promozione della finanza solidale

Archivio March, 2008

31 Mar Marco Gallicani

Undici milioni di euro

alessandro_benetton.JPGL’ultima campagna di comunicazione aziendale (e sociale) del Gruppo Benetton che qualche settimana fa ha tappezzato i muri d’Italia e del mondo, oltre a riempire pagine e pagine pubblicitarie di numerosi periodici, è costata più di 11 milioni di euro.

(Chiara Ludovisi da Redattore Sociale) «[...] “Microcredit Africa Works” sono le parole attraverso cui l’azienda di Ponzano Romano vuole raccontare il proprio impegno a favore di un’Africa diversa: un’Africa che “lavora”, appunto, o che “funziona”, visto il duplice significato del verbo inglese “to work”. E’ partita da Dakar la nuova avventura del gruppo Benetton, perché è il Senegal il teatro della nuova sinergia che l’azienda ha stretto con Birima, la società di credito cooperativo fondata oltre un anno fa dal cantante senegalese Youssou N’Dour.

Obiettivo della società è erogare piccoli prestiti agli abitanti del Senegal a interessi contenuti, così da favorirne l’occupazione e in qualche modo contrastarne la migrazione verso il mondo occidentale. «Il 50 per cento dei clichés sull’Africa sono veri – ha dichiarato recentemente in un’intervista il cantante, spiegando le ragioni e gli scopi del suo progetto – ma io vedo anche un’altra immagine dell’Africa, che l’occidente deve ancora vedere. L’immagine di un’Africa positiva» [...] Un’Africa su cui Birima scommette, ricorrendo al microcredito, l’invenzione molto più che finanziaria brevettata dall’economista e Premio Nobel Muhammad Yunus in Bangladesh alla fine degli anni ’70. Un’Africa che il gruppo Benetton conosce da vicino (more…)

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27 Mar giulio.marcon

Architettura dei diritti

william_beveridge_d_17134.jpg(da Carta n° 10 del 21 Marzo 2008) William Beveridge, prima di diventare nel secondo dopoguerra baronetto e deputato liberale a Westminster era stato un civil servant di alto rango e tra le due guerre a capo della London School of Economics. Winston Churchill e il parlamento britannico gli avevano affidato agli inizi degli anni quaranta un compito particolare: elaborare proposte e scrivere dei rapporti (i cosiddetti white paper, oggi li chiameremmo libri bianchi) sulla riorganizzazione del sistema sociale ed assistenziale britannico.

Nel corso del 1944 il suo lavoro era finito. I rapporti furono stampati e distribuiti – come autentici moderni best seller – in centinaia di migliaia di copie: il popolo inglese dopo i sacrifici della guerra era assetato di giustizia e protezione sociale. Le proposte di Beveridge erano circostanziate, ma anche nutrite da una profonda e messianica etica civile: suo obiettivo era di sconfiggere i nefasti giganti che rendevano infelice la vita degli uomini e delle donne: l’insicurezza, l’ignoranza, la povertà, la malattia.

Gli obiettivi di Beveridge erano semplici: pensione pubblica e assicurazione obbligatoria generalizzata, scuole e ospedali pubblici e gratuiti per tutti, assistenza sociale universale, ecc. Grazie anche al lavoro di Beveridge, i laburisti sconfissero nelle elezioni del 1945 quel Churchill che insieme a Roosevelt e Stalin aveva trionfato sui nazisti.

Quel lavoro di Beveridge fu tradotto dal 1945 al 1951 in leggi dai laburisti inglesi e quel complesso di norme è oggi sintetizzato da un’espressione nota a tutti: il Welfare State. Con quelle norme (e con tante altre che resero pubblici alcuni beni e servizi fino ad allora in mano ai privati come l’elettricità, il gas e le ferrovie) i diritti sociali diventavano diritti fondanti dello Stato: dalla compassione sociale e dall’assistenza filantropica si passava all’universalità dei diritti i cui titolari non erano i “poveri”, ma i cittadini universalmente intesi. L’orgoglio con cui Beveridge rivendicava alcuni concetti e principi – la cittadinanza, l’universalità, il dovere delle istituzioni pubbliche – dava a quelle proposte e politiche il senso di una “religione civile” della solidarietà e delle istituzioni al servizio delle (more…)

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25 Mar Marco Gallicani

Subprime 2.0

Vincenzo Comito rielabora il dibattito nato attorno all’articolo del 13 Marzo scorso, uno dei più interessanti degli ultimi mesi, uno dei motivi per cui finansol.it è nato

reverse_mortgage341x280.jpgDevo dire che nel dibattito sul subprime – lasciando da parte la discussione in merito alle posizioni di Beppe Grillo, che richiederebbero un tipo di discorso che qui non è il caso di fare – mi trovo pienamente d’accordo con le tesi di Lorenzo e di Paola; quelle di Giulio Tagliavini mi sembrano invece – mi dispiace dirlo – un po’ inconsistenti. Le analizzo brevemente.

Afferma nella sostanza Giulio (riprendo alcune delle sue affermazioni): “[…] a me pare una bella cosa che le banche facciano mutui subprime; …proprio come Yunus: rendere bancabili i non bancabili… Vorremmo che anche le nostre banche assumessero questi rischi come in America… Per altro verso i clienti non sono allodole… Tasso fisso e tasso variabile è una scelta libera affidata al debitore”

Mi sembra che il paragone con la Grameen Bank non regga assolutamente; si tratta, in realtà, di una gigantesca e cinica speculazione: la Grameen, quando concede un prestito, sa che il debitore sarà in grado di pagare e che peraltro esiste un meccanismo sociale che lo spinge a darsi da fare in maniera responsabile. Così esso raggiungerà normalmente lo scopo per cui ha chiesto i soldi e la banca rientrerà (nel 99% dei casi, come dicono le statistiche) dal prestito. Nel caso dei mutui subprime la banca sapeva invece bene che in moltissimi casi il debitore non avrebbe pagato, con la conseguenza che (more…)

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21 Mar vincenzo.comito

Due libri sull’impresa sociale

L’interesse per le tematiche dell’impresa “sociale” sembra crescere fortemente nel mondo. Aumenta il numero degli articoli dedicati all’argomento, come può testimoniare chiunque segua con un po’ di attenzione la stampa internazionale; aumenta anche il numero dei volumi dedicati all’argomento. Cresce il numero delle nuove imprese che dichiarano di considerarsi come facenti parte della categoria delle imprese sociali. Questo interesse appare certamente un fatto positivo. Vogliamo segnalare in questa nota due testi pubblicati di recente negli Stati Uniti e che pongono questa tematica al centro delle loro riflessioni.

image1.jpgIl primo testo è di M. Yunus e si intitola Creating a world without poverty: social business and the future of capitalism (Public Affairs ed); il secondo è di J. Elkington e P. Hartigan, e si intitola The power of unreasonable people: how social entrepreneurs create markets that change the world (Harvard Business School Press ed.)

Descriviamo e commentiamo brevemente i due testi: lo studio di Yunus mette in circolo un concetto che peraltro da noi esiste già da un pezzo, quello appunto dell’impresa sociale. L’autore sostiene preliminarmente che è contraddittorio mischiare la sete del profitto con le cause sociali. Egli così ricorda, riprovandole, le pratiche di quelle società operanti nel settore della microfinanza e che prestano dei soldi ai poveri ad altissimi tassi di interesse (abbiamo parlato dell’argomento alcune settimane fa a proposito delle attività di microfinanza in Messico ed in particolare delle pratiche della società “Compartamos”). Non bisogna fare soldi [...] (more…)

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19 Mar redazione

CRONACHE DALLA CRISI: I prestiti agli studenti

1900-01_lic_1jpg.jpgL’ultimo settore toccato dalla crisi finanziaria statunitense è quello dei prestiti agli studenti. Verso la metà del mese di febbraio 2008 un certo numero di parlamentari democratici ha inviato una lettera molto preoccupata all’amministrazione Bush proprio sollevando il problema della necessità di prendere qualche provvedimento prima che la situazione del mercato dei prestiti agli studenti si deteriorasse ulteriormente e che molti soggetti fossero privati della possibilità di frequentare il college.

Che cosa sta in effetti succedendo? Nel paese esistono facilitazioni finanziarie a livello pubblico federale e statale per aiutare gli studenti a completare i loro percorsi di istruzione, ma esse di solito non sono sufficienti a coprire tutte le necessità eillustration_32.jpg molte persone sono così costrette a rivolgersi al mercato privato dei prestiti.
Bisogna sapere anche che molti college sono di proprietà privata e che anzi esistono nel paese delle società che gestiscono delle catene di scuole a livello nazionale; alcune di queste istituzioni sono anche quotate in borsa.

Le rette per la frequenza sono di solito elevate e comunque i college privati sono in media molto più costosi di quelli pubblici. Ma la crisi del subprime sta toccando anche questo settore. In questo momento, un mercato finanziario sempre più nervoso si rifiuta di sottoscrivere ulteriormente titoli obbligazionari coperti da prestiti agli studenti (come rifiuta in questo momento di sottoscrivere titoli coperti da prestiti municipali o da mutui immobiliari) che era la via normale con cui le istituzioni finanziarie trovavano i soldi necessari per operare in tale mercato. Tra l’altro, questi prestiti comportano di solito dei tassi di interesse elevati, essendo il mercato giudicato (more…)

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15 Mar redazione

LA FINANZA UTILE: Etici, ma in crisi

cope92.jpgIl valore aggiunto dei fondi socialmente responsabili non sembra sufficiente per salvarli dalla crisi strutturale del risparmio gestito italiano, 19 miliardi di euro riscattati solo a gennaio. Nello stesso mese i fondi etici sono “dimagriti” di 87 milioni di euro a fronte d’una sottoscrizione di 20. Il patrimonio gestito dai 61 fondi che Assogestioni definisce “etici” in base alla presenza (autocertificata) di criteri di selezione (quali non è dato saperlo) si ferma a un misero 1.638 milioni di euro. A metà 2007 erano 3.167.

La marginalizzazione si conferma nel confronto col mercato europeo: nello stesso periodo, l’Inghilterra gestiva fondi etici per 12.558 milioni di euro, la Francia per 8.933.

Segno che l’arretrato mercato bancario italiano crea prodotti “insipidi” e generalistici, che non accontentano né l’appassionato militante né chi cerca di differenziare un portafogli evoluto.

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13 Mar Marco Gallicani

Subprime, parola dell’anno

(da Internazionale 732 del 22 febbraio 2008, Tullio De Mauro) Il 4 gennaio 2008 l’American dialect society ha votato subprime1319246.jpg come “parola dell’anno” per il 2007. Nei dizionari generali dell’inglese americano mancava ancora negli aggiornamenti dei primi anni novanta e continuava a mancare nei dizionari d’altre lingue, dal 2007 invase dalla parola. In inglese è documentata almeno dal 1993 e si è diffusa in ambito bancario e finanziario statunitense nei primi anni del millennio. Ma ancora nel 2004 Edward M. Gramlich, governatore del Federal reserve board, doveva spiegarla: “Suprime lending can be defined simply as lending that involves elevated credit risk“.

L’aggettivo qualificava in modo oscuratamente eufemistico i prestiti e le ipoteche ad alto rischio, fatti a persone meno solvibili di quelle più affidabili, che godono del prime rate, cioè del primo e miglior tasso d’interesse. Si è usata poi come sostantivo per questo tipo di prestiti e, infine, per le persone stesse “subprime”, sottocittadini di serie B. I loro guai (crescita dei tassi sui mutui, crollo del valore delle case ipotecate) hanno sconvolto quelli di serie A ma soprattutto i padroni e speculatori della finanza.

Potete ancora firmare l’appello o semplicemente approfondire l’argomento, cliccando qui [...]

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