promozione della finanza solidale

Archivio February, 2008

29 Feb redazione

Avere, mostrare ed impiegare la responsabilità sociale

Torniamo sull’argomento CSR con il contributo di Mario Viviani, amministratore delegato di DTN Consulenza, che si occupa da diversi anni di sistemi normativi delle imprese; le sue pubblicazioni più recenti – “Specchio magico- Il bilancio sociale e l’evoluzione delle imprese” (Il Mulino, 1999) e Dire dare fare avere: percorsi e pratiche della responsabilità sociale” (idem, 2006) – trattano in particolare di responsabilità sociale d’impresa e di rendicontazione sociale.

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Avere responsabilità sociale, mostrare responsabilità sociale e impiegare la responsabilità sociale possono sembrare concetti equivalenti o molto simili, ma in effetti non lo sono: si può avere responsabilità senza mostrarla, la si può mostrare senza averla, mentre non la si può impiegare senza averla e mostrarla. Ecco, vorrei condividere alcune modeste riflessioni su questa specie di gioco di parole, anche se può sembrare una faccenda alquanto capziosa. Consideriamo però che la responsabilità sociale (di seguito Csr: Corporate Social Responsibility) è materia ancora così incerta e manipolabile che – forse – c’è qualche utilità a ragionarne in questo modo. Farò così: inizierò richiamando un quasi-dibattito sull’argomento, che però mette in luce alcune questioni di un certo interesse; mi soffermerò poi sulla rendicontazione (il bilancio sociale), tentando di definirne ancora una volta i contorni e i limiti; dirò infine la mia su come le imprese potrebbero (o addirittura dovrebbero) considerare e trattare la responsabilità sociale, sempre che la giudichino un fattore di competitività e di costruzione della loro cittadinanza, della loro legittimità d’esistere.

Il dibattito sulla Csr
C’è una nuova rubrica sulla stampa economica, metà di approfondimento e metà di attualità, con una spruzzata di gossip. Appare con una certa puntualità all’inizio del periodo delle assemblee di bilancio delle società: “Cosa si può dire quest’anno (di bene o di male) della Csr e dei suoi annessi e connessi?” E’ un segno, comunque la si pensi, che il tema è vivo e lotta assieme a noi. Quest’anno – come racconta “Vita” nel suo numero dell’8 febbraio 2008 – sia The Economist sia Le Monde Economie hanno onorato l’impegno trattando diffusamente dell’argomento e proponendo due visioni – sempre secondo “Vita” – opposte: The Economist scettico se non contrario, Le Monde favorevole se non entusiasta. Ho l’impressione che non si tratti però di un vero dibattito, o di un confronto per quanto indiretto. The Economist – secondo ciò che riporta “Vita” – si sofferma ancora sulla (opinabile) legittimità dei costi aggiuntivi (more…)

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27 Feb vincenzo.comito

CRITICA DELLA FINANZA: Nascita, sviluppo, possibile declino del private equity

thumbz__1.jpgPremessa
Una delle novità più importanti nell’area della finanza internazionale negli ultimi anni è costituita dallo sviluppo del fenomeno del private equity. Appare interessante analizzare brevemente il fenomeno anche perché tale analisi può mostrare chiaramente alcune modalità di funzionamento del capitalismo contemporaneo. Il successo di questa nuova struttura finanziaria fa parte – come commenta ad esempio I. Ramonet nel numero di novembre 2007 de “Le monde diplomatique” – di una tendenza all’affermazione di “una nuova forma di capitalismo, ancora più brutale e dominatore”.

Se dobbiamo proprio ricercare un’ascendenza diretta e vicina all’attuale fenomeno del private equity e, anzi, un suo primo manifestarsi, dobbiamo fare riferimento all’ondata di acquisizioni ostili di imprese quotate in borsa che si sviluppa a partire dagli Stati Uniti, soprattutto negli anni ottanta del Novecento, da parte di finanzieri d’assalto. Molte di queste operazioni sono state a suo tempo svolte utilizzando un alto livello di indebitamento, mettendo a punto quegli schemi di Leveraged Buy Out (LBO) che sono ancora oggi alla base delle operazioni di pe e che consistono sostanzialmente nell’acquisizione di un’impresa finanziando tale operazione con un alto livello di indebitamento, che verrà poi rimborsato con gli stessi soldi dell’impresa acquisita. Dai primi anni novanta e per tutto il decennio il fenomeno del pe è rimasto abbastanza in sordina, mentre esso è esploso progressivamente nel nuovo millennio, sino a raggiungere negli ultimi anni dimensioni veramente impressionanti, ma anche a far pensare che forse esso è ora di fronte a delle prospettive di declino.

Come funziona operativamente il private equity
Appare opportuno cercare di riassumere i meccanismi di funzionamento del pe, facendo in particolare riferimento ad un articolo comparso sulla stampa internazionale (Smith, 2007). Nella maggior parte dei casi, il punto di partenza è costituito dal fatto che una persona o un numero in genere limitato (more…)

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25 Feb Marco Gallicani

Nasce RITMI, la rete italiana per la microfinanza

micro1.jpgMartedì 26 Febbraioa Bologna, nella sede di una grossa banca del centronasce RITMI, Rete Italiana di Microfinanza, l’associazione senza fini di lucro che opererà a livello nazionale e sarà la voce di tutti gli operatori italiani della microfinanza.

“Rendere bancabili i non bancabili”: è questo l’obiettivo delle istituzioni di microcredito e microfinanza che operano a livello internazionale. L’esclusione dall’accesso al credito è infatti riconosciuta come uno degli ostacoli principali allo sviluppo umano e alla riduzione della povertà. In Italia, secondo l’ultima stima della Banca Mondiale, il tasso d’esclusione dal credito e da servizi finanziari sostenibili, arriva al 25% della popolazione, una delle quote più elevate dell’Unione Europea.

Il settore italiano della microfinanza è caratterizzato dalla presenza di iniziative ancora piccole e poco conosciute, anche se dinamiche ed in costante crescita. Una delle difficoltà è la mancanza di una regolamentazione che ne favorisca lo sviluppo e la diffusione.
La Rete Italiana di Microfinanza, collega istituzioni di microcredito, società di consulenza, centri di ricerca, promotori, investitori. RITMI sarà associata allo European Microfinance Network, la rete europea del settore, ed aperta al dialogo con tutte le istituzioni e organizzazioni impegnate in questo campo.

La rete è impegnata a livello politico, dialogando con le istituzioni e le banche, attraverso azioni volte ad incidere sulla legislazione in materia e ad aumentare la flessibilità dei prodotti finanziari offerti; a livello operativo, mettendo in comune le esperienze acquisite, attraverso la creazione di banche dati comuni e la condivisione di servizi e strumenti; a livello culturale, promuovendo una finanza attenta all’individuo e focalizzando l’attenzione sulla funzione produttiva dello strumento microcredito.

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23 Feb redazione

Banca etica si illumina (sempre) meno…

lavalemani.jpgLo avevamo detto poco tempo fa, parlando di altro. Ormai in Banca etica gli unici che tengono dritta la barra sono i dipendenti: i vertici – cioè i consiglieri di amministrazione (Cda) eletti meno di un anno fa – non si sa bene in cosa siano impegnati. Ma certamente lo sono parecchio. Altrimenti qualcuno del Cda avrebbe notato il dibattito interno sull’adesione della banca alla campagna M’illumino di meno.

Non ci pare importante il merito del dibattito ma, per una volta, il metodo “pilatesco” (che ormai e’ diventato strategia vista la frequenza con cui è adottato) di non entrare nella dialettica che appassiona i soci. Ciò che ci si aspetterebbe da una struttura cooperativa che ha la democrazia interna e la partecipazione tra i suoi asset (dichiarati) è anche la capacità di fare sintesi, di valorizzare la pluralità delle voci, di farsi forte del dibattito interno per fare cultura fuori. Invece così non è e a Caterpillar, per segnalare l’incongruenza della scelta dell’Eni come sponsor della campagna, scrivono i dipendenti della banca.

Bel gesto. Ma chi rappresentano? Se stessi e basta, come è normale che sia. Dunque, se vogliamo esprimere lo stesso concetto ai simpatici amici di Caterpillar, anche noi – ciascuno di noi – dobbiamo armarci di carta e penna. Abbiamo fondato una banca etica di 25 mila soci per nulla. O qualcuno pensa che la promozione culturale non sia materia di gestione ordinaria di Banca etica? allora andrebbe spiegato perchè qualcuno (non i dipendenti, è presumibile) ha deciso di aderire alla campagna sul risparmio energetico. E soprattutto perchè, ogni volta che c’è da motivare risparmiatori e soci, è su quel tasto (i valori) che si batte.

Riportiamo a seguire uno stralcio del dibattito che è circolato nelle liste dei soci (usando degli alias al posto dei nomi veri).

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21 Feb Marco Gallicani

United colors of microcredit

senegal_ynd-copy.jpgChiunque viva in Italia in queste settimane avrà saputo che anche Benetton si è esposta sul sostegno al microcredito di Birima, la società creata da Youssou N’Dour per lo sviluppo della microfinanza in Senegal.

La “sobria” campagna di comunicazione mondiale è stata letteralmente saccheggiata dai mezzi d’informazione.

Non è certo la prima volta che gli animatori della finanza solidale italiana si confrontano con qualche ricca – e spesso improvvisata – incursione; chi in Italia coltiva il sogno di una finanza capace di futuro da quasi 30 anni sa perfettamente che l’esperienza e la comprovata capacità di approfondire le reti ed i saperi non sono un valore aggiunto in questo sistema economico. Qualcuno ricorda l’operazione “sorella natura”?

L’intervento così “glamour” del gruppo veneto purtroppo non segna quel cambio di rotta che anche alcuni autorevoli commentatori hanno evidenziato e l’immagine della multinazionale in lotta con il popolo mapuche continua a generare contraddizioni che si fatica a spiegare: nelle prime conferenze di promozione della nascente finanza etica in Italia si utilizzava spesso il concetto di “sindrome di penelope” per spiegare – nonostante la benevolenza di base di fronte alle tante interpretazioni di uno strumento così vivace – quel punto sensibile di inconciliabile diversità tra l’attivismo della società civile e l’economia finanziaria moderna.

Fino a che punto cioè è possibile aderire alla teoria così trendy nel moderno capitalismo liberal per cui «[...] per far sì che le aziende siano sensibili all’ecologia, bisogna che il rispetto dell’ambiente sia vantaggioso dal punto di vista economico» Si può fare profitto ed essere generosi allo stesso tempo?

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19 Feb redazione

Un banchiere dei poveri bengalese a New York

new-york-city.jpgIl Financial Times del 15 febbraio riporta una notizia che da una parte appare inattesa, dall’altra comunque positiva: la Grameen Bank di M. Yunus ha aperto una sede a New York ed ha già fatto i primi prestiti a dei gruppi di donne immigrate che vivono in un quartiere periferico della metropoli.

La notizia può sembrare stravagante, in un paese che ha il più sofisticato sistema finanziario del mondo. Ma bisogna d’altro canto considerare che nel paese 26 milioni di persone non posseggono un conto bancario e che altre 44,7 milioni (le cifre sono sempre tratte dal Financial Times) hanno un accesso soltanto molto limitato alle istituzioni finanziarie.

Alcuni esperti si mostrano scettici rispetto alla capacità della banca del Bangladesh di poter riuscire ad avere un peso di rilievo in un mercato così articolato, ma i dirigenti della banca si mostrano fiduciosi. Prevedono di arrivare ad impiegare circa 175 milioni di dollari nei prossimi cinque anni nell’area di New York, per poi espandersi verso altre località. Dopo il settore del microcredito, la banca tenterà di investire anche quello delle rimesse di denaro degli emigrati e quello dei prestiti con ipoteca.

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15 Feb redazione

CRONACHE DALLA CRISI: Le assicurazioni “monoline”

insurance.jpgfinansol.it segue con una certa attenzione lo sviluppo dei molteplici aspetti della crisi finanziaria scoppiata nel settore immobiliare statunitense nell’estate dello scorso anno e che poi ha teso a svilupparsi in diverse direzioni; abbiamo trattato di recente con una certa analiticità gli ultimi aspetti della vicenda, ricordando tra l’altro, le difficoltà attuali della Société Générale.

La crisi continua a presentare delle importanti novità quasi ogni settimana, ed ora è la volta delle assicurazioni cosiddette monoline.

Questo ultimo episodio mostra in particolare, e con grande evidenza, come gran parte dell’edificio attuale dei mercati e delle istituzioni finanziarie poggi in realtà su fondamenta di cartapesta, su convenzioni tacite tra i grandi operatori finanziari, dietro le quali si nascondono quasi soltanto delle manovre mirate ad ottenere rapidi arricchimenti per le istituzioni che essi dirigono e loro personali.

Le assicurazioni monoline sono così chiamate negli Stati Uniti perché all’origine esse erano in effetti delle aziende monoprodotto, specializzate nel garantire le emissioni di obbligazioni municipali, molto diffuse nel paese; un lavoro tutto sommato abbastanza tranquillo e discretamente remunerativo. Ma da allora, alla ricerca di nuovi mercati e di nuove e più elevate fonti di guadagni, gran parte di esse ha progressivamente esteso il perimetro del loro business sino ad arrivare a coprire tutti i tipi di obbligazioni, comprese quelle che risulteranno poi legate alla crisi del subprime. Esse sono così arrivate a prendere sulle loro spalle la garanzia di una parte molto consistente delle attività finanziarie del paese. Il tutto era poi legato al fatto che da una parte i titoli assicurati avevano il rating massimo, la tripla A e che con lo stesso rating erano valutate anche le stesse assicurazioni. (more…)

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