promozione della finanza solidale

Archivio March, 2010

31 Mar vincenzo.comito

Notizie fresche sul fronte dei derivati

04Questo sito è stato sicuramente tra i primi soggetti ad interessarsi del problema dei derivati e in particolare dei contratti relativi sottoscritti dagli enti pubblici ai vari livelli territoriali. Se la memoria non mi inganna, ce ne siamo occupati a lungo già all’incirca a partire da due anni e mezzo fa ed abbiamo lanciato a suo tempo anche una petizione al riguardo, che fu sottoscritta da moltissime persone. Non possiamo quindi che salutare con piacere le notizie di stampa recenti che riferiscono come  finalmente qualcosa si muova in proposito nel mondo almeno a livello giudiziario, anche se a livello politico si registra ancora soltanto qualche dibattito sostanzialmente fiacco e poco convinto in merito. Del resto, le lobbies bancarie continuano a tessere le loro trame a suon di decine di milioni di dollari. Ha dato una breve notizia di recente su questi sviluppi Lorenzo Vinci.

Oggi vorremmo elencare con maggiore dettaglio e sistematicità gli avvenimenti che si vanno succedendo in vari paesi, ormai quasi a ritmo incalzante. Ricordiamo intanto che nelle ultime settimane dello scorso anno la banca JPMorgan, essendo a suo tempo stata portata in giudizio dalla città di Birmingham (in Alabama) in relazione ad alcune operazioni di swap legate ad emissioni obbligazionarie, è stata condannata a pagare al tribunale una multa di 25 milioni di dollari, a versare  ancora 50 milioni di dollari alla città e a non ricevere i 647 milioni di dollari che la stessa banca pretendeva a titolo di commissioni relative alla chiusura del contratto.

Per quanto riguarda il caso italiano, l’UBS, la JPMorgan, la Deutsche Bank e la Defpa tedesca sono state accusate di frode per il loro ruolo in una emissione obbligazionaria fatta dalla città di Milano nel 2005 per 1,7 miliardi di euro, le quattro banche sono state rinviate a giudizio. Evitiamo in questa sede di descrivere i meccanismi tecnici dell’operazione, che prevedevano comunque un uso abbondante di derivati. Ad ogni modo, questo tipo di contratti, che coinvolgono degli enti locali, sono abbastanza comuni a livello di molti paesi europei. Le autorità  della città lombarda (more…)

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30 Mar redazione

Chiara e la finanza che lavora per la gente

Finansol.it aderisce – com’era ovvio che fosse – alla campagna oo5, che propone di tassare le speculazioni finanziarie.
Potete firmare cliccando qui

cartolina_005_banchiere_1_smLa tassa sulle transazioni finanziarie è un’imposta molto ridotta (tipicamente lo 0,05%) su ogni operazione finanziaria, ovvero l’acquisto e la vendita di azioni, obbligazioni, valute, o strumenti più complicati quali i derivati. Il tasso così piccolo non avrebbe conseguenze negative per l’economia reale e per i risparmiatori che investono sui mercati con un’ottica di lungo periodo.

Al contrario, gli speculatori, che realizzano centinaia o migliaia di operazioni quotidiane per guadagnare su piccole oscillazioni dei prezzi, dovrebbero pagare la tassa su ogni transazione. Questo significa che la tassa è una misura estremamente mirata ed efficace contro la speculazione. In altre parole, questa tassa permetterebbe di fare pagare una buona parte del costo della crisi che stiamo vivendo a chi ne ha le maggiori responsabilità – i giganti della finanza e gli speculatori  -  mentre fino a oggi tale costo è stato scaricato sui cittadini, sui lavoratori, sulle fasce più deboli della popolazione, tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo.

Visti i volumi dei mercati finanziari, che sono di centinaia di volte più grandi dell’economia “reale”,  anche un’imposta molto piccola permetterebbe di riscuotere un gettito enorme, dell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari ogni anno su scala globale. Risorse disponibili per finanziare i beni pubblici globali, per politiche di welfare, per la lotta ai cambiamenti climatici, per la cooperazione internazionale. Risorse ampiamente sufficienti per colmare il gap necessario a raggiungere (more…)

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26 Mar Marco Gallicani

Lunghe code ai seggi

04_133834La notizia è ufficiosa, ma sensata e quindi pubblicabile.

Ugo Biggeri, Giulio Tagliavini, Renzo Canal, Annibale Osti e Franco Marzocchi hanno raccolto le 330 firme necessarie per candidarsi al CdA di Banca popolare Etica.

Complessivamente han firmato in tutta Italia 2360 persone, il 7% dei soci di Banca Etica, e nonostante il buon senso la indicherebbe come percentuale miserevole, vi garantisco che è un ottimo risultato.

Giusto percapire come si sono mosse le aree e la relativa trasversalità delle candidature aggiungo questo quadretto, che credo abbia un certo peso per le strategie elettorali. Perchè – nonostante questo bizantino regolamento – il bello comincia adesso …

La successione è:  Area Nordest – Area Nordovest – Area Centro – Area Sud

BIGGERI: 159 – 158 – 159 – 169
CANAL: 353 – 0 – 0 – 0
MARZOCCHI: 84 – 55 – 342 – 47
OSTI: 0 – 424 – 0 – 0
TAGLIAVINI: 257 – 72 – 5 – 74

Sono aperti i commenti…

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25 Mar Paolo Trezzi

Proposte balorde

crumpled hundred dollar billCon la “vittoria delle sinistre”, iddu paventa l’avvento di uno stato di polizia tributaria, con l’abolizione dei pagamenti in contanti sopra i cento euro per consentire la tracciabilità alle relative verifiche ispettive. Premesso che con le regionali, e con i poteri che hanno le regioni, la questione tributaria c’entra come al solito come i cavoli a merenda, proviamo a entrare nel merito della questione.

Io sarei favorevolissimo all’abolizione tout court del contante, anche sotto i cento euro. Abolirei tutte le banconote, lascerei solo le monetine (per il caffè, il giornale, il pane). Tutto il resto andrebbe pagato con bancomat, carte di credito, assegni, bonifici. Certo, se ne avvantaggerebbe il nostro settore bancario (che peccato, eh?) ma ne sarebbero danneggiati, oltre che evasori fiscali, tangentisti, estorsori, anche i settori della prostituzione, del gioco d’azzardo, della ricettazione, armi, droga . Che proposta balorda, vero?

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24 Mar vincenzo.comito

Fondo Monetario Internazionale vs Washington Consensus?

bailoutcasa-thumbLe istituzioni internazionali nate subito dopo la seconda guerra mondiale con gli accordi di Bretton Woods, dal Fondo Monetario Internazionale, alla Banca Mondiale, all’Organizzazione Mondiale per il Commercio, negli ultimi anni  hanno teso a confrontarsi con difficoltà crescenti, che vanno dalla contestazione delle regole neoliberiste spinte del Washington Consensus - incarnato pienamente da tali organismi – sino alla concorrenza da parte di organismi finanziari alternativi, in particolare per quanto riguarda la Banca Mondiale.

Difficoltà che sono arrivate sino a mettere in discussione la loro stessa sopravvivenza. La crisi in atto ha accentuato alcuni di tali problemi, anche se il Fondo Monetario Internazionale ha per la verità visto il suo ruolo e le sue risorse incrementati di recente dal G-20; il Fondo sembra oggi, per alcuni aspetti, la parte meno caduca  della costruzione di Bretton Woods. Più in generale, le novità che nelle ultime settimane ruotano intorno a tale ultimo organismo sembrano numerose, sia in positivo che in negativo.

Intanto, dopo che un cittadino dello stesso paese è diventato da qualche mese capo economista della Banca Mondiale, un importante esperto cinese è stato nominato come consulente speciale del Fondo; questa misura, peraltro, va incontro soltanto in minima parte alle richieste che vengono da tempo dai paesi emergenti per una forte crescita del loro ruolo all’interno di tale organismo, come degli altri sopra citati e sembra quasi avere il tono di una beffa, a meno che essa non preluda a decisioni molto più significative sul tema. Si pone da molto tempo la questione delle quote di partecipazione dei vari paesi a tali organismi e quella del dominio esercitato su di essi dagli Stati Uniti e in via ancillare dai paesi europei.

Nel frattempo, si fanno più concrete, anche se  esse appaiono ancora un po’ remote, le minacce dello sviluppo di organismi che potrebbero (more…)

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23 Mar Condor Joe

Finanza armata, ancora

redbaron3aAl risparmiatore può capitare di finanziare le fabbriche d’armi, senza saperlo. E nei fondi di investimento si annida il rischio. È quanto emerge dalla ricerca condotta dall’Osservatorio sul commercio di armi di Ires Toscana, che ha analizzato 417 fondi italiani: ben 288 contengono azioni di aziende a produzione militare. “Abbiamo preso in considerazione i primi 50 titoli in cui è investito ciascun fondo – spiega Chiara Bonaiuti, coordinatrice della ricerca – e li abbiamo incrociati con le prime 100 aziende produttrici di armi elaborato dal Sipri (Stockholm international peace research institute)“. In particolare, sono 85 i fondi che hanno titoli di Finmeccanica, all’ottavo posto nella classifica del Sipri, per un totale di quasi 5 miliardi di euro.

Non è facile per un risparmiatore sapere se i suoi soldi vengono utilizzati per finanziare il settore delle armi. “Quello che ciascuno può fare è chiedere alla propria banca più trasparenza – spiega Chiara Bonaiuti -. Bisogna pretendere che di ogni fondo siano specificati i titoli in cui sono investiti e poi fare le opportune ricerche”. Inoltre, bisogna informarsi se la propria banca ha adottato dei criteri per la sostenibilità dei fondi. “Per ora sono poche le banche che hanno fatto questo passo”, aggiunge Chiara Bonaiuti.

I risultati completi della ricerca, che analizza diversi aspetti del rapporto fra banche, finanza e commercio delle armi, verranno presentati a Terra futura (28-30 maggio a Firenze). I dati sui fondi di investimento sono stati anticipati, invece, in un incontro nell’ambito di “Fa’ la cosa giusta!”, la fiera del consumo critico e degli stili di vita sostenibili che si è tenuta dal 12 ai 14 marzo scorsi.

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22 Mar redazione

Quanta polvere c’è sotto il tappeto dei fratelli Lehman

04054_2Non è certamente ancora chiaro se, quando e con quali modalità l’attuale crisi sarà in qualche modo superata, ma appaiono comunque in  sempre maggiore evidenza i diversi suoi strascichi, certamente non piacevoli, in particolare  a livello di comportamento dei vari attori – finanziari e non – presenti sulla scena; questo a parte il caso dello scandalo Madoff, che non toccavano peraltro il comportamento delle istituzioni più importanti del sistema finanziario.

Abbiamo accennato in un altro articolo al caso della Goldmann Sachs e di altre istituzioni finanziarie e al loro apparentemente pessimo comportamento durante tutto lo svolgimento della crisi greca; daremo notizie anche in merito a quello della Bank of America. Ma oggi vogliamo parlare della banca di investimento Lehman Brothers, il cui caso è stato definito a suo tempo da alcuni come il più importante  fallimento di tutta la storia economica americana e che ha innescato la fase più acuta della crisi che stiamo ancora per molti aspetti vivendo.

Si può intanto dire che le cose che stanno uscendo fuori stanno cogliendo di sorpresa anche gli stessi esperti statunitensi della materia. C’è voluto un anno di studi e ricerche all’esperto nominato dal tribunale, un certo signor Valukas,  per stendere un rapporto di ben 2200 pagine sulla questione. Sembrano implicati nella vicenda sia quattro tra i più importanti dirigenti della banca  all’epoca dei fatti  che hanno portato al fallimento della società, compreso il principale responsabile dell’istituto, che anche la società di revisione contabile Ernst & Young, che uno studio legale britannico. Per i caratteri dell’episodio di cui si sta discutendo,  viene in qualche modo alla memoria una rilevante analogia con il caso Enron;  gli accadimenti recenti  sembrano mostrare alla fine in ogni caso che, nonostante le riforme regolamentari che la crisi di allora aveva a suo tempo contribuito ad avviare, in particolare con l’approvazione (more…)

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