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		<title>Le piccole medie imprese e la successione imprenditoriale</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 09:44:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gianfranco Visconti</dc:creator>
				<category><![CDATA[governi e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo consumista]]></category>
		<category><![CDATA[distretti di economia solidale]]></category>
		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>
		<category><![CDATA[finanza globale]]></category>

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		<description><![CDATA[In questo articolo esaminiamo un aspetto cruciale della gestione aziendale che, pur toccando la struttura organizzativa, interessa principalmente l’assetto di controllo proprietario delle imprese e soprattutto delle PMI – Piccole e medie imprese, vale a dire quello del “cambio (o “passaggio”) generazionale” o della “successione” fra gli imprenditori che hanno creato e sviluppato una impresa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/09/main_image.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4241" title="main_image" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/09/main_image-316x195-custom.jpg" alt="" width="316" height="195" /></a>In questo articolo esaminiamo un aspetto cruciale della gestione aziendale che, <strong>pur toccando la struttura organizzativa, interessa principalmente l’assetto di controllo proprietario</strong> delle imprese e soprattutto delle PMI – Piccole e medie imprese, <strong>vale a dire quello del “cambio (o “passaggio”) generazionale” o della “successione” fra gli imprenditori che hanno creato e sviluppato una impresa fino al punto in cui è oggi ed i loro figli</strong> che hanno raggiunto l’età in cui possono dare il loro contributo alla gestione di essa.<br />
<strong>Esamineremo, inoltre, l’istituto giuridico del “patto di famiglia”, introdotto dalla Legge n. 55 del 2006 proprio per facilitare il passaggio di generazione in una famiglia</strong> che gestisce o possiede una impresa o detiene partecipazioni nel capitale di essa.</p>
<p><strong>Secondo stime della Commissione Europea, il problema del passaggio generazionale interessa ogni anno in Italia circa 40.000 imprese aventi forma diversa dall’impresa individuale</strong> a cui si aggiungono 60.000 imprese individuali, per un totale annuo di 100.000 imprese, pari al 2,5% del totale. <strong>Ma anche questo dato, pur ragguardevole, non dà l’esatta dimensione del problema visto che la successione alla guida dell’impresa non si può certo improvvisare e deve essere, pertanto, preparata con molto anticipo</strong>. Si stima, infatti, che circa il 20% delle imprese italiane, quindi circa 800.000 imprese, sia oggi interessato al problema del cambio generazionale, <strong>dal momento che questa è la percentuale dei titolari di imprese con più di 60 anni nel Centro Nord</strong>, mentre nel Sud l’età media di essi è più bassa, ma solo di qualche anno (fra i cinque ed i dieci). Si tenga inoltre presente che il tempo opera sulle aziende una vera e propria selezione darwiniana, per cui, sempre da studi della Commissione Europea, <strong>il tasso di sopravvivenza delle imprese di seconda generazione è stimato fra il 20 ed il 25%, mentre quello delle imprese di terza generazione è compreso fra il 5 ed il 15%</strong>, ma la dimensione aziendale media per fatturato, patrimonio, numero di occupati tende a crescere fra i vari passaggi generazionali. E’ facile comprendere, pertanto, quanto sia importante che vi siano dei meccanismi efficaci ed efficienti per affrontare questo passaggio cruciale dell’esistenza di una impresa proprio per garantire, se non proprio la crescita, almeno la continuità della creazione di valore, reddito ed occupazione da parte di essa.</p>
<p><strong>§) I modi per gestire il problema della successione nelle PMI familiari.<br />
</strong>Per questo esame partiamo quindi dalla premessa che quelle di cui parliamo sono, ovviamente, le imprese a proprietà e controllo<span id="more-4240"></span> familiare. L’impresa familiare è definibile come quella in cui una o poche famiglie, collegate da vincoli di parentela, di affinità o da solide alleanze, detengono una quota del capitale di rischio sufficiente ad assicurare il controllo dell’impresa anche quando esso è esercitato in presenza di manager e/o di amministratori esterni alla famiglia, fino ad includere il caso in cui nessun membro delle famiglie controllanti è impegnato nella gestione dell’azienda.  Per dare un’idea della diffusione del fenomeno, segnaliamo che tutti i principali istituti di ricerca e di statistica economica del nostro paese (Banca d’Italia, ISTAT, Unioncamere, ecc.) <strong>fissano ad almeno il 90% la percentuale delle imprese italiane rientranti nella citata definizione di “impresa familiare”</strong>.</p>
<p>A seconda del grado e della quantità della partecipazione di membri esterni alla famiglia agli organi societari ed al management, si può distinguere tra imprese familiari “tradizionali”, “allargate”, “aperte”, fino al “gruppo di imprese familiari” quando vi sono più società controllate dalle stesse persone o da una società capogruppo le cui quote o azioni sono detenute dai familiari . Quest’ultimo è il caso che possiamo definire della “piccola holding”, cioè di una società controllante con un capitale proprio piuttosto contenuto che detiene e gestisce partecipazioni nel capitale di società controllate che non hanno un elevato valore nominale ma che determinano da sole o che sono comunque significative per la formazione della maggioranza nell’assemblea dei soci. <strong>L’impresa familiare “allargata” è quella che utilizza manager esterni</strong> (quadri e dirigenti) di solito sulla spinta della crescente complessità della struttura da governare e dei problemi da risolvere, <strong>mentre è “aperta”, quando vi sono anche soggetti proprietari non familiari,</strong> per esempio, altri soci privati (imprese o persone fisiche), investitori istituzionali, fondi chiusi, banche creditrici che abbiano consolidato in tutto od in parte in capitale di rischio precedenti crediti illiquidi, ecc.</p>
<p>In particolare, poi, la forma di gruppo di imprese consente alla famiglia azionista controllante il vantaggio, in caso di fallimento di una o più delle società controllate, di limitare la responsabilità patrimoniale dei familiari soci nella misura delle quote di capitale detenute. Il vantaggio emerge soprattutto quando non c’è un unico azionista proprietario dell’intero gruppo.  Per le piccole e medie imprese il gruppo di società può rappresentare, come è avvenuto in tanti casi in Italia, il primo passo verso una struttura organizzativa più complessa che accompagni la crescita dimensionale, consentendo anche un certo grado di autonomia gestionale alle società controllate che difficilmente sarebbe possibile avere in una struttura multidivisionale di un’unica società. Questo modello può essere scelto anche per dare una maggiore articolazione alla struttura proprietaria.</p>
<p>E’ noto che l’assoluta non contendibilità alla famiglia della proprietà e del controllo dell’impresa ha come svantaggio la possibilità di finanziare la crescita solo con risorse proprie (i capitali dei familiari e gli utili dell’impresa, cioè l’autofinanziamento da essa generato) o, di solito e maggiormente, con capitale preso a prestito dalle Banche e non con capitale di rischio raccolto sul mercato borsistico o da soggetti terzi investitori. In questo caso le banche creditrici sono l’unico soggetto che può esercitare una supervisione ed un controllo sulla gestione dell’impresa, ma il frazionamento del rischio degli affidamenti bancari, il non elevato livello di indebitamento complessivo in assoluto ed in rapporto col capitale proprio ed, infine, una corretta e leale gestione dei rapporti con le banche può, nella maggior parte dei casi, evitare l’esercizio di questo tipo di controllo. Del resto, non è un caso se molti economisti, soprattutto anglosassoni, hanno messo in luce, anche attraverso ricerche empiriche, <strong>l’efficienza superiore alla media dell’impresa familiare di prima generazione e quella inferiore alla media della stessa impresa di seconda o di terza generazione. </strong></p>
<p>Per quanto riguarda la gestione concreta della fase del “cambio generazionale” o della “successione” della nuova generazione di imprenditori figli dei fondatori dell’azienda, la letteratura sul c.d. “dynastic management” e sulle imprese familiari (o “family firms”), suggerisce che questi ultimi devono scegliere, di fatto, fra queste tre alternative :<br />
<strong>1) allargare la proprietà rinunciando al controllo:</strong> l’impresa diventa una c.d. “public company”, gli imprenditori &#8211; azionisti – fondatori familiari e gli eventuali azionisti esterni scelgono di comune accordo il o i migliori manager professionisti disponibili sul mercato del lavoro (anche quadri o dirigenti formati all’interno dell’azienda, non solo esterni), che nel caso concreto sono più adatti a quel compito rispetto agli eredi;<br />
<strong>2) far entrare azionisti esterni di minoranza </strong>e chiamare il o i migliori manager professionisti disponibili, su cui il o gli azionisti – fondatori e/o i suoi o i loro eredi esercitano un controllo ravvicinato e puntuale;<br />
<strong>3) mantenere la stretta proprietà familiare</strong> e chiamare alla successione il o i family managers eredi.</p>
<p><strong>Nel mondo anglosassone prevale, di solito, la prima scelta, mentre le altre due sono tipiche dell’Europa continentale e, soprattutto, dell’Italia</strong>, in cui è prevalsa dal punto di vista numerico, finora e di gran lunga, la terza alternativa. Per le sole imprese di media e medio – grande dimensione con o senza forma di gruppo di società, un altro grande pericolo della fase di passaggio generazionale è che il gruppo o la singola impresa, invece di razionalizzarsi (se necessario, ovviamente), semplificando la propria struttura societaria od organizzativa, moltiplichi le proprie articolazioni societarie od organizzative per offrire una sistemazione a tutti i membri della seconda (o successiva) generazione di imprenditori. In questo modo si rischia di rendere ipertrofica la struttura giuridica ed organizzativa del gruppo di imprese familiari, di ostacolare la sua capacità di adattarsi ai cambiamenti del mercato e di sfruttare le sinergie fra le varie imprese del gruppo ed, in ultima analisi, di creare un’azienda con scopi tattici e difensivi, piuttosto che strategici e di sviluppo.</p>
<p><strong>§) Il “patto di famiglia” introdotto dalla Legge n. 55 del 2006.</strong><br />
Il fatto che il problema gestionale più spinoso per una impresa a proprietà e gestione familiare, specie se di dimensioni medie o piccole, sia, quasi sempre, quello della successione o del “cambio generazionale” deriva anche dall’assenza di specifici strumenti giuridici e, pertanto, vincolanti, utilizzabili dagli imprenditori per regolare questo fondamentale passaggio in modo tale da favorire l’erede o gli eredi che sembrano più adatti a continuare l’opera della precedente generazione come proprietari o come manager.</p>
<p>Per iniziare a risolvere questo problema della mancanza di strumenti giuridici specifici con cui regolare la successione nelle imprese familiari, la <a href="http://www.parlamento.it/parlam/leggi/06055l.htm">Legge n. 55 del 2006</a> <strong>ha introdotto nel Titolo IV del Libro II (sulle successioni) del Codice Civile il Capo V – bis, composto dagli articoli da 768 – bis a 768 – octies e dedicato all’istituto del “patto di famiglia”.</strong> Il patto di famiglia è un patto successorio, cioè un contratto <strong>“con cui taluno dispone della propria successione” che è sempre nullo, eccetto proprio il caso del patto di famiglia, la esclusione della cui nullità è stata introdotta nell’art. 458 c.c. dall’art. 1° della Legge 55/2006.</strong> L’art. 768 – bis definisce “patto di famiglia” “il contratto con cui […] l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda, e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote, ad uno o più discendenti”. La prima disposizione riguarda quindi l’imprenditore individuale che può trasferire l’azienda, cioè “il complesso dei beni organizzati […] per l’esercizio dell’impresa” (art. 2555 c.c.), e la seconda riguarda tutti i tipi di partecipazioni in società di persone, di capitali o cooperative.</p>
<p>Per questo motivo tale disposizione deve coordinarsi con la disciplina delle società (oltre che con l’art. 230 – bis c.c. sull’impresa familiare), per es., con l’art. 2284 c.c. che prevede, per il caso di morte del socio nelle società di persone, la scelta fra la liquidazione della quota agli eredi, lo scioglimento della società o la continuazione di essa con gli eredi consenzienti (a meno che l’atto costitutivo non disponga diversamente) o con l’art. 2469 c.c. riformato nel 2003 che prevede la possibilità che l’atto costitutivo delle Srl sancisca l’intrasferibilità assoluta delle quote anche nel caso di morte del socio. <strong>Il patto di famiglia deve essere concluso per atto pubblico a pena di nullità (art. 768 – ter c.c.) e ad esso “devono partecipare anche il coniuge e tutti i soggetti che sarebbero legittimari se in quel momento si aprisse la successione nel patrimonio dell’imprenditore”</strong> (art. 768 – quater, 1° comma, c.c.), vale a dire, ai sensi dei primi due commi dell’art. 536 c.c., il coniuge, i figli legittimi, i figli naturali e gli ascendenti legittimi. Gli assegnatari dell’azienda o delle partecipazioni societarie devono liquidare gli altri partecipanti al contratto, se questi non vi rinunziano in tutto o in parte, con il pagamento di una somma o, se tutti i contraenti sono d’accordo, con l’assegnazione di altri beni di valore corrispondente alle quote di riserva dei legittimari previste dagli artt. 536 e ss. c.c. Da ciò deriva che il “patto di famiglia” è uno strumento che può essere anche molto oneroso e che solo imprenditori con un cospicuo patrimonio personale extraziendale o proprietari di imprese con una buona liquidità si possono permettere di usare nel caso debbano liquidare una pluralità di legittimari.</p>
<p>I beni assegnati con questo contratto agli altri partecipanti devono essere imputati, in base al valore attribuito in esso, alle quote di legittima loro spettanti. Si deroga, pertanto, al principio che il valore dell’impresa sia valutato al momento della morte del de cuius, ma l’assegnazione può essere disposta anche con un successivo contratto che sia espressamente dichiarato collegato al primo e purché vi intervengano i medesimi soggetti che hanno partecipato al primo contratto o coloro che li hanno sostituiti (per esempio, i figli in caso di morte dei genitori). Quanto ricevuto dai contraenti non è soggetto a collazione (cioè al conferimento delle donazioni ricevute in vita dal de cuius nella massa attiva dell’eredità, art. 737 e ss. c.c.) o a riduzione (l’azione che permette ai legittimari, lesi per effetto di donazioni o disposizioni testamentarie lesive dei loro diritti, di ridurre tali disposizioni e di reintegrare la propria quota di riserva, art. 553 e ss. c.c.) (art. 768 – quater, commi 2, 3 e 4, c.c.).</p>
<p>Il patto può essere impugnato dai partecipanti per vizi del consenso (errore, violenza e dolo) ai sensi degli artt. 1427 e ss. c.c. entro il termine di prescrizione di un anno (art. 768 – quinquies c.c.) e, conseguentemente, può essere annullato se il consenso fu viziato. All’apertura della successione dell’imprenditore, i legittimari che non abbiano partecipato al contratto possono chiedere ai beneficiari del patto di famiglia il pagamento della somma di cui sopra prevista dall’art. 768 – quater, 2° comma, c.c. aumentata degli interessi legali. Il mancato pagamento costituisce motivo d’impugnazione del patto ai sensi dell’art. 768 – quinquies c.c., di cui al capoverso precedente.</p>
<p>Il contratto può essere sciolto o modificato dalle medesime persone che hanno concluso il patto di famiglia (quindi finché è in vita l’imprenditore che trasmette l’azienda o le partecipazioni societarie) mediante un nuovo contratto che rispetti la disciplina del patto di famiglia o mediante recesso, se espressamente previsto dal contratto stesso e che sia manifestato attraverso una dichiarazione agli altri contraenti al patto certificata, cioè autenticata da un notaio (art. 768 – septies c.c.). Le controversie sui patti di famiglia, prima di essere esaminate dal Giudice Ordinario, sono devolute preliminarmente ad uno degli organismi di conciliazione stragiudiziale previsti dall’art. 38 del Decreto Legislativo n. 5 del 2003, per esempio quelli delle Camere di Commercio (art. 768 – octies c.c.).</p>
<p>Concludendo, possiamo dire che <strong>il legislatore, facendo del patto di famiglia una tipologia contrattuale tipica, cioè prevista dalla legge, ha conferito forza cogente ad uno strumento che la pratica e gli studi di management già conoscevano</strong>, ma che prima non aveva valore legale e si limitava ad essere un insieme di principi &#8211; guida e di regole chiare e condivise sui rapporti tra famiglia ed impresa finalizzati allo sviluppo di medio – lungo periodo di quest’ultima. Le ragioni alla base di un simile strumento erano e sono <strong>l’aumento progressivo del numero di membri della famiglia proprietaria col passare delle generazioni e la diversità dei principi su cui si basano la famiglia (unità, fedeltà, mutua assistenza) e l’impresa (economicità, efficienza, produttività)</strong>. Esso serviva e serve a chiarire nel tempo (anche creando una memoria storica che altrimenti andrebbe persa) le regole, le ragioni e i valori che i familiari osservano o debbono osservare nei rapporti con l’impresa e può rappresentare uno strumento di pressione morale nei confronti di coloro che adottano o vogliono adottare dei comportamenti devianti rispetto ad essi.</p>
<p>Dante Alighieri nel Purgatorio scrive: <em>“Non sempre la virtute discende per li rami”</em>, intendendo che non sempre le virtù, cioè le qualità, dei padri si trasmettono ai figli. Non perché i figli sono peggiori dei padri, ma perché i figli sono sempre diversi dai padri. Un ottimo imprenditore può avere figli che hanno tutt’altre aspirazioni e capacità, così come tanti grandi imprenditori sono nati da famiglie in cui non c’era mai stato nessun imprenditore. Pertanto, una società ed un’economia che non abbiano degli strumenti efficaci per indirizzare al meglio i talenti dei singoli (e la società e l’economia italiane hanno molte e note carenze in questo) non possono che essere meno competitive e generare meno benessere delle altre che questi meccanismi posseggono in maggior misura.</p>
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		<title>Sono un capitalista</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 08:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Trezzi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono un capitalista. Sono un capitalista e me la passo bene. Possiedo molti beni, molti immobili in giro per il mondo. Aerei privati per il business e imbarcazioni da diporto. Faccio vacanze in località che voi nemmeno vi sognate. Sono un capitalista da sempre, come quasi tutti quelli della mia generazione. Ho ereditato i capitali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/09/capitalist-greed.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4235" title="capitalist-greed" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/09/capitalist-greed-233x352-custom.jpg" alt="" width="233" height="352" /></a>Sono un capitalista. <strong>Sono un capitalista e me la passo bene. Possiedo molti beni, molti immobili in giro per il mondo. </strong>Aerei privati per il business e imbarcazioni da diporto. Faccio vacanze in località che voi nemmeno vi sognate. <strong>Sono un capitalista da sempre, come quasi tutti quelli della mia generazione</strong>. Ho ereditato i capitali dai miei avi, sono nato capitalista. <strong>Non è difficile fare il capitalista, non servono particolari competenze</strong>. Non serve avere una grande cultura né elevato q.i. Non serve nemmeno lavorare, se è per quello. Sono i capitali che lavorano per te. Che corrono in giro per il mondo, tornando indietro con gli interessi. <strong>I soldi si fanno con i soldi, non con il lavoro</strong>. Ci sono dei fessi che si ammazzano di lavoro dalla mattina alla sera e non fanno altro che accumulare debiti. A volte ci penso, la mattina mentre faccio colazione e guardo giù in strada, dal mio attico. Tutti in coda verso il lavoro, con le loro macchinine comprate a rate … Dio mio, che patetici!</p>
<p><strong>Certo, per fare il capitalista qualcosina devi saper fare.</strong> La cosa più importante che occorre saper fare è parlare bene in pubblico, figa, questo è fondamentale. <strong>Bisogna saper parlare bene in pubblico tanto più se il pubblico è già ben predisposto, come per es. la platea di Rimini</strong>. Quella del meeting dell’amicizia (amici di chi?). Quella di comunione, fatturazione, sussidiarietà e oplà: sempre dalla parte degli ultimi, come conviene ad ogni buon cristiano. Infatti sono stati ospitati per esporre le loro ragioni gli ultimi, gli umili, gli oppressi. E se non siete nemmeno capaci di parlare bene in pubblico (come me, per es.), non c’è problema. Esistono figure specializzate (si chiamano manager) che voi pagate (tanto, ahimè) e le mandate là a parlare in vece vostra. <strong>Come per es. quel tizio col maglioncino blu, quel capitano coraggioso che ha l’ardire di investire addirittura in Italia!</strong> (dopo solo quarant’anni che il contribuente italiano ripiana le perdite dell’azienda che amministra). Certo, in cambio di qualcosina sui diritti e la dignità dei lavoratori. E gli tocca pure il grattacapo di dover rimettere in riga quelle tre zecche di Melfi che osano alzare la crestina … ma adesso li mette a posto lui, li mette … hi hi hi. <strong>Oppure come quel banchiere pelatino (stipendio 3,8 mln €) che si vanta di aver fatto la scommessa di assumere mille ragazzi (tacendo sul dettaglio di aver tagliato salari e ferie, ma ammiccando al segretario sindacale seduto accanto che ha firmato quel bel accordo)</strong>. E la platea ammirata giù ad applaudire, a dire che bravo, che coraggio! Quella bella platea colorata, con le loro magliette con su scritto ’sì, sono tutti miei …’ perché crescete e moltiplicatevi, perché il numero<span id="more-4234"></span> è potenza, perché <em>gott mit uns.</em></p>
<p>E’ facile fare il capitalista perché se ti va bene, ti va bene. Se ti va male, se fai qualche sbaglio (capita a chi non sa cosa sta facendo), ti va bene lo stesso. Come si dice in inglese? Too big to fail. <strong>Se sbagli, qualcun altro pagherà. </strong>Nell’autunno 2008 ce la siamo vista davvero brutta, noi capitalisti. È successo qualcosa, non so bene cosa, ma di davvero molto brutto. Si temeva che andasse tutto all’aria. ‘Collasso globale’, dicevano. Poi qualcuna ha pagato il conto (<strong>una bazzecola: oltre 5.000 miliardi di usd, roba da fare impallidire i fondi stanziati per il piano Marshall</strong>). Hanno pagato quei fessi che si mettono in coda al mattino con le loro utilitarie … hi hi hi. Gli stati nazionali, che si finanziano con le tasse di quei fessi che lavorano (almeno, di chi ancora ce l’ha un lavoro … hi hi hi), hanno ripianato i buchi fatti da noialtri. Solo che ora gli stati nazionali, ovviamente, hanno meno fondi per quei fessi. Per le loro scuole, i loro ospedali, le loro pensioni. Quindi tagliare, tagliare, tagliare! Zac, zac, zac! E i fessi a dire: “beh, certo. Bisogna essere ragionevoli. Bisogna fare sacrifici, c’è la crisi …”</p>
<p>Dio santo, che patetici …<br />
Mi piace fare il capitalista.</p>
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		<title>Il libero mercato, la Coop ed Esselunga: un dibattito italiano</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 14:13:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Trezzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[governi e finanza]]></category>
		<category><![CDATA[coop]]></category>
		<category><![CDATA[esselunga]]></category>
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		<description><![CDATA[A me né Coop né Esselunga stanno simpatiche, i modelli della GDO ritengo non siano sostenibili in termini di benessere collettivo, basterebbe conoscere un poco i Gas, i gruppi di acquisto, per averne, ulteriore, conferma (altre si possono avere in termine di urbanistica, distruzione del territorio, sviluppo autocentrico ecc). Però approfitto di un fatto recente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/Pagina-Esselunga.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4225" title="Pagina-Esselunga" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/Pagina-Esselunga-214x294-custom.jpg" alt="" width="214" height="294" /></a>A me né Coop né Esselunga stanno simpatiche, i modelli della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Grande_distribuzione_organizzata">GDO</a> <strong>ritengo non siano sostenibili in termini di benessere collettivo</strong>, basterebbe conoscere un poco i Gas, i gruppi di acquisto, per averne, ulteriore, conferma (altre si possono avere in termine di urbanistica, distruzione del territorio, sviluppo autocentrico ecc). <strong>Però approfitto di un fatto recente che li riguarda per provare a fare un passo oltre, o almeno di lato</strong>.</p>
<p>Innanzitutto la premessa; credo che leggendo un qualunque quotidiano di luglio non poteva sfuggire la storia pubblicata su ben 2 pagine intere <strong>di Esselunga che a Modena sarebbe costretta a cedere il suo grande lotto di terreno (44820 mq) dove doveva sorgere un nuovo supermercato, alla Coop Estense</strong>, proprietaria di un piccolissimo terreno confinante (8834mq) acquistato successivamente ad un’asta molto cara, <strong>perché quest’ultima sarebbe spalleggiata dal Comune</strong>. Pare che la lite tra le 2 vada avanti da una decina d&#8217;anni, con conseguente perdita di soldi, tempo e mancati guadagni. Un poco di polverone, ovviamente, si è sollevato.</p>
<p>Avanzano nei bar, nelle piazze, in rete, tra i politici,  già le sentenze: <strong>eccola qui, un&#8217;altra storia di soprusi, che questa volta però viene portata a conoscenza di tutti grazie ai mezzi economici impiegati dalla parte &#8220;lesa&#8221;! Esselunga parla al positivo, esorta concorrenza e libertà…</strong><br />
Deve avere quindi ragione.</p>
<p>La storia pubblicata su due pagine intere sembra, ma non è, un&#8217;inchiesta giornalistica, ma &#8220;solo&#8221; la versione di Esselunga che ha acquistato quegli spazi pubblicitari per far sentire la sua voce. La versione di Coop, un poco più complicata da trovare sui giornali, da sentire nei bar, nelle piazze, in rete è quella che non c’è nessun “patto occulto’ con il Comune di Modena volto ad impedire la costruzione di un supermercato Esselunga nella città. <strong>A loro sostegno Coop Estense ricorda che Esselunga dovrebbe prendersela anche con quei giudici</strong> penali, civili ed amministrativi che nelle cause da lei intentate contro Coop Estense ed il Comune, sino ad ora, gli hanno sempre dato torto. Così, basta un attimo e nascono sostenitori dei due partiti. Chi sta con Esselunga chi<span id="more-4224"></span> sta con Coop.</p>
<p>Chi da una parte dice che lo slogan “concorrenza e libertà” usato per le due pagine a pagamento di Esselunga è inappropriato, ha poco senso, perché nel libero mercato Coop ha sfruttato un asta – tra l’altro molto molto cara &#8211; per prendersi 8000 e rotti mq di terreno per tutelare il suo interesse, Esselunga nel libero mercato avrebbe dovuto offrire di più. <strong>Qualcuno potrebbe dire:</strong><em> “E&#8217; il mercato bellezza, proprio voi vi lamentate?”</em></p>
<p><strong>Chi dall’altra si accapiglia su chi abbia, veramente, i prezzi più bassi.</strong> La Coop ha prezzi piu&#8217; bassi a parità di prodotto perché la Coop sei tu. No è Esselunga che li ha più bassi, lo dice anche Altroconsumo e ci hanno fatto pure una massiccia campagna pubblicità, come hai fatto a non vederla? Tutta ideologia, par di sentire.<br />
Nessuno, sembra, ritiene e pensa, che il discorso invece è più ampio della diatriba coop/esselunga. I prezzi di Esselunga (o di coop) sono più bassi? Partiamo da qui. <strong>Inviterei a fare questo ragionamento che non è detto che non confermi le affermazione di chi parteggia per una o per l’altra però&#8230;.</strong></p>
<p>E se il prezzo più basso di Esselunga (o Coop) è figlio di un maggior sfruttamento che si fa? Si va ancora in Esselunga (o Coop)? E se Esselunga (o coop) chiedesse al produttore di essere pagato a 180-240-320 gg? Se chiedesse margini fin troppo risicati? Se chiedesse di applicargli uno sconto del 2-3% se vuole avere la certezza, il fornitore, di consegnare in un determinato lasso di orario altrimenti nisba, sta in coda con il suo autotreno anche per un tempo indefinito? E se poi ci sono gli sconti per gli anniversari? Per le varie offerte speciali? Sconto del 3-5% sul listino del produttore a favore della compartecipazione alle offerte&#8230;?</p>
<p>La concentrazione dei colossi della distribuzione permette la capacità sovente di “dettare il prezzo”. Auchan, Carreffour, Esselunga e Coop, per fare un esempio al riguardo, ne sono la prova lampante. <strong>Le quattro centrali d’acquisto delle quali si servono rispettivamente questi colossi, controllano da sole il 70% del mercato</strong>. (Rinascita – Auchan; Intermedia 90 – Carrefour; Esd Italia – Esselunga;  Finiper – Unes coop)<br />
Cioè hanno il potere di dettare il prezzo alle estremità della catena: produttore, cliente.</p>
<p>Però mi si può obiettare, giustamente, che non è detto &#8211; e non si sa &#8211; se Esselunga abbia regole molto diverse da Coop. Questo è si un problema. Ma non di Coop, e nemmeno di Esselunga, come verrebbe, forse, da pensare. E&#8217;, invece, un problema dei consumatori che non hanno strumenti responsabili e chiari per fare scelte consapevoli. Per tutto questo e mille altro ancora… aveva ragione Gino Veronelli: mangiare locale, mangiare sano, mangiare pulito e &#8220;prezzo sorgente&#8221; sul prodotto. <strong>Voglio sapere cosa hai pagato il prodotto al produttore&#8230;</strong> Sembra secondario ma così controlli anche la redistribuzione del capitale e forse tutta questa GDO non ha più la necessità di aprire un nuovo supermercato e di farsi la guerra con in mezzo noi.</p>
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		<title>A Cernobbio, come loro&#8230; ma con l&#8217;altra economia</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 09:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche quest’anno il forum alternativo (a quello dello Studio  Ambrosetti) di Sbilanciamoci! “L’impresa di un’economia diversa” si  tiene a Cernobbio, e a Como. Il titolo del forum di quest’anno è Fuori dalla crisi con un’altra economia.
Il forum avrà due sessioni. La prima che si svolge la mattina del 4 settembre, presso la Sala [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="../wp-content/uploads/2010/08/Header1.jpg"><img class="alignleft" title="Header1" src="../wp-content/uploads/2010/08/Header1.jpg" alt="" width="378" height="103" /></a>Anche quest’anno il forum alternativo (a quello dello Studio  Ambrosetti) di Sbilanciamoci! <strong>“L’impresa di un’economia diversa” si  tiene a Cernobbio, e a Como.</strong> Il titolo del forum di quest’anno è <strong>Fuori dalla crisi con un’altra economia</strong>.</p>
<p>Il forum avrà due sessioni. La <strong>prima</strong> che si svolge la mattina del 4 settembre, <strong>presso la Sala  del Comune di  Cernobbio</strong> ha per tema: <strong>“Le alternative al declino dell’Italia. 10  proposte concrete per uscire dalla crisi”.</strong> La crisi continua a far pesare i suoi gravi effetti sui lavoratori,  le famiglie, la parte più esposta della società. I provvedimenti del  governo Berlusconi e le politiche dell’Unione Europea mostrano tutti i  loro limiti e la loro inefficacia, nonché l’iniquità sociale: la crisi  non pesa su chi si è arricchito in questi anni, mentre cresce ogni  giorno il numero di disoccupati e di poveri. Le proposte concrete della  campagna Sbilanciamoci! per fronteggiare in modo diverso la crisi e per  progettare il modello di un’economia sostenibile, più equa e duratura.  Un decalogo di percorsi possibili per usare la spesa pubblica in modo  diverso, avviare nuove produzioni e consumi sostenibili, assicurare un  welfare più ampio per tutti, mettere in campo una politica fiscale che  salvaguardi i redditi e colpisca le ricchezze.</p>
<p>La <strong>seconda sessione</strong> che si svolge il pomeriggio  <strong>presso il Cinema Xanadu dell’ARCI</strong> ha per titolo: <strong>“Dopo la crisi. Idee e  strategie a confronto per un nuovo modello di sviluppo”</strong>. Come ripensare  l’economia ed il modello di sviluppo – a livello globale – dopo una  drammatica crisi che ne ha messo in discussione le fondamenta ed i  paradigmi più consolidati? La riflessione in ambito italiano ed europeo  su come costruire le strategie del “dopo la crisi” – rimettendo la  finanza al suo posto – attraverso un confronto di ricercatori ed  esponenti italiani ed europei sugli indirizzi di un’economia diversa: la  sostenibilità ambientale e la qualità sociale, la giustiza economica e  nuove produzioni e consumi, la cooperazione<span id="more-4216"></span> internazionale e lo sviluppo  di un welfare degno di questo nome, una politica di giustizia fiscale e  nuove forme di economia solidale.</p>
<p>Per partecipare sottoscrivi la scheda di partecipazione che trovate <a href="http://www.sbilanciamoci.org/">sul sito di Sbilanciamoci</a>. L’iniziativa è autofinanziata:  si auspica un contributo volontario per poter permettere la copertura dei costi dell’iniziativa.<strong><br />
</strong></p>
<p>Sempre sul  sito è stato pubblicato il <a href="http://www.sbilanciamoci.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1064">programma</a> definitivo della giornata</p>
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		<title>Fair</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Aug 2010 13:32:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Tagliavini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;economista Bart Wilson prova ad approfondire il significato della parola &#8220;fair&#8221;, una parola che nel mondo anglosassone è spesso usata da politici ed esperti per descrivere le politiche che favoriscono uno sviluppo &#8220;giusto&#8221;.
Ma cosa significa &#8220;equo&#8221; in realtà? Bart Wilson sostiene che l&#8217;equità  non dovrebbe essere interpretata come la parità di risultato, ma come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/EquoPerTutti.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4211" title="EquoPerTutti" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/EquoPerTutti-420x80-custom.jpg" alt="" width="420" height="80" /></a>L&#8217;economista <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Bart_Wilson">Bart Wilson</a> prova ad approfondire il significato della parola <em>&#8220;fair&#8221;, </em>una parola che nel mondo anglosassone è spesso usata da politici ed esperti per descrivere le politiche che favoriscono uno sviluppo &#8220;giusto&#8221;.</p>
<p>Ma cosa significa &#8220;equo&#8221; in realtà? <strong>Bart Wilson sostiene che l&#8217;equità  non dovrebbe essere interpretata come la parità di risultato, ma come un  processo in cui tutti giocano le regole e gli accordi di onori</strong>. Quando  i legislatori oscurano la definizione di questa parola, ne può derivare una politica inefficace, arbitraria, e fondamentalmente ingiusta.</p>
<p>Il video dell&#8217;intervista <a href="http://www.youtube.com/watch?v=HaFpB7z5y3Y">lo trovate qui</a>, ovviamente in inglese (ma è assolutamente comprensibile)</p>
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		<title>Il microcredito mi ha cambiato la vita</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 07:31:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Gallicani</dc:creator>
				<category><![CDATA[microfinanza]]></category>
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		<description><![CDATA[Il microcredito contagia il meeting di cielle&#8230; PerMicro inoltra l&#8217;invito al convegno &#8220;Il microcredito mi ha cambiato la vita&#8221;, che si terrà Venerdì 27 agosto ore 11.15 &#8211; Sala A2, organizzato da Fondazione Cariplo con il patrocinio dell’ACRI.
Anche Cl evidentemente s&#8217;è accorta &#8211; e siam nel 2010 d&#8217;altro canto &#8211; che il microcredito è una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/373.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4208" title="373" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/373.jpg" alt="" width="190" height="60" /></a>Il microcredito contagia il meeting di cielle&#8230; PerMicro inoltra l&#8217;invito al convegno <strong>&#8220;Il microcredito mi ha cambiato la vita&#8221;</strong>, che si terrà <strong>Venerdì 27 agosto ore 11.15 &#8211; Sala A2</strong>, organizzato da Fondazione Cariplo con il patrocinio dell’ACRI.</p>
<p>Anche Cl evidentemente s&#8217;è accorta &#8211; e siam nel 2010 d&#8217;altro canto &#8211; che il microcredito è una pratica sempre più diffusa perchè poche migliaia di euro possono consentire a chi non ha accesso al prestito bancario tradizionale di avviare percorsi virtuosi o uscire da periodi di crisi. Le fondazioni di origine bancaria vogliono aprire il dibattito sull’argomento, convinte che possa rappresentare una forte leva di inclusione e coesione sociale.</p>
<p>Intervengono:<br />
- <strong>GIUSEPPE GUZZETTI</strong> &#8211; Presidente Fondazione Cariplo e ACRI<br />
- <strong>LUCA REMMERT</strong> &#8211; Coordinatore della Commissione ACRI per il Microcredito<br />
- <strong>DON VITTORIO NOZZA</strong> &#8211; Direttore Caritas Italiana<br />
- <strong>SAVINO PEZZOTTA</strong> &#8211; Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati<br />
- <strong>MARIA IDA GERMONTANI</strong> &#8211; Commissione Finanze e Commissione per la Parità del Senato<br />
- <strong>LUIGI CASERO</strong> &#8211; Sottosegretario di Stato all&#8217;Economia e alle Finanze</p>
<p>PerMicro e Banca Etica (e Fondazione Risorsa Donna) saranno tra le testimonianze, nelle mani di Antonio Quaglio de Il Sole 24 Ore. Per partecipare, <a href="http://www.fondazionecariplo.it/GestioneEvento/page38.do?sp=page42&amp;link=ln139&amp;kcond34.att20=58">bisogna iscriversi (clic)</a></p>
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		<title>Se facessimo caso ai dati sarebbe un pò più semplice</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2010 09:25:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Trezzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[governi e finanza]]></category>
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		<category><![CDATA[evasione fiscale]]></category>
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		<description><![CDATA[Non è che non mi piacciono gli editoriali del prof. Giavazzi sul Corsera, le analisi del prof. Boeri di lavoce.info o le opinioni di Stefano Folli del Sole24ore o di Franco Debenedetti di Repubblica che con regolarità si possono leggere sulla stampa maggiormente diffusa &#8220;che crea opinione&#8221;. In tutti c’è da riflettere.
Ma tutti: editoriali, analisi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/cart5.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-4201" title="cart5" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/cart5-337x224-custom.jpg" alt="" width="337" height="224" /></a>Non è che non mi piacciono gli editoriali <strong>del</strong> <strong>prof. Giavazzi</strong> sul Corsera, <strong>le analisi del prof. Boeri</strong> di lavoce.info o <strong>le opinioni di Stefano Folli</strong> del Sole24ore o <strong>di Franco Debenedetti di Repubblica</strong> che con regolarità si possono leggere sulla stampa maggiormente diffusa <strong>&#8220;che crea opinione&#8221;</strong>. In tutti c’è da riflettere.</p>
<p><strong>Ma tutti: editoriali, analisi, opinioni, mi sia permesso, mancano, sempre, di 2 cose: il punto di vista del lavoratore, del salariato. E quello dell’alternativa</strong>. Ovviamente non è obbligatorio. <strong>Però sarebbe (stato) utile</strong>. Per diverse ragioni: conti pubblici; crisi finanziaria e regole obsolete, forza commerciale e produttiva dei Paesi senza diritti (questi i recenti argomenti di attualità trattati) tutti evidenziano, in maniera più o meno esplicita, su chi caricare maggiormente il peso per uscire dalla crisi.</p>
<p><strong>Caricarlo giocoforza sia ben chiaro. Ecco è il giocoforza che io non condivido. </strong>Il referendum Fiat, non a caso preso come spartiacque, come difesa dell’industria, diventerà la Bibbia per avvicinarci più ai Paesi stile Cina come diritti che come ritorno economico. Ma questo non si esplicita.</p>
<p><strong>Se facessimo caso ai dati sarebbe un poco più semplice.</strong> Negli ultimi 10anni di Piani la Fiat ne ha già sfornati 7. <strong>Degli obiettivi lì indicati non ne ha realizzato, ma neanche perseguito, nemmeno uno. </strong>Ma è un andazzo generale: se i programmi di rilancio enunciati da tutte le case andassero in porto (non è solo la Fiat a voler crescere) <strong>nel giro di 5 anni si dovrebbero produrre e vendere in Eu 30milioni di auto l’anno</strong>. Il doppio delle vendite pre-crisi. <strong>Un’autentica follia.</strong> Non è quindi, ora di chiedersi, per salvare industria e lavoro in Italia, non solo come si produce ma anche<span id="more-4200"></span> cosa? Si citano &#8211; in questi  editoriali, analisi, opinioni &#8211; gli imprenditori che hanno messo mano al loro patrimonio per salvare azienda e posti di lavoro.</p>
<p>Ce ne sono molti, troppi, però che non hanno mai investito nell’azienda, hanno rincorso il profitto facile e la finanza, hanno sfruttato la flessibilità del lavoro, hanno preferito togliere liquidità ed ora criticano &#8211; trovando sponda sulla stampa maggiormente diffusa &#8220;che crea opinione&#8221;- il poco accesso al credito bancario.<strong><br />
Ma questo non si esplicita.</strong></p>
<p>Vogliamo analizzare anche come sono stati fatti questi profitti personali? <strong>I lavoratori </strong>-dati Banca Mondiale- <strong>trasferiscono ogni anno, 5000/7000€ ai percettori di profitti</strong>. Dovrebbe essere semplice, quindi, chi finora ha retto il carico dell’economia reale italiana. <strong>Ma questo non si esplicita.</strong><br />
Facciamoci caso poi: un imprenditore assume i propri nuovi dipendenti tramite percorso precario &#8211; flessibile lo chiamano il sen. Ichino e la Presidente di confindustria Marcegaglia &#8211; 3 mesi e poi la giostra gira: a casa o altri 3 mesi e via così.  Allora mi permetto. <strong>Se un imprenditore prova un lavoratore e poi finito il contratto precario non ritiene ci siano gli elementi per assumerlo ok, va bene. Però gli deve essere vietato assumerne altri</strong>, sempre precari/flessibili, altrimenti è furbizia. Invece questo avviene normalmente a discapito di chi non ha difese. Ma questo non si esplicita.</p>
<p>Sui conti pubblici si stanno mascherando i fatti. Su finansol.it lo sto ripetendo fino alla nausea  &#8211; ma non siamo la stampa maggiormente diffusa <em>&#8220;che crea opinione&#8221;</em>. Si guardi debito pubblico, rapporto debito/pil, deficit, disavanzo primario. Tutti, in questi anni, peggio che gli altri grandi Paesi.<br />
<strong>E chi parla dell’alternativa? Che i soldi comunque ci sarebbero, ci sono ed il problema è come si spendono?</strong> Il 20% delle spese militari, denari pubblici, si possono impiegare per i cittadini. Sono 4 miliardi di euro; <strong>Passare al software libero nel pubblico fa risparmiare 1 mld</strong>.; Tassare la finanza dal 12,5% al 23% si recuperano altri 5 mld; Una patrimoniale sui redditi sopra i 500mila euro, altri 10 mld; <strong>Mettere all’asta le frequenze libere del digitale terreste altri 4,5 mld</strong>. La somma, non a caso, è lo stessa della manovra Tremonti. Senza toccare però salari, lavoratori, pensioni ed Enti locali.</p>
<p><strong>L’alternativa c’è. Basta non essere egoisti. </strong>Ma nemmeno questo, editoriali, analisi, opinioni, sulla stampa maggiormente diffusa &#8220;che crea opinione&#8221; si esplicita.</p>
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		<title>Qualche numero su Banca Etica</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 10:49:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giulio Tagliavini]]></category>
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		<description><![CDATA[Appena prima delle vacanze ferragostane Banca popolare Etica ha diramato il nuovo bollettino contenente i dati riassuntivi della situazione economica, e qualche altra nota che può essere interessante leggere.
Le alleghiamo qui sotto &#8211; in pdf &#8211; assieme ai dati e al verbale dell&#8217;Assemblea che ha eletto Ugo Biggeri alla presidenza, al volantino dell&#8217;iniziativa di Viaggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/be-sede-5.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4189" title="be sede 5" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/be-sede-5-231x157-custom.jpg" alt="" width="231" height="157" /></a>Appena prima delle vacanze ferragostane <strong>Banca popolare Etica ha diramato il nuovo bollettino contenente i dati riassuntivi</strong> della situazione economica, e qualche altra nota che può essere interessante leggere.</p>
<p>Le alleghiamo qui sotto &#8211; in pdf &#8211; assieme ai dati e al verbale dell&#8217;Assemblea che ha eletto Ugo Biggeri alla presidenza, al volantino dell&#8217;iniziativa di Viaggi e Miraggi su l&#8217;Aquila.</p>
<p>- Assemblea di Maggio 2010, <a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/Dati-Assemblea-2010-Risultati-in-sintesi.pdfhttp://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/Dati-Assemblea-2010-Risultati-in-sintesi.pdf">i dati in sintesi</a></p>
<p>- Assemblea di Maggio 2010, <a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/Verbale-Assemblea-Soci-22.05.10.pdf">il verbale</a></p>
<p>- <strong>Diamo i numeri</strong><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/DiN_10-07.pdf">,</a> il bollettino di Banca Etica al Giugno 2010 <em>(update: sospeso fino a conferma della disponibilità alla pubblicazione)</em></p>
<p>- <a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/TuttiinAbruzzo.pdf">Tutti in Abruzzo</a>, con Viaggi e Miraggi ed Altreconomia</p>
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		<title>Il social lending in Germania</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 13:36:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Tagliavini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giovanni Boggero su Chicago blog del 15 Agosto
Sulla situazione di Zopa in Italia hanno già ampiamente parlato. Non meno interessante è osservare come abbia reagito al fenomeno del credito peer-to-peer la Germania, gelosa custode della posizione dominante delle proprie banche, pubbliche o private che siano. Al proposito giova innanzitutto ricordare che nella Repubblica federale operano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Giovanni Boggero</strong> su <a href="http://www.chicago-blog.it/2010/08/15/credito-p2p-la-situazione-in-germania/">Chicago blog</a> del 15 Agosto</p>
<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/freunde_werben_box.gif"><img class="alignright size-full wp-image-4184" title="freunde_werben_box" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/freunde_werben_box.gif" alt="" width="324" height="100" /></a>Sulla <a href="http://www.finansol.it/?p=4093">situazione di Zopa in Italia hanno già ampiamente parlato</a>. <strong>Non meno interessante è osservare come abbia reagito al fenomeno del credito peer-to-peer la Germania</strong>, gelosa custode della posizione dominante delle proprie banche, pubbliche o private che siano. Al proposito giova innanzitutto ricordare che nella Repubblica federale operano da ormai tre anni abbondanti due soggetti,<a href="http://www.smava.de/"> Smava.de</a> e <a href="https://www.auxmoney.com/start/welcome.php?">Auxmoney.com</a>, mentre Zopa, pioniere del settore nel Regno Unito, non è presente sul mercato teutonico. Qui le principali differenze in merito alle offerte dei due operatori, che finora pare abbiano soddisfatto, con successo e senza inghippi, quella fetta di mercato non altrimenti in grado di ottenere un prestito- <strong>con un tetto massimo di 25.000 euro alla volta- dalle istituzioni tradizionali.</strong></p>
<p>Il centro studi di Deutsche Bank, una delle principali banche di investimento al mondo,<strong> ha drizzato subito le antenne, pubblicando nel luglio 2007 e poi ancora nel settembre del 2009  due bollettini, in cui venivano spiegati dettagliatamente potenzialità e rischi dell’avventurarsi nel cd. social lending. </strong>Nel numero 05/07 del suo giornale il watchdog tedesco BaFin ha provvisoriamente lasciato la porta aperta agli operatori, ricordando che l’autorizzazione all’attività bancaria – per il rilascio della quale la cooperazione di BaFin con la BuBa è necessaria- diviene imprescindibile ex § 32 c. 1 della legge sull’intermediazione nel credito (KWG), qualora essa sia esercitata in maniera commerciale ovvero a scopo di lucro. <strong>In poche parole, senza licenza non si gioca</strong>. <strong>Ecco perché Smava.de e Auxmoney.de hanno dovuto appoggiarsi a due piccoli istituti di credito, BIW Bank e SWK Bank</strong>, per poter proseguire la loro attività imprenditoriale, senza per ora dover passare al vaglio diretto di BaFin.</p>
<p>Sulla configurazione giuridica del fenomeno sorgono comunque dubbi anche in Germania, cosa di per sé del tutto comprensibile, se<span id="more-4183"></span> si pensa che gli ordinamenti di civil law rischiano di andare in tilt ogniqualvolta una nuova fattispecie emersa spontaneamente dall’autonomia contrattuale va ad incrinare questo o quel dogma fissato per legge (si pensi, solo per fare un esempio, agli sconvolgimenti prodotti in dottrina e giurisprudenza dal superamento dell’idea di “numero chiuso dei diritti reali”). <strong>Nel maggio scorso alcuni parlamentari del gruppo ecologista Bündnis 90/Die Grüne hanno interpellato l’esecutivo</strong>, ponendo venticinque interrogativi dal sapore vagamente consumeristico, nella speranza di ottenere una regolamentazione del settore. Ebbene, il Ministero delle Finanze ha fornito le proprie risposte alla fine di giugno. <strong>In sostanza il Governo dice che al momento ha cose più importanti a cui pensare, mostrandosi anche piuttosto disinformato, laddove manca di individuare le piattaforme attive nel paese e le esperienze verificatesi oltre confine</strong>. Inoltre i tecnici del Ministero sostengono erroneamente che non esista un meccanismo di garanzia o di sicurezza in caso di morosità e che il rischio sia sopportato interamente dal prestatore, cosa non del tutto corretta almeno per quanto attiene Smava.de. Meno sicurezza per i propri investimenti è invece presente su Auxmoney.com dove gli utenti non sono necessariamente identificati e non c’è alcun controllo sulla loro solvibilità da parte della Schufa, la società privata di Wiesbaden che svolge il servizio per Smava.de.</p>
<p>In particolare, però, ci paiono degni di nota e condivisibili alcuni commenti del Ministero sull’inopportunità di aggiungere carta e burocrazia alle transazioni.<br />
<strong>n.7</strong> La persecuzione dei reati spetta alle Procure della Repubblica e ai Tribunali. Il governo federale non ha avuto notizia di alcun caso di abuso o di raggiro in relazione all’esercizio o all’uso delle piattaforme di concessione privata del credito.<br />
<strong>n.12</strong> (…) Il prezzo pagato dal prestatore alla banca per il credito non è da considerarsi un deposito ai sensi della KWG.<br />
<strong>n.17</strong> Partendo dal presupposto di un consumatore adulto e responsabile e prendendo in considerazione l’attuale quadro di controllo e il fatto che a BaFin – così come alle autorità dei singoli Länder- non sono pervenute notizie di casi di abuso o raggiro, il governo federale non vede alcuna necessità per procedere all’introduzione di standard legali minimi per le piattaforme di concessione privata del credito.</p>
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		<title>Cresce il microcredito, ma soprattutto for profit</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Aug 2010 12:13:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>vincenzo.comito</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il rapporto tra le attività di microcredito e di microfinanza da una parte e la grande stampa internazionale dall’altra appare in generale piuttosto variabile nel tempo; magari per mesi i giornali  dei principali paesi occidentali tendono ad ignorare del tutto il fenomeno, salvo poi &#8211; in altri periodi &#8211; pubblicare anche decine di articoli sull’argomento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/know_sks.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4175" title="know_sks" src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2010/08/know_sks-520x96-custom.jpg" alt="" width="520" height="96" /></a>Il rapporto tra le attività di microcredito e di microfinanza da una parte <strong>e la grande stampa internazionale dall’altra appare in generale piuttosto variabile nel tempo</strong>; magari per mesi i giornali  dei principali paesi occidentali tendono ad ignorare del tutto il fenomeno, <strong>salvo poi</strong> &#8211; in altri periodi &#8211; <strong>pubblicare anche decine di articoli sull’argomento</strong> e per di più concentrati nello spazio di poche settimane. In generale, comunque, la  stampa  tende a guardare al fenomeno con un sentimento che <strong>mi sembra sostanzialmente di simpatia, ma distaccata.</strong></p>
<p>L’ultima ondata di attenzione al tema si è manifestata da poco,  in particolare nella seconda parte  del mese di luglio e nei primi giorni di agosto, periodo nel quale l’estensore di questo testo -  senza fare particolari ricerche sul tema - <strong> è incappato in numerosi articoli pubblicati sull’ argomento da </strong><em>“The Economist”</em>, <em>“Le Monde”</em>, <em>“The New York  Times”</em>, <em>“The Financial Times”</em>, <em>“The Guardian”</em>; e immaginiamo che, “per imitazione”, anche diversi altri importanti organi di stampa si siano interessati da vicino alla stessa questione  nel medesimo periodo. Può essere di qualche interesse raccontare brevemente i temi e i ragionamenti  sviluppati in tali articoli.</p>
<p>Gli argomenti affrontati  sono stati diversi, ma essi si sono concentrati <strong>per la gran parte su due questioni: da una parte gli sviluppi del fenomeno negli Stati Uniti, dall’altra la trasformazione crescente delle attività di microcredito in un business che può portare elevati profitti per i suoi promotori</strong>; su questo secondo tema la stampa ha passato in particolare in rassegna il caso dell’India, sicuramente molto significativo in proposito.</p>
<p>Per quanto riguarda il primo argomento, già qualche anno fa <a href="http://www.finansol.it/?p=638">avevamo dato notizia dell’apertura di una filiale della Grameen Bank di M. Yunus a New York</a> e avevamo successivamente informato di alcuni ulteriori sviluppi dell’argomento. Secondo quanto riferisce ora un articolo del New York Times<span id="more-4174"></span> del 28 di luglio, <strong>da allora la banca ha aperto quattro nuove filiali a New York e una ad Omaha, Nebraska,</strong> mentre ha dei piani operativi per ulteriori prossime aperture in diverse parti del paese. Al di là del caso della banca di Yunus e <a href="http://www.finansol.it/?p=2113">anche di quello di Kiva</a><strong>, organizzazione nota anche da noi e  molto presente ora negli Stati Uniti</strong>, il mercato dei microprestiti sta registrando in questo periodo un vero e proprio boom,  in relazione, in particolare, alla situazione indotta dalla recessione e dalla conseguente stretta creditizia riscontrabile nel paese in particolare verso le attività economiche di minori dimensioni. <strong>Il microcredito oggi si presenta così con  un’immagine molto rafforzata e tende ad allargare notevolmente la sua audience</strong>. Sono ora attivi nel paese <strong>ben 362 uffici specializzati</strong> nei quali  è possibile chiedere ed ottenere un prestito.</p>
<p><strong>Si è sviluppata, in particolare, l’attività di prestito in direzione delle  piccole e delle micro imprese,</strong> con l’importo di ogni transazione pari in genere a qualche migliaio di dollari o, in qualche caso, anche a qualche decina di migliaia. <strong>Lo sviluppo dell’attività negli Stati Uniti</strong>, come riferisce sempre il New York Times, <strong>è stato inoltre agevolato dal fatto che il pacchetto di stimoli all’economia varato nel 2009 dal governo Obama prevedeva anche uno stanziamento di 54 milioni di dollari a favore della </strong><a href="http://www.sba.gov/">Small Business Administration</a> per lo svolgimento di un’attività di prestito e di assistenza tecnica alle società di microcredito; il meccanismo messo in piedi in proposito sta funzionando abbastanza bene.</p>
<p>Molto rilevante anche il secondo tema affrontato in diversi articoli, <strong>quello della deriva delle attività del settore verso la ricerca di  profitti e la quotazione in borsa.</strong> <strong>In India</strong> il settore del microcredito e della microfinanza è in grossa espansione; basti pensare che <strong>esso è cresciuto, tra il 2004 e il 2009, del 107% all’anno</strong> per quanto riguarda il livello dei prestiti; <strong>esso comprende  oggi prestiti per un totale di circa 2,5 miliardi di dollari con circa 22,6 milioni di clienti</strong>. Un’operazione tipica, secondo quanto riferisce il Financial Times del 21 luglio, <strong>si aggira sui 200-250 dollari</strong> <strong>e comporta un interesse medio di circa il 28%</strong>. La domanda di credito non soddisfatta si aggirerebbe nel paese intorno ai 18 miliardi di dollari e sarebbero necessarie grandi iniezioni di capitale per fare adeguatamente fronte alle esigenze di tale mercato.</p>
<p>Il settore è stato all’inizio avviato e portato avanti da organizzazioni locali nonprofit, con l’obiettivo, tra l’altro, di ridimensionare la terribile piaga dell’usura che perseguita in particolare le campagne indiane. Ma ora stanno conquistando la scena degli attori più aggressivi, orientati al profitto e  sostenuti dalle banche commerciali – <strong>che prestano il denaro al settore a tassi che si aggirano tra il 13 e il 19% &#8211; e da fondi di private equity. </strong>Il principale protagonista della scena della microfinanza è la <a href="http://www.sksindia.com/">Sks di Vikram Akula</a>, <a href="http://www.finansol.it/?p=558">personaggio sul quale avevamo fornito qualche notizia parecchio tempo fa</a>, ma sono attive anche altre grandi organizzazioni, <strong>quali la Basix e la Spandana. </strong></p>
<p><strong>La notizia è ora quella che la SKS</strong>, che era stata a suo tempo avviata come un’organizzazione senza scopo di lucro e che ha ora l’obiettivo di diventare la più grande organizzazione al mondo nel settore, <strong> ha deliberato un aumento di capitale riservato al mercato di borsa e che ha così raccolto 350 milioni di dollari in un colpo solo</strong>.  <a href="http://www.finansol.it/index.php?s=compartamos">Il fatto ha un precedente, del quale avevamo pure a suo tempo riferito</a>, quello  della messicana Compartamos, che aveva effettuato un’analoga operazione nel 2007; tra l’altro la società messicana ha da allora raddoppiato i suoi profitti annuali. <strong>I commenti all’operazione da parte degli operatori tradizionali del settore non sono molto favorevoli</strong>. Così <strong>lo stesso M. Yunus ha dichiarato, a proposito di Vikram Akula</strong> e secondo quanto riferisce “The Economist” del 29 luglio, <strong>che si tratta di un giovane capace, ma che ha preso la strada sbagliata quando ha deciso di usare i microprestiti per farci sopra dei soldi.</strong></p>
<p>Comunque tale deriva “capitalistica” del settore, in India come nel resto del mondo, <strong>è incoraggiata in ogni modo dalle grandi organizzazioni internazionali, dalla Banca Mondiale allo stesso ONU.</strong></p>
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