promozione della finanza solidale

Archivio January, 2010

29 Jan vincenzo.comito

La Glaxo prova a stupirci, ancora

pilloleCi piace seguire lo svolgimento dei fatti nel tempo, non invece abbandonarli passata l’ondata emotiva e il primo impatto sui lettori. Questa volta diamo un seguito,  dopo un rilevante periodo di tempo, ad una notizia che riteniamo importante.

La britannica GlaxoSmithKline è la seconda più grande impresa farmaceutica del mondo. Poco meno di  un anno fa su questo stesso sito avevamo informato con un certo dettaglio i lettori che la società, sotto la guida del suo nuovo amministratore delegato – Andrew Witty, tuttora peraltro in carica – aveva fatto un annuncio nel suo genere abbastanza clamoroso: la società aveva dichiarato che essa non solo avrebbe tagliato drasticamente i prezzi dei suoi farmaci nei paesi più poveri del pianeta, ma che avrebbe distribuito una parte rilevante dei suoi profitti a ospedali e cliniche operanti nelle stesse aree e che, infine, avrebbe pubblicamente divulgato il suo know-how relativo a nuovi potenziali ritrovati farmacologici coperti da brevetti e relativi alle malattie più frequenti nei paesi poveri, in modo che qualunque scienziato o gruppo di scienziati avrebbe potuto lavorarci sopra.

Witty aveva contemporaneamente sfidato le altre imprese del settore a fare altrettanto e a mettere in pool le loro conoscenze nel settore. Bisogna premettere che la società, per bocca del suo amministratore delegato, dichiara da tempo in generale che le imprese farmaceutiche multinazionali devono contemperare in qualche modo la doverosa ricerca del profitto per i loro azionisti con una attenta considerazione della loro responsabilità sociale, in patria come fuori dai (more…)

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28 Jan redazione

Forse non tutti sanno che.. le banche ci provano ancora

headerForse non tutti sanno che nel 2003 diverse decine di grandi banche, tra le quali anche qualcuna italiana (la solita Intesa San Paolo), hanno sottoscritto un importante documento conosciuto da allora come “The Equator  Principles”. Il numero degli istituti finanziari che hanno aderito all’iniziativa  è poi con il tempo cresciuto sino a superare le 60 unità nel 2009, traguardo sicuramente importante.

Al momento della firma delle carte – e per la verità anche  successivamente – era stata data molta pubblicità all’iniziativa, in particolare da parte delle stesse banche. Si trattava indubbiamente, tra l’altro, di un buon colpo per l’immagine degli istituti coinvolti nel processo. Il documento consisteva, detto in breve, in una promessa solenne da parte del mondo finanziario, almeno di quello che aveva aderito all’iniziativa, a non mettere più risorse nei progetti – che riguardassero il settore energetico o quello delle infrastrutture-,  sviluppati in tutto il mondo e che comportassero rilevanti danni all’ambiente.

Non è mai risultato molto chiaro se tali principi fossero poi veramente rispettati nel tempo; era difficile reperire molte informazioni in merito sui media; si poteva comunque, guardandosi in giro e facendo riferimento a qualche informazione che comunque filtrava ogni tanto, provare qualche sospetto in senso contrario in merito alla cosa. Ora una notizia recente viene a rompere l’incanto e a confermare i possibili sospetti: ben 86 organizzazioni di 27 paesi, che si battono da tempo sul fronte dei temi ambientali in tutto il mondo, hanno spedito una lettera alle 60 banche e più che avevano nel tempo aderito all’iniziativa per accusarle di continuare tranquillamente, nonostante gli impegni presi, a prestare comunque dei soldi al alcuni tra i progetti più devastanti sul fronte ambientale.

La lettera fa riferimento, tra l’altro,  a grandi dighe che bloccano dei fiumi importanti per la vita umana ed animale, a grandi progetti minerari che rovinano intere montagne e inquinano i fiumi e il mare con i loro scarti, ad oleodotti e gasdotti che portano il loro carico tossico devastando (more…)

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27 Jan Gianfranco Visconti

L’impresa sociale: le sue caratteristiche e la sua limitata adozione

Un lungo articolo, che può essere anche scaricato in pdf ed utilizzato secondo le linee guida del copyleft

impresasocialeIl Decreto Legislativo n° 155 del 2006 ha introdotto la disciplina della “impresa sociale”, nuova qualifica che le organizzazioni nonprofit possono assumere senza che cambi la disciplina per esse dettata dalle norme specifiche che le regolano, come per esempio la Legge n° 266 del 1991 per le organizzazioni di volontariato o la n° 381 del 1991 sulle cooperative sociali. Da ciò deriva che le conseguenze pratiche di questo Decreto per le organizzazioni non profit sono piuttosto limitate, anche se esso contiene alcune innovazioni interessanti soprattutto perché volte a garantire la trasparenza e l’affidabilità presso il pubblico di questi enti che assumono anche la qualifica di “impresa sociale”.

Invece, le imprese che assumono la qualifica di “impresa sociale” diventano, assieme alle società cooperative a mutualità prevalente che non hanno questa qualifica, il trait d’union fra il mondo delle organizzazioni a scopo di lucro (o profit) e quello degli enti senza scopo di lucro (o non profit). L’impresa sociale scinde per la prima volta il nesso giuridico fra il concetto di impresa (esclusa l’impresa cooperativa ed, in particolare, l’impresa cooperativa sociale) e quello di scopo di lucro, per il quale la sua attività è finalizzata a generare un utile che andrà all’imprenditore o sarà diviso fra i soci. In tal modo il legislatore ha preso atto dell’esistenza di forme imprenditoriali ed organizzative volte a perseguire finalità sociali o solidaristiche che operano nel mercato concorrenziale.

Finora, però, gli effetti concreti di questo decreto sono stati molto limitati. Infatti, dopo tre anni dalla sua introduzione (a metà 2009) si contavano solo 501 imprese sociali iscritte presso i Registri delle Imprese delle Camere di Commercio e questo nonostante la platea delle organizzazioni potenzialmente interessate fosse molto vasta: basti pensare soltanto alle 7.360 cooperative sociali, alle 2.600 fondazioni ed alle 21.000 organizzazioni di volontariato (quasi tutte associazioni) attive secondo l’ISTAT alla fine del 2005. Gli osservatori che avevano previsto l’adozione della qualifica di “impresa sociale” da parte di almeno diecimila organizzazioni entro i primi due o tre anni dall’entrata in vigore del Dlgs 155/2006 sono rimasti finora (more…)

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26 Jan Dario Carrera

Il mercato finanziario islamico dal segno più: una questione di valori

con Simone Marcelli

islam2ie9Ahmed Ali Siddiqui, è responsabile dello sviluppo di prodotti finanziari al Meezan Islamic Bank, la prima banca islamica in Pakistan (grazie ad una concessione rilasciata dalla Banca di Stato Pakistana nel 1997) che insieme a Bank-al-Islami, Global Islamic Bank, Al-Barka Bank, Dawood Islamic Bank e Global Emirates Islamic Bank presenta circa 500mila clienti tra credito al consumo e depositi, con una quota del 5% del settore bancario del Paese.

In un articolo dell’ Islamonline Siddiqui evidenzia l’evoluzione del sistema bancario gestito con criteri legati alla Shariah, con un boom in particolare dopo l’ultima crisi finanziaria. “Nel corso dell’ultimo anno, abbiamo assistito ad un elevato tasso di crescita della Finanza Islamica; l’obiettivo è quello di arrivare al 12% del mercato globale entro il 2012, visto che l’attuale crisi finanziaria ha veicolato molti utenti verso strumenti finanziari gestiti con criteri islamici […]e che gli investimenti sono supportati da attività reali e non da speculazioni.”
Il crollo del mercato statunitense ha creato uno shock sistemico che è stato trasmesso nelle economie di tutto il mondo.
La finanza strutturata ha favorito la corsa al mercato immobiliare, la scarsa valutazione del rischio legato alla controparte nel lungo termine ha fatto perdere di vista la realtà economica nelle valutazioni. Un esempio è quello dei credit default swap (CDS), uno strumento derivato che consente di trasferire il rischio di credito relativo ad una determinata attività finanziaria sottostante (reference obligation) da un soggetto che intende acquisire copertura dal suddetto rischio (protection buyer) ad un soggetto che intende prestarla (protection seller). Nel credit defaul-swap, quest ultimo, a fronte di un premio periodico, si impegna a effettuare un pagamento finale al protection buyer in caso di insolvenza del debitore cui fa capo l’obbligazione sottostante. Questo aiuta a capire come si sono creati debiti su assets, senza effettuare operazioni suo titoli sottostanti, e sono alla base della recente crisi del mercato real estate di Dubai.

Principi e andamento del mercato della finanza islamica
La finanza islamica richiede che i rapporti finanziari debbano essere sostenuti da attività reali in linea con la legge islamica della (more…)

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25 Jan Paolo Trezzi

Il nome delle cose

monetineNon  mi va di fare sempre la parte dello scettico, o del piantagrane. Tantopiù che il prof. Tagliavini, più autorevole ed attrezzato di me, ha ringraziato per la segnalazione e fatto i complimenti. Sebbene forse solo più per educazione. Caspita ora come faccio a dire che innanzitutto il metodo del commento, ma non solo quello, di Giovanni (di Prestiamoci) al post I capitali già impegnati, non mi è piaciuto per nulla?
Forse perché è bene dare il nome corretto alle cose.

Il social lending che sta facendo Prestiamoci, non è un normale social lending ma un’attività imprenditoriale, legittima, di diversificazione di una Banca per coprire semplicemente un nuovo settore in crescita. Un poco come il caffè equo della Nestlé. Con una differenza, là almeno si sa.
La Banca in questo caso, solo indagando però, si scopre infatti essere Banca Sella. La critica che mi permetto di muovere quindi a Prestiamo(ci) non è tanto quella che in realtà fa altro da quanto dice ma che non dicendolo può fare quello che fa.

In altre parole utilizzando e servendosi di linguaggi, metodi e strumenti di marketing, prova a  convincerci dell’orizzontalità, dell’originalità, della trasparenza e uguaglianza nella community del web 2.0 ma soprattutto dell’essere un’altra cosa da una banca. Direi addirittura concorrenziale ad una Banca. E così non è.
Nel nome Prestiamoci c’è quindi, per me, una (ci) di troppo. E’ un innovativo servizio della Banca non di semplici internauti autorganizzati. Non esplicitarlo né sul proprio sito, né tantomeno entrando in uno di promozione della finanza solidale come Finansol, denota, più una volontà di fare business che di fare comunità alla pari. Nel mercato – sebbene ci venga insegnato e ricordato sempre meno – l’asimmetria tra le informazioni in possesso delle parti non permette la giusta formazione del prezzo, ovviamente a favore di chi queste informazioni le ha. Qui nei fatti avviene, scientemente, così

Questa nuova realtà leggendo anche i comunicati stampa di lancio passa come una brillante azione di 3 giovani imprenditori che si buttano in un’avventura. Basta ricercare la diversa posizione dei soci avvenuta all’interno di Agata spa (la società che controlla il marchio) in questi (more…)

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22 Jan Giulio Tagliavini

Il regolamento del processo assembleare

01La prossima assemblea dei soci di BPE rinnoverà il consiglio di amministrazione. Il processo è regolato dallo statuto della banca e dal relativo regolamento elettorale. Poiché la procedura mi sembrava un poco complessa e restrittiva, mi sono andato a vedere le relative norme che governano la medesima procedura nella Banca Popolare dell’Emilia, nella Banca Popolare di Sondrio e nella Banca Popolare di Milano. Mi sono fatto poi le mie considerazioni, che presento in seguito:

- Il meccanismo elettorale fornisce sostanza al processo di selezione del gruppo di persone che guidano la banca; tale meccanismo deve mediare con equilibrio tra diverse legittime istanze, che sono le seguenti: a) evitare che i nuovi consiglieri non rappresentino la base dei soci; b) rendere possibile che i nuovi consiglieri rappresentino la base dei soci; c) rendere la banca governabile.

- L’obiettivo a) viene raggiunto attraverso l’irrigidimento del meccanismo della presentazione delle candidature da parte di un certo numero di soci, in modo da evitare candidature all’ultimo momento che sfruttino una fase della discussione vivace e sfruttino una coalizione di voti estemporanea. Le candidature devono essere “vagliate”, in modo da allontanare sorprese e colpi di mano.

- L’obiettivo b) viene raggiunto “sciogliendo” il meccanismo di presentazione delle candidature, in modo da facilitare la presentazione di un buon numero di candidati, diversificati e non necessariamente omologati ai precedenti amministratori, ma alla ricerca di una omologazione da parte dei soci. Occorre poi che tutta la base dei soci abbia la possibilità di esprimere candidature e mirare ad una rappresentanza in consiglio. Il voto di lista consente questo. Con il voto di lista si mira a consentire a gruppi minoritari ma importanti di avere uno o più rappresentanti in consiglio.

- L’obiettivo c) invece è impossibile da raggiungere attraverso il meccanismo elettorale. Se si introduce un “filtro” di questo tipo ne deriva che il precedente gruppo di persone al governo della banca deciderà inopinatamente cosa è meglio per il governo futuro della banca (more…)

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21 Jan vincenzo.comito

Il successo dei prodotti etici e del commercio equo inglesi

plant_in_handQualche tempo fa ho scritto un breve articolo su questo stesso sito che presentava, tra l’altro, qualche spunto critico relativo ad alcuni aspetti della gestione operativa del settore del commercio equo e solidale. Ho dovuto subito registrare in proposito diverse osservazioni critiche al mio scritto che  provenivano, in particolare, da alcuni esponenti autorevoli di quello stesso mondo.

Non ho cambiato idea sulle cose che avevo scritto –per la verità nella mia nota riportavo soprattutto dei fatti – ma tutto sommato, avendo io in generale un’opinione positiva degli sforzi portati avanti dal settore dell’equo e solidale a favore dei contadini dei paesi poveri, mi sono sforzato in queste settimane di ricercare sulla stampa internazionale delle analisi e valutazioni positive sul settore ed ho trovato diversi spunti che andavano in tal senso.

In particolare Rebecca Smithers scrive sul quotidiano britannico “The Guardian” e riporta i dati salienti di una ricerca pubblicata sempre in dicembre, come ogni anno, dalla Banca Cooperativa di quel paese. Tale ricerca  fa riferimento  all’andamento della  spesa dei consumatori inglesi per il settore dei prodotti etici in generale e per quello dei prodotti equi e solidali in particolare. Tale spesa, annuncia il giornale riportando i dati salienti della ricerca, è sostanzialmente triplicata nell’ultimo decennio, mentre quella generale dei consumi del paese è aumentata nel periodo del 58%. La spesa per i prodotti etici si collocava in totale ad un livello di 13,5 miliardi di sterline nel 1999 ed era cresciuta sino a 36 miliardi dieci anni dopo. La spesa media per ogni famiglia era così aumentata nel periodo da 241 a 735 sterline ed oggi, secondo la ricerca, un adulto su due del paese afferma di aver fatto almeno un acquisto di prodotti etici nel 2008. La ricerca sottolinea peraltro come la quota dei consumi etici su quelli totali  del paese – pari nel 2008 a 891 miliardi di sterline – rappresenti ancora una percentuale molto ridotta, anche se in rilevante crescita nel tempo (more…)

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