promozione della finanza solidale

governi e finanza

22 May Gianfranco Visconti

Una pallottola spuntata: l’accordo UE sulla disciplina dei derivati OTC

In questo articolo esaminiamo i contenuti essenziali del Regolamento UE n° 648 del 2012 sulla disciplina dei derivati OTC – Over the counter, cioè quelli stipulati ed eseguiti fuori dai mercati regolamentati (cioè dalle articolazioni delle borse valori dedicate alle contrattazioni sui vari tipi di questi derivati: futures, options, ecc.) e che rappresentano il 90% del totale di questi contratti.

Come ho già detto in articoli precedenti, la regolamentazione dei contratti derivati OTC è essenziale per disinnescare il potere di destabilizzazione della finanza in primo luogo verso se stessa, poi verso il sistema bancario tradizionale, quindi nei confronti dell’economia reale e della finanza pubblica. Per realizzare questo obbiettivo, oltre alla separazione tra banche e società finanziarie (di cui il regolamento citato non si occupa), occorre in primo luogo che i contratti derivati OTC siano trattati nei mercati regolamentati, quindi vengano ad emersione, non rimangano chiusi nei cassetti del Monte dei Paschi di turno, a pena della nullità di essi e/o di altre sanzioni davvero efficaci e dissuasive. Quindi, a mio giudizio, questi sono i parametri in base ai quali giudicare se il Regolamento UE 648/2012 rappresenta un passo in avanti sostanziale oppure la “pallottola spuntata” di un discutibile film comico di qualche anno fa.

Iniziamo segnalando ai lettori che gli articoli importanti del Regolamento CE 648/2012, che si applica o, meglio, si dovrebbe applicare ai contratti derivati OTC stipulati dopo il 16 Agosto 2012 e a quelli in essere a tale data, sono quelli che vanno dal numero 1 al numero 22.
Il Regolamento citato (articoli 1 – 12) non impone che i derivati OTC siano trattati nei mercati regolamentati, ma sceglie una soluzione equivalente ai fini della garanzia della sicurezza sistemica, della legalità, della trasparenza e della pubblicità di questi contratti consistente nel fatto che essi debbano essere eseguiti per mezzo di una controparte centrale (CCP) (è il c.d. “obbligo di compensazione”) e che le parti del contratto e la controparte centrale debbano trasmettere le informazioni relative ai contratti derivati OTC stipulati, modificati o cessati  ad un repertorio di dati su queste negoziazioni (è il c.d. “obbligo di segnalazione”) registrato o riconosciuto dall’ESMA o AESFEM, cioè dall’Autorità Europea sul Risparmio e i Mercati Finanziari (la CONSOB europea) e gestito da una persona giuridica istituita per tale attività [... continua sul pdf allegato. Lo scaricate cliccando qui]
15 May Paolo Trezzi

Il domin(i)o flessibile

Il dominio flessibile, che nella fabbrica, nei supermercati, nelle realtà produttive in genere, monta come un fiume a volte carsico  a volte più evidente – basta assistere alle riunioni, alle convention, ai workshop ect. –  è quello scambio simbolico e ineguale tra disponibilità ad accogliere in tempo reale le richieste variabili dell’azienda e una inclusione rischiosa, temporanea e comunque incerta, nei suoi piani produttivi, e assume sempre più una funzione dominante e paradigmatica.

Credo che, questo, sia un elemento che ogni lavoratore debba tenere in considerazione e analizzare per porvi argine, difesa e soluzione.
Muovendo dalle forme più fluide del lavoro, infatti, ci accorgiamo che i dispositivi ed i miti della flessibilità sono di casa come pratica quotidiana.
Ma anche i traumi, le ansie, le angosce e le paure che i processi di individualizzazione esasperata, di precarizzazione generalizzata e di insicurezza strutturale portano con sé. (Non parlo solo o prioritariamente della già famosa Legge 30 o della Fornero, che comunque gli esaspera). Nonché le dinamiche di quella “zona grigia”  in cui i tentativi di sopravvivere ai dispositivi totalizzanti frantumano la forza lavoro in un pulviscolo di monadi solitarie protette da una pellicola di indifferenza morale e nondimeno afflitte da un’endemica sofferenza identitaria.

Nel dominio flessibile messo in campo ormai diffusamente dal mondo produttivo, sopravvivere è più che mai “questione comune” orientata ad istituire il diritto universale, per troppi negato, alla piena cittadinanza.
E questo avviene fin (more…)
07 May Bellavista

Oi dialogoi: spettacolo

“Qui facciamo solo finta. A chi non piace fare finta?” (Spongebob a Patrick)

Stasera, commossi e rasserenati dal bis presidenziale preludio di largo inteso governissimo benedetto da sua santità lo spread, si parla di…
spettacolo.

“Bando ai preamboli – va giù sbrigativo Ennodio – era abbastanza ingenuo pensare che l’attuale classe politica, paravento dell’attuale classe dirigente, potesse farsi condizionare nelle sue decisioni da quisquilie come le volontà espresse dal popolo italiano in sede elettorale.”

“Infatti – concorda Ereda – finché ci sono i numeri, si fa quel che si vuole. Finché ci sono i numeri…”
“I numeri li avranno sempre e cercherò di spiegare il perché – cerca di spiegare, appunto, Eutalia – Cercherò di spiegarlo con altri numeri:  in Italia ci sono 20 milioni di cittadini che non hanno una connessione internet e ce ne sono 29 milioni che si collegano una volta al mese. In Italia ci sono 4 milioni di utenti twitter (comprese duplicazioni e falsi). Mentre il 96% delle famiglie italiane dispone di una tv, il 92% di un cellulare, il 67% di un decoder, il 63% di un dvd e solo il 58% di un computer.”

“D’accordo, penso di capire a cosa ti riferisci – argomenta Ermo (more…)
06 May vincenzo.comito

Jame Dimon e la sua banda, ovvero i guai di JPMorgan

Jamie Dimon è forse poco noto ai lettori italiani (tranne che a quelli che leggono finansol.it), ma sino ad oggi egli è stato considerato uno degli uomini più potenti della terra ed è stato indubitabilmente sino ad oggi, tra le altre cose,  il capo della resistenza dell’establishment bancario internazionale contro l’introduzione, dopo la crisi,  di riforme incisive nel sistema finanziario dei vari paesi; tale resistenza ha, come è noto, avuto partita sostanzialmente vinta contro dei politici che, per la verità, non hanno in generale speso troppe energie nel tentativo di  riformare un  sistema profondamente iniquo e destabilizzante.

La sua argomentazione preferita per difendere lo status quo è quella che le banche sanno meglio dei burocrati governativi come gestire un istituto finanziario, cosa che, alla luce anche della stessa crisi, appare peraltro ben lontana dall’essere dimostrata. La forza del manager statunitense deriva peraltro non solo dalla potenza del denaro che egli può mettere in campo, ma anche dal fatto che la sua banca, la JPMorgan, la più grande del paese, e di cui egli è il capo indiscusso, è stata quella che è riuscita ad emergere meglio dalla crisi del 2008, schivandola praticamente senza grandi danni.

Il personaggio è comunque noto anche per la sua arroganza e per il suo disprezzo della plebe.

Ma negli ultimi tempi la situazione sembra lentamente cambiare in peggio per lui e per la banca su molti fronti.
Ricordiamo preliminarmente che dallo scoppio della crisi in poi l’opinione pubblica internazionale è stata colpita dal manifestarsi di una serie di scandali venuti alla luce nel settore bancario e che sono rimasti sostanzialmente impuniti. Questo nel senso almeno che mentre diverse banche hanno dovuto pagare delle ammende più o meno rilevanti per tirarsi fuori dai guai, i grandi banchieri e i loro accoliti a capo delle stesse non hanno subito sostanzialmente alcun danno e nessuno ha dovuto scontare delle conseguenze penali; questo  ben al contrario di quanto era a suo tempo accaduto con altri scandali finanziari  scoppiati negli anni novanta e nei primi anni del nuovo secolo sempre negli Stati Uniti e che avevano portato a condanne pesantissime per diversi personaggi di primo piano di Wall Street e dintorni; oggi, invece,   solo qualche impiegato subordinato e qualche cane sciolto come H. Madoff  hanno subito le folgore della legge, che si è dimostrata ancora una volta forte con i deboli e debole con (more…)

03 May Paolo Trezzi

Mal di lavoro

“Ve l’ho detto che sono l’Occidente, che volete da me?” W. Siti, Troppi paradisi

In questa festività del I Maggio ho appropriatamente letto Mal di lavoro (a cura di R. Curcio, Sensibili alle foglie, 2013).
Una raccolta di esperienze lavorative narrate da anonimi (poi vedremo perché) che descrive uno spaccato del mondo del lavoro in Italia all’alba del terzo millennio. Un testo che andrebbe fatto leggere a chi si occupa di politiche dell’occupazione e che asserisce ormai superata la lotta di classe (che invece prosegue incessantemente e unilateralmente, dall’alto verso il basso) e la dicotomia padroni/lavoratori e che insomma sono passati i tempi di Peppone e don Camillo, guardiamo al ‘futuro’, su…

Storie di ricatto, di rassegnazione, umiliazione, estrema sofferenza, perdita di dignità che andrebbero sovrapposte alle pacate immagini di politici, manager, economisti mentre spiegano sorridenti in tv come gira il mondo.
Questa forma di fascismo determinata dal dominio del capitale opprime le vite dei lavoratori non solo in ogni ora di ufficio e fabbrica ma anche ‘fuori orario’, opprime i loro corpi e le loro menti attraverso la costruzione di ‘immaginari’ funzionali all’antico scopo di estrarre quanto più possibile plusvalore dalla loro opera.

Non vi è settore economico che si sottragga a questa logica: grande distribuzione, call center, edilizia, servizi sociali… Le storie narrate testimoniano costantemente di un clima di paura, paura di non essere all’altezza, di non essere riconfermati, di perdere l’esigua forma di sostentamento che consente di sopravvivere in questa società dei consumi, insomma costante paura di rappresaglie (ecco la ragione dell’anonimato, poi si dice che viviamo in democrazia…).
In questo contesto ha gioco facile il padronato ad agitare l’arma del ricatto per ottenere ben oltre di quanto previsto dal contratto (quando c’è): ore straordinarie non pagate, sottomissione collaborativa, appartenenza forzata, fino a persuadere i malcapitati che l’azienda non ti paga: ti compra. Fino ad ottenere addirittura l’impunità per veri e propri crimini, come descrive la vicenda del lavoratore senegalese che non può denunciare il padrone che gli spezza il braccio ‘perché non obbediva’ in quanto nessun collega è disposto a testimoniare: l’imprenditore aveva minacciato tutti che se fosse partita la causa avrebbero perso lavoro e casa (che lui dava loro in affitto). Un caso emblematico di proprietà esclusiva, di ‘nuovo schiavismo’ che la giustizia ordinaria non riesce oggettivamente ad amministrare. Forse quel padrone andrebbe (more…)
29 Apr Alessandro Messina

I limiti del nonprofit politico

scritto per Vita, Febbraio 2013

A poche organizzazioni senza scopo di lucro è mai accaduto di essere sotto i riflettori come in queste settimane ai partiti politici.

Che per le definizioni internazionali sono a tutti gli effetti enti del terzo settore. E dunque lo sono anche per l’Istat, che si prepara ad analizzarne i dati in occasione del nuovo Censimento sulle istituzioni nonprofit.

Circa dieci anni fa, dopo la prima rilevazione censuaria, scoprimmo che in Italia erano oltre 2.500 gli enti nonprofit attivi in politica, tutti con la forma di associazione non riconosciuta, la gran parte dei quali dichiarava di svolgere attività continuativa durante l’anno (86%) ed essere costituiti da meno di due lustri (84%). Si trattava in genere di enti mono-attività (78%), con basso impegno anche in iniziative culturali e ricreative (20%). Dal lato risorse umane il profilo risultava riccamente caratterizzato dalla presenza di volontari (162 mila), con una leva rispetto al lavoro remunerato superiore a 77 volte. Dato che spiccava se confrontato con quello medio di settore (5), delle attività culturali e ricreative (23) e addirittura delle organizzazioni che fanno del volontariato la propria missione (48). Viene il dubbio che oltre all’appeal del fare politica, entrassero in gioco altri fattori. L’84% delle istituzioni politiche non aveva dipendenti e l’86% dichiarava entrate non superiori ai 50 mila euro (vecchi 100 milioni di lire). Solo 82 enti (il 3%) avevano entrate superiori ai vecchi 500 milioni di lire. Si tratta, è evidente, dei partiti politici in senso proprio, di cui tutti gli altri rappresentano un arcipelago di contorno: circoli, sezioni, associazioni di riferimento.

Concentrandosi su questi 82 soggetti politici “core” si scopriva che le loro entrate complessive (nel 1999) ammontavano a circa 221 milioni di euro (di allora), ossia una media di (more…)

24 Apr Gianfranco Visconti

La riforma delle società di mutuo soccorso e i vantaggi per i soci

Le società di mutuo soccorso rappresentano una delle tipologie organizzative più antiche e più importanti della storia del terzo settore o del non profit che dir si voglia e del movimento cooperativo del nostro paese. La Legge che le disciplina, ancora in vigore tranne alcune norme che devono ritenersi implicitamente abrogate da norme successive, è la n° 3818 del 1886.

L’art. 23 del Decreto-Legge n° 179 del 2012 ha parzialmente riformato la Legge 3818/1886, modernizzando la disciplina in essa contenuta, anche se probabilmente meno di quanto sarebbe stato necessario, col chiaro scopo di rilanciare questo istituto e di rafforzare il canale di finanziamento che esso può rappresentare per le prestazioni sanitarie e di assistenza sociale, specie in un periodo in cui la sanità pubblica subisce razionalizzazioni e ridimensionamenti. Il 1° comma dell’art. 23 del DL 179/2012 ha previsto che le società di mutuo soccorso siano iscritte nella sezione imprese sociali del Registro delle Imprese ed in una apposita sezione dell’Albo delle società cooperative.
Le società di mutuo soccorso hanno, pertanto, sempre la qualifica di impresa sociale, per cui, per quanto non previsto dalla loro specifica disciplina, si applica ad esse il Decreto Legislativo n° 155 del 2006 sulle imprese sociali (per esempio, per quanto riguarda l’obbligo di redazione del bilancio sociale e per quello di coinvolgimento dei lavoratori nella gestione della società).

Le società di mutuo soccorso rappresentano una tipologia speciale di società, simile ma diversa dalle società cooperative, essendo a “mutualità pura”, vale a dire operando solo con i soci e non con i terzi, come vedremo tra poco. Per questo motivo esse la tipologia di società ad esse più vicina è quella delle mutua assicuratrice, disciplinata dagli artt. 2546 – 2548 del Codice Civile, anch’essa a mutualità pura (dato che solo i soci si possono assicurare con essa) ed, in secondo luogo, la società cooperativa a mutualità prevalente che, però, ha l’obbligo di operare solo prevalentemente, e non (more…)

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