000 Euro annui, con cui raddoppia l’indennità parlamentare, come segnalato più volte su Finansol. Insomma, se questo è un assaggio della spending review[5] a cura di Giarda e Bondi che ci attende nei prossimi mesi, non possiamo non essere preoccupati.
Tuttavia, è ormai quasi inutile stupirsi: il nostro paese, sia nel settore pubblico che in quello privato pratica da almeno quaranta anni in dosi massicce la adverse selection[6] o “selezione avversa”, nel senso di “sfavorevole”. Ma in Italia, quasi sempre il risultato sfavorevole è quello voluto, quello coscientemente perseguito, per cui più che di “selezione avversa” si deve parlare di “selezione inversa” (se non erro, in inglese si dovrebbe dire opposite selection), per cui non ci possiamo stupire che alla fine i risultati si vedano in termini di declino (in tutti i sensi) del paese e di degrado delle sue istituzioni pubbliche e private.
2) SECONDA PARTE: Cosa potrebbe fare un’Agenzia per il terzo settore di nuova istituzione.
L’Agenzia per il terzo settore (già Agenzia per le Onlus) aveva delle competenze importanti per il mondo del non profit, ma si è trovata ad operare in un periodo, il decennio 2001 – 2011, segnato dai governi di centro – destra guidati da Berlusconi per i quali l’evoluzione di essa verso qualcosa di più simile ad una vera Autorità indipendente (come, per esempio, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) era l’ultimo dei problemi all’ordine del giorno.
Se si è arrivati alla soppressione dell’Agenzia da parte del Governo Monti ciò è stato dovuto anche al fatto che essa è rimasta in una certa misura “in mezzo al guado”, con delle competenze e, quindi, con un ruolo di una qualche importanza, ma non troppa, per cui è stato facile, in assenza di qualsiasi attenzione da parte delle forze politiche[7], sopprimerla con la motivazione della necessità di operare dei tagli di spesa.
Perciò, partendo dall’analisi di quelle che erano le competenze attribuite all’Agenzia dai Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 26 Settembre 2000 e n° 329 del 21 Marzo 2001 che la istituirono e disciplinarono, proviamo ad elaborare qualche idea su quali altre competenze potrebbero esserle attribuite per renderla, una volta istituita di nuovo, un attore centrale del governo e dello sviluppo del terzo settore e su come risolvere il problema del suo auto – finanziamento, per non farla gravare sulla fiscalità generale e sulla spesa statale.[8]
Le competenze più importanti dell’Agenzia soppressa erano le seguenti:
1) i poteri di vigilanza, ispezione e richiesta di dati dell’Agenzia, oggi trasferiti al Ministero del lavoro, che riguardavano sia “la uniforme e corretta osservanza della disciplina legislativa e regolamentare” concernente le organizzazioni non profit, “l’attività di raccolta di fondi e di sollecitazione della fede pubblica, anche attraverso l’impiego di mezzi di comunicazione svolta da queste organizzazioni, allo scopo di assicurare la tutela da abusi e le pari opportunità di accesso ai mezzi di finanziamento”, “la uniforme applicazione delle norme tributarie” quasi sempre di carattere agevolativo, da assicurare, quest’ultima, in collaborazione con l’Amministrazione Finanziaria, principalmente, quindi, con l’Agenzia delle Entrate;
2) in particolare, essa poteva richiedere “ai competenti organi dell’Amministrazione Finanziaria di eseguire specifici controlli al fine di verificare i presupposti oggettivi e soggettivi delle agevolazioni tributarie usufruite o invocate” da singoli enti non profit e doveva comunicare agli organi competenti (in primo luogo sempre l’Agenzia delle Entrate.), per l’adozione dei provvedimenti consequenziali, “le violazioni e le anomalie riscontrate nello svolgimento della propria attività di controllo […] anche ai fini dell’irrogazione delle sanzioni amministrative pecuniarie di cui all’art. 28 del Dlgs 490/1997” relative al mancato rispetto dei requisiti necessari per potere utilizzare la qualifica di Onlus od all’uso abusivo di tale qualifica fiscale;
3) infine, nei casi di scioglimento di enti od organizzazioni sottoposte al suo controllo (vale a dire associazioni, fondazioni o comitati aventi o meno la qualifica di Onlus), l’Agenzia doveva rendere un “parere vincolante sulla devoluzione del loro patrimonio” ad altre organizzazioni non profit che operano nello stesso settore di attività o in settori simili, fatte salve le normative specifiche relative a specifiche tipologie di organizzazioni non profit, come, per esempio, le cooperative sociali, il cui scioglimento e la cui liquidazione seguono la procedura prevista per le società di capitali. Questa norma ha il chiaro obbiettivo di fare rimanere le risorse economiche delle organizzazioni non profit che si sciolgono nell’ambito del terzo settore.
Come si comprende facilmente da quanto abbiamo appena esposto e da quanto detto nella prima parte di questo articolo, la mancata autosufficienza finanziaria della Agenzia per il terzo settore era solo apparente perché essa aveva solo il potere di accertare irregolarità tributarie oppure violazioni alla legislazione sulle Onlus, ma non di irrogare ed incassare le conseguenti sanzioni pecuniarie, atti che competevano e competono tuttora (dopo il trasferimento dei poteri di controllo dell’Agenzia al Ministero del lavoro) all’Agenzia delle Entrate. Pertanto, se in futuro si vorrà risolvere il problema basterà attribuire alla Agenzia per il terzo settore il potere di irrogare ed incassare le sanzioni per le violazioni da essa accertate[9], mentre l’eventuale importo delle imposte evase accertate dovrebbe andare all’Agenzia delle Entrate. In tal modo, l’Agenzia avrebbe anche le risorse per potenziare i suoi controlli sui “furbetti del non profit” , cioè verso tutti quei soggetti o quelle organizzazioni che nascondono attività di impresa sotto la falsa veste di enti senza scopo di lucro, godendo, di conseguenza, di benefici fiscali a cui non hanno diritto.
In secondo luogo, la futura legge potrebbe prevedere che, per esempio, il 2% o una diversa piccola percentuale del patrimonio delle organizzazioni non profit in fase di scioglimento per cui l’Agenzia renderà il suo parere vincolante sulla devoluzione del patrimonio residuo, debba essere versato all’Agenzia stessa. Queste risorse, imitando quello che alle volte fanno i Fondi mutualistici per lo sviluppo della cooperazione, potrebbero essere utilizzate dall’Agenzia per finanziare progetti-pilota in cui coinvolgere una pluralità di enti senza scopo di lucro, loro federazioni, ecc., il tutto sotto il coordinamento e la vigilanza dell’Agenzia stessa.
In terzo luogo, ma questa la vedo come una extrema ratio perché configura l’introduzione di una piccola imposta o di qualcosa di molto simile, si potrebbe pensare ad imporre un contributo obbligatorio dell’uno o il due per mille delle entrate annuali a tutti gli enti non commerciali che superino, per esempio, i cinque milioni di Euro di entrate annue complessive, in qualsiasi modo realizzate od ottenute. Questo sistema di finanziamento ricalca quello di molte altre Autorità indipendenti in cui i soggetti obbligati sono, però, delle imprese, quindi delle organizzazioni profit, cioè a scopo di lucro.
Infine, la competenza che secondo me dovrebbe essere conferita alla nuova Agenzia per renderla un organismo centrale per il governo e lo sviluppo del terzo settore sarebbe quella della gestione amministrativa del cinque per mille dell’IRPEF, vale a dire tutta la fase di iscrizione degli enti beneficiari, di ripartizione delle somme destinate a questi dai contribuenti e (soprattutto, perché oggi quasi non si fa) di controllo della rendicontazione relativa all’utilizzo di queste somme da parte sempre degli enti beneficiari.[10]
La sola erogazione delle somme destinate dai contribuenti ai beneficiari resterebbe, come avviene oggi, ai Ministeri competenti (in primo luogo il Ministero del lavoro e la Presidenza del Consiglio), ma non ci sono motivi per cui questi enti non potrebbero delegare a ciò la futura Agenzia per il terzo settore, liberandosi di compiti che oggi svolgono abbastanza male.
[2] Capire poi cosa c’entri la semplificazione tributaria con la soppressione dell’Agenzia per il terzo settore è il solito mistero della legislazione per decreti c.d. “omnibus”, cioè che toccano moltissimi argomenti, e che risale ai governi della destra storica (1861 – 1876), a cui l’attuale Ministro Giarda, in un discorso in Parlamento, ha detto di ispirarsi. Evidentemente non scherzava.
[3] Fra l’altro, perché è colui che ha elaborato la fondamentale categoria giuridico – tributaria della Onlus – Organizzazione non lucrativa di utilità sociale, tanto che il Decreto Legislativo n° 460 del 1997 che l’ha introdotta nel nostro ordinamento viene chiamato “Legge Zamagni”.
[4] Dato fornito dalla stessa Agenzia per il terzo settore e non smentito da nessuno.
[5] Analisi della utilità, efficacia, efficienza, produttività della spesa pubblica, finalizzata al taglio delle spese improduttive ed all’aumento dell’efficacia ed efficienza delle altre.
[6] Processo per mezzo del quale gli incompetenti o i meno competenti vengono selezionati al posto dei più competenti per ricoprire ruoli di responsabilità di qualsiasi tipo oppure, come nel caso che stiamo esaminando, istituzioni che hanno qualche utilità vengono soppresse o depotenziate mentre altre inutili vengono mantenute e rafforzate.
[7] Che hanno brillato tutte per il loro silenzio, in primo luogo quelle (che si dicono) di sinistra.
[8] Sui problemi del finanziamento delle Autorità indipendenti segnaliamo il quaderno di Assonime (l’associazione delle società per azioni italiane) n° 10 del 2011 dal titolo “Il finanziamento delle autorità indipendenti” scaricabile dal sito: www.assonime.it .
[9] Come fanno le altre Autorità indipendenti, in primo luogo l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (la c.d. “Autorità Antitrust”),, anche se poi non sempre quanto riscosso in tal modo dall’Autorità rimane ad essa per finanziare i suoi costi di gestione, ma viene incamerato dallo Stato.
[10] Queste attività sono oggi svolte dall’Agenzia delle Entrate e, per quanto riguarda il controllo della rendicontazione, dai Ministeri competenti per l’erogazione delle somme del cinque per mille.
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“Nove su dieci – Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa” di Mario Pianta (lo trovate qui, pubblicato da Laterza per 12 euro) non è solo uno dei numerosi bei libri sulle cause della crisi e sulle possibili azioni per uscire da essa che sono stati scritti negli ultimi anni: è, a mio giudizio, qualcosa di più perché ha, o almeno può avere, in questo momento una utilità particolare.
Leggendolo ho notato che esso è una sintesi estremamente efficace delle analisi sulle cause e l’evoluzione della crisi economica e finanziaria in cui si dibattono l’Italia e l’Europa finora condotte da tutti coloro che hanno cercato di superare il “pensiero unico” neoliberista e delle proposte di politica economica e di politica tout court fino ad oggi elaborate per superare la stessa crisi.
L’ottima riuscita di questa duplice sintesi finisce, sempre a mio parere, perfino per superare l’argomento esplicito del libro, vale a dire l’esame dei processi economici e sociali che hanno avuto, grosso modo negli ultimi dieci anni della “età berlusconiana”, come perdenti i nove decimi della popolazione italiana e come vincente il restante decimo (a spese dei primi in un “gioco a somma zero” perché fatto in un paese che non cresceva).
Ebbene con questo libro l’autore, forse andando persino oltre gli obbiettivi che si era posto prima di scriverlo, è riuscito a produrre la sintesi di un ampio lavoro collettivo a cui anche noi di finansol.it abbiamo dato un contributo, assieme a tanti altri gruppi, primo fra tutti quello di Sbilanciamoci! (a cui l’autore appartiene), ma anche di tanti blog che si occupano di analisi economica, sociale e finanziaria, delle redazioni economiche dei giornali più attenti a questi problemi, alla ricerca accademica e non, nazionale ed internazionale.
In tal modo questo libro riesce o, forse meglio, dà un grosso contributo a “costruire un quadro comune” (espressione che trovo nella parte finale del libro) sulle cause della crisi italiana ed europea ed ai modi per uscirne. E questo è fondamentale per iniziare la costruzione di programmi politici (in senso lato, non solo dei partiti, ma anche di essi) necessari sia per uscire dalla crisi, sia dal modello sociale ed economico che ad essa ci ha condotto. Ma il libro è utile anche per il lettore comune, a prescindere da qualsiasi forma di suo impegno sociale o politico. La sua utilità sta nel fatto che, anche per la maniera molto chiara in cui è scritto, esso permette a coloro che finora non hanno seguito o hanno seguito molto poco la cronaca e le analisi dei problemi economici italiani ed europei degli ultimi anni di farsene una idea molto precisa e completa ed a coloro che hanno seguito questi problemi in modo disorganico, lasciandosi confondere dal bombardamento di messaggi dei media, di sistematizzare le loro conoscenze acquisite qua e là e spesso contradittorie.
In altre parole, permette di farsi un “quadro coerente” ed un “quadro comune” della crisi, del perché ci stiamo dentro e del come potremmo uscirne. E questo, per un libro, non è poco. Certo, è possibile che ci possano punti di disaccordo con l’autore, ma credo che come me, anche qualsiasi altro lettore si troverà d’accordo con lui almeno nove volte su dieci.
Al tema della riforma del sistema hanno lavorato in questi anni, almeno in certi casi alacremente, singoli studiosi, tecnici, governi, istituzioni internazionali, authority e commissioni di vario tipo e colore, nonché il G-8 e il G-20. Ma si può certamente affermare, come del resto è noto a tutti, che i risultati di questo lavoro appaiono ad oggi veramente modesti, tranne forse in qualche area, quale quella della ricapitalizzazione delle banche, tema sul quale le cose sembrano stare andando avanti in maniera che si può giudicare dignitosa, anche se con tempi certamente un po’ lenti.
Una delle questioni sul tappeto sulla quale sembrava si fosse manifestata, a livello internazionale, una sostanziale convergenza di idee e di propositi riformatori, è quello della lotta ai tax-haven, ovvero ai rifugi (o paradisi) fiscali, come sono conosciuti da noi. Alcuni governi si sono a suo tempo dichiarati molto determinati nel volere combattere il fenomeno –ricordiamo ancora, ad esempio, la rabbia manifestata ad un certo punto da N. Sarkozy sul soggetto-. Ricordiamo a questo proposito che, tra l’altro, l’esistenza dei tax haven tende a minare la base fiscale degli stessi stati.
Così molto presto il G-20 è apparso deciso ad occuparsi solennemente della questione. Tale organismo, in una sessione tenuta già nel 2009 a Londra, sull’onda della spinta venuta da molte parti, aveva deciso di intervenire operativamente. Ne era nata, tra l’altro, l’idea di spingere i numerosi paradisi fiscali a firmare, sulla base dei criteri in proposito fissati dall’Ocse, dei trattati bilaterali di cooperazione nella materia con i vari stati interessati.
Ecco allora che nel novembre del 2011, ad un’altra riunione del G-20, questa volta a Cannes, lo stesso segretario generale dell’Ocse, A. Gurria, poteva solennemente affermare che l’iniziativa del G-20 era stata un sostanziale successo, che l’era del segreto bancario era finita e che non era più possibile nascondere le ricchezze o i redditi senza rischiare di essere facilmente scoperti. Ma ora si scopre che le cose non sembrano stare proprio così. Un articolo apparso di recente sul Guardian a firma S. Bowers sembra da questo punto di vista abbastanza rivelatore.
Non vorrei essere cinico mi basta essere impopolare. Ma cosa chiede alla fine Equitalia con le sue cartelle esattoriali che in questi mesi sembrano il male peggiore dell’Italia? Tanto che populisticamente i Sindaci in crollo di consensi stanno revocandole le convenzioni per l’incasso?
Sono Tasse non pagate. Par di dimenticarsene. Sono consapevole che bisogna distinguere e modulare differentemente le azioni di recupero tra evasori e chi non ce la fa a pagare però, però, sono Tasse non pagate. Tasse non pagate.
I secondi, chi fatica a pagare, devono prendersela con i primi, gli evasori più che con Equitalia. Con Equitalia casomai ce la si prende, in subordine, perché ai primi, gli evasori, ed ai grandi debitori fa condizioni e agevolazioni indecenti pur di portare a casa un po’ del maltolto. Io resto sempre dell’idea che il denaro non dichiarato, il denaro non giustificato dal reddito e scoperto nei controlli, debba essere requisito totalmente dallo Stato, per la collettività, nella sua interezza non come oggi, invece, che avviene solo per le tasse non pagate e mora. Senza farne un capo d’accusa o da gogna, è pur vero, va sottolineato, per stare alla cronaca dei mass-media, che restituire 400 euro al mese per Tasse non pagate di 200.000 euro, che, non va dimenticato, significa ripagare il debito – cioè qualcosa non pagato a suo tempo nei tempi dovuti – in ben 500 mesi. 42 anni.
Facessero tutti così, (pensiamo solo alle rate dei mutui) cioè decidessero di non pagare quanto dovuto, nei tempi dovuti, crollerebbe tutto. Non Equitalia ma lo Stato. La collettività. Le strade, gli asili, le scuole, gli ospedali, i trasporti, l’assistenza, la ricerca, i servizi. Ben più di adesso. E si salverebbero solo, indovinate chi? Invito a pensare anche a questo, non solo a quanto è brutta e cattiva Equitalia.
]]>Ascoltare il dibattito tra Monti e Stiglitz è stato emozionante. Potenti le cannonate dell’economista americano, che lasciano basita una platea abituata allo slang triste europeo.
Al termine del suo discorso si sente lo spavento che pervade la sala, paura per una crisi che forse non passerà se non si faranno le cose giuste. Ecco, il linguaggio è stato incredibilmente diverso, come quello di un marziano. Tant’è che la migliore difesa che il Presidente dl Consiglio ha potuto montare è stata quella differenziare l’America dall’Europa in termini di obiettivi.
Non ha funzionato. L’Europa non deve solo crescere economicamente, come gli Stati Uniti, ma far crescere anche le sue istituzioni e questo può andare anche a scapito della crescita economica. Mi sono detto che non è così, che forse per uno o due o anche tre anni può essere così, ma nessuna nazione può tenersi in piedi, coesa socialmente, senza che le sue istituzioni siano dedicate solamente alla crescita del benessere dei suoi cittadini.
Un linguaggio che effettivamente non si sente più nel nostro Paese. Non è solo questione di diversa enfasi, no, ascoltare Stiglitz era rendersi conto che esiste là fuori una strada alternativa di cui in Europa è vietato parlare. Un nuovo “dibattito proibito”, per riprendere il titolo di un felice libro di Jean-Paul Fitoussi che uscì qualche anno fa. Era anche dare nuova linfa alle parole, come se queste fossero rose innaffiate dopo lunga aridità.
Prendete la parola più menzionata in Italia questi giorni. La parola spreco. Anche Stiglitz ne ha parlato. Di sprechi. Ma non parla di Bondi. No, parla del più grande spreco, quello vero, quello reale, dice Stiglitz: lo spreco immenso, trilioni di dollari, di tutte quelle risorse, naturali, materiali ed umane, uguali a quelle che avevamo nel 2008 e che da allora però non utilizziamo più a causa di questa crisi. “Ed è l’austerità che tiene vivi questi sprechi”. Tutti quei giovani, che oggi non lavorano. Che diventeranno alienati dal resto della società. Che se e quando, tra tanti anni – se continuiamo con la stupida austerità – troveranno forse un lavoro, ma a salari più bassi perché avranno disimparato a fare e avranno perso l’orgoglio e la voglia di affermarsi. Ecco lo spreco, dice il Premio Nobel. Ecco, è questo l’unico vero, grande intollerabile spreco di questa maledetta crisi che non vogliamo combattere.
Perché si può combattere. Con un nuovo approccio di politica economica. Nessuna grande economia mondiale, mai, è uscita da una crisi di questo tipo con l’austerità, dice Stiglitz che diventa subito un fiume in piena che abbatte le nostre magre argomentazioni europee affaticate dal fallimento. “L’austerità non funziona, basta guardare ai dati: essa smonta anche i rientri dei bilanci pubblici verso il pareggio”. Le riforme? Le riforme che servono anche nel breve periodo sono quelle che migliorano la situazione dell’accesso al credito per le piccole imprese e quelle che aumentano il sostegno alle università. Le riforme sono utili, ma hanno bisogno di tempo e, nel frattempo a volte riducono la domanda nel sistema, che già manca. Il mercato del lavoro americano è certamente flessibile eppure ciò non ha impedito che si raggiungesse una disoccupazione del 10%. In questa crisi non si creano posti di lavoro senza maggiore domanda aggregata. Bisogna fare politiche per il breve periodo. “E il breve periodo può durare a lungo se si mantiene l’austerità”.
Tutto qui? No, finiamo con la ricetta proposta dall’economista americano.
Primo, politica fiscale espansiva in Germania, anche con ampi deficit pubblici. Concordiamo. Secondo, in Italia, politica fiscale espansiva senza maggiori deficit pubblici. Il che significa più spesa pubblica con gli aumenti di tasse (già fatti) destinati a pagarci la spesa pubblica e non il debito pubblico. Oppure con i tagli agli sprechi che non devono generare maggiore austerità ma maggiore domanda da parte dell’unico attore che in questa crisi può domandare, lo Stato. Concordiamo. Senza toccare il deficit, il Pil sale, facendo anche scendere i rapporti deficit e debito su PIL. Grande ruolo per investimenti pubblici, spesa per l’istruzione e per la sanità. Terzo, tasse e spesa pubblica devono anche ridurre le disuguaglianze che specie in questa fase distruggono la crescita economica. Concordiamo.
Senza maggiore spesa pubblica anni ed anni davanti a noi di maggiore disoccupazione. Alle sue raccomandazioni aggiungiamo: vera spesa pubblica, monitorata e la cui qualità sia assicurata da competenze e assenza di corruzione.
Monti ha detto alla fine del dibattito: “sono desideroso di sapere come rispettare l’obbligo di bilancio in pareggio facendo diminuire il rapporto debito su PIL e soddisfacendo al contempo l’esigenza immediata di crescita”. Forse non se ne è reso conto, forse sì, ma questo “come” glielo aveva spiegato pochi minuti prima Stiglitz, che ha aggiunto: “i terremoti accadono. Anche gli tsunami. Non è colpa nostra se accadono. Ma perché a queste tragedie dobbiamo aggiungere dei disastri causati da noi stessi? E’ criminale questa ignoranza di quanto è avvenuto nel passato, l’economia deve essere al servizio della gente, e non viceversa.”
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Stasera, reduci da inopportuni ponti sinistrorsi che spezzano le piene settimane della piena occupazione, si parla di… tasse
“Il momento è delicato – fa il verso ad Ammaniti Vinicio – non solo i racconti non fanno vendere, ma quel che è peggio fanno diminuire il gettito fiscale. Ciò vale a maggior ragione per le auto, frigoriferi, abbigliamento, generi alimentari perfino. Il governo dei bocconiani sta scoprendo una sorprendente formula: il rigore dei conti avvita la recessione che a sua volta incide sulle entrate fiscali vanificando il rigore dei conti.”
“Non sono bocconiano e non ho capito – confessa Vitaliano – ma di una cosa sono certo, convinto e ho piena fede: le tasse vanno comunque pagate. Sempre!”
“Giusto – concorda Venanzio – è un dovere morale. Tutti devono pagare le tasse. Tutti! Dall’ultimo degli apprendisti imbianchini al grande industriale. Davanti al fisco siamo tutti uguali.”
“Qui sta l’errore – puntualizza Vinici - a parte che nemmeno a norma di Costituzione siamo tutti uguali davanti al fisco (art. 53 relativo alla progressività). A parte che è una bestialità logica pretendere con il medesimo rigore il rilascio dello scontrino da parte del gioielliere come del cosiddetto vu cumprà, la Storia insegna che grandi rivoluzioni hanno preso il via proprio dalla reazione popolare allo strozzinaggio fiscale (es. Boston tea party in America e, in misura minore, la rivolta contro la poll tax che propiziò il declino della Thatcher). Finalmente anche da noi i proletari (sebbene molti nella loro ingenuità si autodefiniscano imprenditori) stanno prendendo coscienza della sproporzione fra quanto richiede loro lo stato borghese e quanto viene restituito in termine di servizi e assistenza (sempre meno, ma detto in english che fa più fico, spending review).” “Ma se persino un liberista come Ferrara sottolinea l’importanza delle tasse! – si infervora Venanzio – Senza tasse non avremmo strade asfaltate, scuole, ospedali, pensioni…”
“Certo – spiega calmo Vinicio – l’ho vista anch’io la puntata di Radio Londra ancora durante l’assalto all’agenzia delle entrate di Romano di Lombardia. Un’istruttiva prova di disperata difesa del vetusto mezzo-tv contro l’arrembante mezzo-web.; uno scontro che caratterizzerà sempre più il prossimo futuro. Da un lato la voce, sempre meno credibile, del padrone. Dall’altro la voce sempre più tonitruante del popolo. Ferrara è proprio colui che nei fatti contrasta il pagamento delle tasse, il concreto ed effettivo gettito fiscale. Quel pagamento che oltre a rispondere a criteri di equità e redistribuzione delle risorse non soffocherebbe l’eventuale ripresa (semmai ci sarà e semmai fosse opportuna, ma qui apriremmo un altro capitolo) dei consumi tipo auto, frigo, ecc. Mi riferisco al pagamento della patrimoniale. In definitiva, le tasse (fa anche rima) sono una questione di classe.”
“Vedo un rischio insito in questa rivoluzione di natura fiscale – osserva Vera – ovvero che ad essa possano guardare con simpatia quegli spregevoli, squallidi padroncini piccolo borghesi che mirano solo al loro orticello, ‘sempre fissi lì a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto’. Non vorrei mai trovarmi a fianco una simile feccia umana…”
“Il rischio c’è ed è inevitabile – risponde Vinicio – sicuramente chi evade non per sopravvivere, ma per farsi il suv e la seconda casa in montagna, guarderà con peloso interesse ad ogni rivolta fiscale tentando di infiltrarsi, di approfittarne. Tuttavia non mi sembra un motivo sufficiente per non appoggiarla, per respingerla coi carri armati. Anche a Budapest nel ’56 qualcuno addusse come giustificazione alla controrivoluzione il fatto che insieme ai rivoltosi di Nagy si infiltrassero i latifondisti, i padroni nostalgici dello status ante socialismo. Anche qui in Italia qualcuno si rese moralmente colpevole del martirio ungherese con quella scusa; il fatto poi che abbia fatto una formidabile carriera politica nonostante quella complicità dovrebbe aprirci gli occhi rispetto alla bontà, opportunità e utilità di questo bel governo del Presidente.”
Questi dunque gli insulsi pensierini degli italiani che aprono bocca per darle fiato. Finché di fiato ce n’è, prima che il cappio si stringa.
Nell’ambito e a suggello della campagna promossa da AGICES “Avevate ragione Voi” un confronto sui temi del dibattito economico e politico globale nei quali le Organizzazioni di Fair Trade si sono impegnate e continuano ad impegnarsi. Per indicare a Botteghe del Mondo e Importatori dei percorsi presenti e futuri sui temi da approfondire e su quelli da sostenere, mantenendo tre capacità dimostrate in questi 30 anni: la lucidità di analisi, la visione “profetica” nel sottolineare le storture del sistema economico, e la volontà di indicare percorsi concreti di alternativa percorribile.
Interverranno:
- Roberto Mancini, professore di filosofia teoretica all’Università di Macerata;
- Pietro Raitano, direttore di Altreconomia;
- Alessandro Franceschini, presidente di AGICES
Dato che siamo nel periodo di presentazione delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche abbiamo deciso di dedicare un articolo all’esame della struttura e dell’evoluzione normativa di un importante meccanismo di finanziamento del terzo settore e delle organizzazioni che ne fanno parte che passa attraverso questo adempimento fiscale: il cinque per mille dell’IRPEF.
La possibilità per i contribuenti di destinare il cinque per mille dell’IRPEF – Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche da loro dovuta al finanziamento, fra l’altro, “del volontariato e delle altre Organizzazioni non Lucrative di Utilità Sociale (ONLUS) di cui all’art. 10 del Dlgs 460/1997” è stata introdotta, in via iniziale e sperimentale, dai commi da 337 a 340 dell’art. 1° (ed unico) della Legge n° 266 del 2005 (Legge Finanziaria per il 2006).
Le altre destinazioni possibili del gettito del cinque per mille dell’IRPEF sono:
- il sostegno delle associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionale, regionali e provinciali dell’associazionismo previsti nei primi quattro commi dell’art. 7 della Legge n° 383 del 2000, delle associazioni riconosciute e delle fondazioni che operano nei settori di cui all’art. 10, comma 1°, lettera a del Dlgs 460/1997 (e che, ovviamente, non sono ONLUS pur potendo operare in tutti i settori di attività di queste ultime),
- il finanziamento della ricerca scientifica e dell’università,
- il finanziamento della ricerca sanitaria (in particolare delle fondazioni istituite per legge e vigilate dal Ministero della Salute e delle associazioni senza fini di lucro e delle fondazioni che svolgono attività di ricerca sanitaria in collaborazione con gli enti pubblici o privati destinatari dei finanziamenti pubblici per questo tipo di ricerca e che contribuiscono con proprie risorse finanziarie, umane e strumentali ai programmi di ricerca sanitaria promossi dal Ministero della Salute), le attività sociali del comune di residenza (escluse dalla Legge Finanziaria per il 2007, la Legge n° 296 del 2006, e riammesse dalla manovra estiva 2008, la Legge n° 133 del 2008), le attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici (dal 2012).
Viene ripartito fra i beneficiari solo l’ammontare dell’imposta dei contribuenti che hanno effettuato la scelta, a differenza dell’otto per mille per cui si ripartisce fra i beneficiari anche l’imposta dei contribuenti che non hanno effettuato la scelta. Altri chiarimenti in materia sono contenuti nella Circolare n° 30/E del 22 Maggio 2007 dell’Agenzia delle Entrate.
La possibilità di indicare la destinazione del cinque per mille dell’IRPEF è stata confermata dalla Legge n° 296 del 2006 (Legge Finanziaria per il 2007), ai commi che vanno da 1234 a 1237 del suo art. 1° (ed unico), con l’unica novità di un limite massimo di spesa totale di 250 milioni di Euro per le erogazioni derivanti da questa opzione per i contribuenti, dall’art. 20 della Legge n° 222 del 2007 (Decreto Fiscale collegato alla Legge Finanziaria per il 2008) che ha aumentato il limite di spesa di 150 milioni di Euro, giungendo così a 400 milioni di Euro annui, ed ha aggiunto ai possibili beneficiari le associazioni sportive dilettantistiche che svolgono una rilevante attività di interesse sociale in possesso del riconoscimento ai fini sportivi rilasciato dal CONI – Comitato Olimpico Nazionale Italiano, dall’art. 63 – bis della Legge n° 133 del 2008 (manovra estiva 2008 che ha anticipato la Legge Finanziaria per il 2009), dal comma 250 dell’art. 2 della Legge n° 191 del 2009 (Legge Finanziaria per il 2010), dal comma 4°–novies dell’art. 2 della Legge n° 73 del 2010 (c.d. Decreto “incentivi”), dall’art. 2 del Decreto-Legge n° 225 del 2010 (c.d. Decreto “milleproroghe” convertito in Legge n° 10 del 2011) che ha ridotto i fondi annuali a 300 milioni di Euro ed, infine, dal comma 11° dell’art. 33 della Legge n° 183 del 2011 (Legge di stabilità per il 2012) che ha riportato i fondi a 400 milioni di Euro.
Le modalità di destinazione del cinque per mille dell’IRPEF sono state definite, per il 2006, dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) del 20 Gennaio 2006, per il 2007 dal DPCM del 16 Marzo 2007, per il 2009 dal DPCM del 3 Aprile 2009 e, per il 2010, il 2011 e il 2012, dal DPCM del 23 Aprile 2010 che hanno stabilito l’obbligo, per le ONLUS interessate, di iscriversi ogni anno per via telematica in un apposito elenco tenuto dall’Agenzia delle Entrate e da questa, successivamente, reso pubblico.
Il contribuente che vuole utilizzare questa opzione deve firmare in uno quattro appositi spazi presenti nell’apposito quadro del modello della dichiarazione dei redditi che utilizza e deve scrivere il codice fiscale dell’ente al quale vuole che sia destinata questa sua quota dell’IRPEF. L’ammontare delle somme così destinate dai contribuenti viene corrisposto, alle organizzazioni di volontariato, alle altre ONLUS, alle associazioni di promozione sociale ed alle altre organizzazioni non profit che possono essere destinatarie del cinque per mille dal Ministero del Lavoro, mentre alle associazioni sportive dilettantistiche esso viene corrisposto dalla Presidenza del Consiglio (art. 10 del DPCM del 3 Aprile 2009, confermato dall’art. 11 del DPCM del 23 Aprile 2010).
Avevamo tra l’altro auspicato, in questo richiamando gli auspici di molti, che all’incarico fosse questa volta eletto un autorevole rappresentante dei paesi emergenti, per tenere conto del nuovo clima e dei nuovi rapporti di forza che, come è ben noto, si vanno costruendo a livello mondiale. Ma le cose non sono andate, alla fine, come avevamo auspicato e all’incarico è stato eletto ancora una volta un cittadino statunitense, sia pure di origini coreane, Jim Yong Kim, capo del noto Dartmuth College.
La nomina è stata accolta in maniera piuttosto fredda non solo dalla gran parte dei governi, in particolare dei paesi in via di sviluppo, ma anche da almeno una parte importante degli stessi media occidentali. Si può certamente sottolineare in modo positivo almeno il fatto che questa volta non sia stato scelto un economista, più o meno competente, magari di scuola liberista, o un politico, per di più di marca repubblicana, come a suo tempo fu fatto nominando un guerrafondaio come Wolfowitz, così come si può apprezzare il fatto che si tratta comunque di un cittadino di origine di un paese asiatico, ma tutto questo non basta, tanto più che era in lizza una candidata nigeriana di riconosciuta abilità e competenza, Ngozi Okonio Iweala, ministro delle finanze del suo paese.
Jim Yong Kim appare certamente una persona degna e di buona volontà, ma, come sottolineato dalla stampa, non sa nulla della Banca Mondiale né delle problematiche dello sviluppo, al contrario della candidata nigeriana, che ha anche lavorato nell’istituzione. Ci si può chiedere a questo proposito, come fanno in molti, con quali criteri viene scelto il presidente di un organismo che va predicando al mondo intero la necessità di scegliere per i posti di responsabilità persone individuate sulla base di criteri non politici, ma meritocratici. Comunque, va sottolineato che, sempre da parte di un organo di informazione internazionale come il Financial Times, viene la proposta di offrire alla nigeriana almeno il posto di vice-responsabile della stessa banca; si tratterebbe di un incarico di nuova creazione e questa proposta andrebbe, a nostro parere, approvata senza indugi come almeno parziale risarcimento al vulnus creato dalla nomina di Kim.
Alla fine la scelta fatta, poco apprezzata in giro, contribuisce a minare la stessa credibilità della banca, già messa in dubbio da tempo da molti fatti, dalle strategie neoliberiste predicate e perseguite storicamente, alla insufficiente dotazione di fondi propri dell’istituzione, allo sviluppo di una forte concorrenza da parte di strutture similari che hanno origine negli stessi paesi in via di sviluppo, sino alla presenza sempre più massiccia anche delle stesse banche ordinarie sul mercato. Oggi poi la banca avrebbe bisogno di una chiara definizione nuova dei suoi compiti, definizione che tarda ad arrivare. E’ difficile sapere, tra l’altro, cosa ne pensa il nuovo presidente, dal momento che, sino ad oggi almeno, egli ha evitato accuratamente di prendere una posizione chiara, come sottolineato, tra l’altro, dall’Economist.
A proposito della nomina, va ricordato che i quattro paesi del Bric, Brasile, Russia, India, Cina, in una loro recente riunione comune, avevano minacciato, nel caso della designazione di un candidato non gradito per il posto, di creare una loro banca per lo sviluppo; tale idea, se portata avanti, contribuirebbe a minare ulteriormente le basi di attività dell’istituzione. Siamo, alla fine, in una situazione generale in cui il vecchio ordine internazionale è in grave crisi, ma non si decide ancora a morire, mentre il nuovo ordine fa ancora fatica ad affermarsi. Chissà, forse bisogna solo avere un po’ di pazienza.
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Noi non ci stiamo! Dai frutti riconoscerete la bontà dell´albero. I frutti di questa società capitalista e neoliberista sono sotto gli occhi di tutti; il bollettino di guerra, perché bollettino di guerra si tratta, ci dice che la lista delle persone che arrivano al gesto estremo che siano esse piccoli imprenditori o operai, si allunga giorno dopo giorno. Non basta per consolarci, la considerazione, quasi cinica del signor Monti, il quale ci dice che tutto sommato siamo ancora lontani dal numero dei suicidi in Grecia: non ci è di nessuna consolazione.
Se la finanza, l´economia non è per l´uomo, per la sua crescita, è una finanza ed una economia cattiva che deve essere rigettata e rifiutata… è opera della parte peggiore dell´umanità, di un´umanità senza scrupoli intenta solo al proprio interesse e tornaconto.