promozione della finanza solidale
15 May redazione

La risposta di Ctm

ifat-logo.jpgGentili autori della “Lettera aperta a Ctm altromercato”, vi ringraziamo dell’attenzione che ci avete dedicato scrivendoci.

La prima cosa che ci teniamo a dirvi è che questa risposta, più che ribattere alle vostre argomentazioni punto per punto, vuole contribuire alla discussione che ci pare si sia aperta sulle questioni sollevate dalla vostra lettera, in particolare la questione del finanziamento delle attività delle botteghe del mondo. Una discussione che ci pare fondamentale, perché strettamente legata al ruolo futuro delle botteghe stesse all’interno del sempre più vasto scenario del commercio equo e solidale, e soprattutto necessaria alla luce delle decisioni critiche da prendere in questi e nei prossimi mesi.

Desideriamo inoltre precisare che, coerentemente con la natura democratica del nostro movimento, la convenzione con Banca Prossima sarà sottoposta a ratifica nel corso dell’assemblea soci di Ctm altromercato di giugno c.a. Come per tutte le decisioni importanti, saranno quindi i soci a stabilire se la strada che abbiamo indicato è quella che il Consorzio intende percorrere.

Tornando alla vostra lettera, vorremmo innanzitutto rassicurarvi che, come voi, anche noi, nel nostro ruolo di Cda del Consorzio Ctm altromercato, proveniamo da anni di volontariato e rappresentiamo delle cooperative ed associazioni di commercio equo e solidale che si impegnano “dal basso”, con grande passione, nel cambiare i meccanismi di ingiustizia presenti negli scambi economici tra i paesi del Nord e del Sud del mondo e nel costruire un’economia più giusta. Se dunque ci accomunano strettamente le origini, i valori e gli obiettivi del nostro agire quotidiano, sembra che tra noi e voi ci siano invece delle differenze non piccole e delle sensibilità diverse circa il ruolo e le prospettive future del commercio equo e dell’economia solidale in generale.

A tal proposito permetteteci di fare un rapido riassunto, importante per chiarire la nostra posizione. Il Consorzio Ctm Altromercato, grazie al contributo di migliaia di volontari, in questi oltre 20 anni di vita ha costruito una storia per molti versi unica: da piccolo fenomeno, fatto di tante realtà spontanee che volevano testimoniare i valori di giustizia e dignità attraverso un consumo attento e consapevole, è diventato oggi un sistema in cui sono presenti vere e proprie imprese sociali, in grado di operare a pieno titolo nell’economia del nostro paese. Tra lo stupore di molti, il Consorzio Ctm altromercato, la centrale e le botteghe, si confronta oggi con il mercato e opera fianco a fianco con molte imprese commerciali e della distribuzione organizzata, pur rimanendo fermi i principi per i quali è nato: l’assenza di scopo di lucro, la lotta alla povertà attraverso il sostegno ai piccoli produttori marginali del sud del mondo, la sensibilizzazione al consumo consapevole ed alle iniquità del sistema commerciale tradizionale.

Oggi Ctm altromercato è, e lo diciamo con grande orgoglio, una rete di economia solidale in grado di perseguire i suoi scopi intrecciando il lavoro retribuito di oltre 450 persone con l’apporto gratuito di migliaia di volontari e di soci, che insieme generano un’economia giusta di 60 milioni di euro all’anno, un fatturato pari a quello di molte aziende della produzione e della distribuzione commerciale convenzionale.

Veniamo ora al punto della questione: il sistema di imprese sociali che abbiamo creato in questi anni, basato prevalentemente sul tempo liberamente dedicato dalle persone, dal punto di vista finanziario è retto attraverso l’impegno personale di molti soci, persone che con i loro risparmi hanno permesso di far nascere e crescere la rete consortile, permettendoci di arrivare al livello attuale. Purtroppo, però, l’impegno finanziario di coloro che ci sostengono, per quanto meritorio e indice di genuina passione civile, oggi non è più sufficiente a far fronte alle esigenze di molte associate. Con dimensioni orami non più piccole, nella questione della sostenibilità del Consorzio è centrale ed ineludibile il problema finanziario, ossia del reperimento delle risorse necessarie a far fronte simultaneamente ai diversi impegni: il prefinanziamento ai produttori, il pagamento dei costi del personale, le spese di affitto, i tempi di incasso delle vendite dei prodotti, ecc.

Per quanto la rete sia costantemente impegnata nel raccogliere capitale sociale e prestito dei soci è a noi chiaro come la dimensione di molte realtà cooperative, che muovono centinaia di migliaia di euro, non possa reggersi esclusivamente sul rischio personale dei soci, in particolar modo in una situazione così difficile per tante famiglie italiane, per le quali anche poche centinaia di euro possono fare la differenza nel bilancio di fine mese.
E qui veniamo al bivio, alla decisione critica da prendere: trovare il modo di creare rapporti economico-finanziari con soggetti diversi e sostenere i bisogni operativi di un commercio equo e solidale che vuole cambiare l’economia del nostro paese, oppure prendere atto che l’utopia per cui molte persone si sono impegnate ha raggiunto il suo limite e non è possibile andare oltre, attuando una decrescita spontanea, riducendo l’economia solidale ad una pura testimonianza di valori, un po’ come agli albori.

Ci pare che voi sosteniate la seconda strada, mentre noi, con tutti i limiti e le contraddizioni possibili, ma coerenti con la nostra storia, stiamo disperatamente cercando di non abbandonare l’utopia che per tanti anni abbiamo reso concreta. La ricerca di nuovi fonti di accesso al credito finanziario è mossa dalla stessa volontà che ci ha portato a realizzare accordi con la grande distribuzione dieci anni fa, decisione difficile, come da voi ricordato, senza la quale tuttavia oggi probabilmente le botteghe del mondo avrebbero un ruolo di mera rappresentanza, di piccolo simbolo di economia solidale, e come avviene in quasi tutti gli altri paesi europei, la grande distribuzione stessa avrebbe assunto il ruolo di guida del fenomeno del consumo critico. La stessa volontà che, vale la pena ricordarlo, perché spesso ci si ferma a banche e distribuzione, ma si trascura il resto, ci ha portato a collaborare con tante realtà dell’economia tradizionale, nella trasformazione dei prodotti, nella loro lavorazione, nel trasporto dei prodotti finiti, nella comunicazione, nell’amministrazione, nell’informatica. Senza queste relazioni non sarebbe stato possibile raggiungere il successo di pubblico attuale, l’interesse verso il commercio equo delle organizzazioni e delle botteghe, il livello di qualità dei nostri prodotti, la realizzazione di numerosi progetti di autosviluppo presso i produttori del sud del mondo. Relazioni che ci hanno permesso di accreditare nel nostro paese l’economia gestita con altri valori rispetto al profitto, che hanno aperto la strada ad altre esperienze innovative nel nostro mondo, e che in qualche caso hanno dato vita a sinergie con piccole e medie imprese italiane, sorprese dalla forza dei nostri progetti ed appassionate con un interesse che va ben oltre quello strettamente economico o di marketing.

Il problema del sostegno del sistema Consorzio ha raggiunto una dimensione in cui c’è bisogno di notevoli risorse: crescono, per fortuna, gli importi che la Centrale paga ai produttori, secondo la regola del prefinanziamento anticipato, e quindi con molti mesi in anticipo rispetto alla riscossione per la vendita, e crescono gli investimenti delle botteghe del mondo per sostenere il loro sviluppo quale alternativa alla distribuzione commerciale, in particolare alla Gdo. In questa situazione, fatta eccezione per Banca Etica e per le raccolte di risparmio e di capitale dei soci, non ci sono alternative sufficienti al sistema finanziario tradizionale. Ci dispiace molto, ma è così. E del resto molte botteghe del mondo già oggi sono costrette a relazionarsi con banche tradizionali, chiedendo prestiti, anticipazioni e fidi di cassa.

In questo quadro, come detto cruciale, Banca Prossima si è offerta di costruire una convenzione con il Consorzio a favore delle botteghe socie. Come tutti sanno, Banca Prossima è di proprietà del gruppo Intesa-San Paolo, anche se la gestione è separata. La raccolta di capitale e gli impieghi sono dedicati al mondo del no profit. E’ noto come il gruppo Intesa San Paolo fosse una banca armata e come da metà del 2007 abbia dichiarato di sospendere la partecipazione a operazioni finanziare che riguardino il commercio e la produzione di armi. Nel 2007 il gruppo è ancora presente nell’elenco, essendo la sospensione operativa da giugno.

Voi affermate che Intesa San Paolo finanzia le peggiori multinazionali del mondo. A noi pare che il fatto di attingere fondi da Banca Prossima, una banca che raccoglie le risorse da impiegare da organizzazioni del terzo settore, tra cui Caritas italiana, Legacoop sociali, Consorzio Cgm, Anfas e molte altre Onlus sia un passo avanti circa l’impiego delle risorse con le quali si finanzia il commercio equo. Se ci si relaziona con un soggetto simile si riducono le risorse destinate all’economia delle multinazionali piuttosto che incrementarle, come invece potrebbe succedere nella situazione attuale, in cui molti soldi del commercio equo vanno ad alimentare conti di banche italiane tradizionali.

Ultima vostra osservazione: Banca Intesa è dentro il sistema globale, che massimizza profitti a danno di lavoratori, ambiente e comunità locali. Osservazione giustissima. Gran parte del nostro mondo è parte di questo sistema. E nessuno di noi può probabilmente affermare di esserne immune. Da tempo il Consorzio ha scelto di accettare la sfida, di non essere solo una testimonianza simbolica, ma di agire nella nostra comunità per operare un cambiamento positivo, commisurando di volta in volta i passi avanti che si possono ottenere con i compromessi che a volte sono necessari e senza i quali il cambiamento non è possibile. Come riportato nella prefazione di Stefano Zamagni al libro di Frans van der Hoff “Faremo migliore il mondo”, il commercio equo e solidale ha una possibilità di successo, ma a patto che “tra studiosi e operatori si diffonda il convincimento in base al quale i principi “altri” dal profitto e dallo scambio di equivalenti possono, se si vuole, trovare posto dentro l’attività economica. Se invece, si vede l’avanzare dell’area del mercato come una desertificazione della società, perché si pensa al mercato come al luogo dello sfruttamento e della sopraffazione del forte sul debole […] è chiaro che il commercio equo e solidale non potrà mai raggiungere la soglia critica di cui dicevo. Si deve arrivare a comprendere che esiste una terza concezione del mercato, quella dell’economia civile, in base alla quale si può vivere l’esperienza della socialità umana e della fraternità all’interno della normale vita economica, né a lato, né prima, né dopo di essa.”
Da anni ci pare di averlo compreso, e pur nei nostri limiti e con i nostri errori, percorriamo risoluti questa strada, per un’economia solidale e sostenibile. Ringraziandovi per l’attenzione, rimaniamo a vostra disposizione anche per un eventuale incontro “de visu”.

per il Consorzio Ctm altromercato
il Consiglio di amministrazione

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33 risposte a “La risposta di Ctm”

  1. 1
    Alessandro Lovato scrive:

    Cari tutti,

    nelle varie discussioni “filosofiche”, interesanti per questo, non sono riuscito a cogliere una vera proposta alternativa all’alleanza con Banca Prossima Intesa Sanpaolo.

    Chiedo seriamente a chi puo’ avere delle idee alternative, valide, per poter ottenere da una qualche realta’ etica:
    1) dei finanziamenti dell’ordine del milione di euro che permettono di portar avanti le attivita’ di un consorzio come Ctm-Altromercato, ad esempio pre-finanziare i produttori del Commercio Equo;
    2) una distribuzione capillare in tutta la nostra Italia (essendo Ctm presente in tutta la penisola), per poter aiutare (fidi, finanziamenti) la rete di Botteghe del Mondo che ne hanno bisogno;
    3) l’applicazione degli stessi tassi d’interesse, sia al nord che nel profondo sud della penisola.

    Se non si trovano alternative, che si fa? Si riduce l’attivita’ di commercio equo di una delle piu’ importanti centrali di Commercio Equo europee?
    Una delle poche che puo’ esigere, almeno una dichiarazione d’intenti di una banca “armata” per uscire dal giro? Una delle poche che possono incidere realmente rispetto al mercato profit tradizionale?

    Che strada scegliamo? Questa domanda non e’ retorica: c’e’ bisogno di una reale discussione.. meno filosofica..

    Alessandro

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  2. 2
    Marco scrive:

    se un giorno un produttore/fornitore di CTM un giorno dirà:
    “Qui è arrivata la crisi, non possiamo più garantire un salario equo ai nostri operai. CTM continuerà ad acquistare i prodotti da noi o mandiamo tutto all’aria?”

    …..CTM che farà?

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  3. 3
    Marco Gallicani scrive:

    reloaded from Francesco
    comments to Lettera aperta a Ctm – Altromercato
    mag 15 22:18

    Innanzitutto ringrazio sinceramente per aver dedicato del tempo a rispondere agli interventi.
    Sui contenuti, rispetto le scelte assunte e sono convinto che siano state prese con il massimo senso di responsabilità e onestà. Tuttavia dissento.
    Constato che la realpolitik ha stravinto su tutti i fronti. Ed al di là delle deboli ragioni “filosofiche”, è evidente che le ragioni forti siano di carattere prettamente economico-finanziario.
    Personalmente non ho mai creduto che il commercio equo potesse risolvere il problema della fame nel mondo o dell’ingiustizia. Niente può risolvere questo problema, secondo me. Bisogna esserne coscienti, è una questione di maturità. Il male non si estirpa. Indegnamente prendo ad esempio Gesù Cristo. Non ha miracolato tutti gli storpi del mondo, non ha eliminato il male e la sofferenza, però ha portato una parola di speranza per tutti. Si creda o no, il messaggio è chiarissimo e illuminante.
    Laicamente, credo che il commercio equo dovrebbe avere la stessa funzione, testimoniare la possibilità di vivere con una coscienza diversa. Che, badate bene, non è meno importante del portare più aiuti, perchè se esiste una sola speranza di contenere il male è modificare la coscienza delle persone. Invece, continuando per questa strada, si aiuteranno sì più persone, ma si finirà con l’annacquare talmente il messaggio che si finirà con il non fare più alcuna presa sulle coscienze.
    E’ già successo mille volte ad esperienze potenzialmente innovative. Basta pensare alla parabola dei verdi dal momento in cui hanno scelto di accettare le regole della politica.
    L’alternativa? Innanzitutto, non sempre esiste una soluzione. Personalmente farei semplicemente questo: il passo lungo quanto la gamba, ma non rischierei mai di rendere opaco il messaggio.

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  4. 4
    admim scrive:

    reloaded from Fabio
    comments to Lettera aperta a Ctm – Altromercato
    mag 17 13:47

    Sono socio di una importante rete di botteghe del commercio equo e solidale che domani celebrerà la sua assemblea annuale con un bilancio in attivo. Di poco. Ma in attivo. Questa rete fa anche commercio equo. In primis un’estesa attività educativa sul territorio provinciale.
    Guardando il passato della cooperativa riesco a leggere il presente. Con le dovute proporzioni.
    Non in centro storico! Le botteghe sembravano avere più consenso in periferia, magari un po’ nascoste onde evitare i rischi del consumismo che caratterizzò e caratterizza i centri storici. Domanda: c’è consumismo nelle botteghe del mondo? A vedere i minuscoli sacchetti che escono dalle BdM a paragone dei carrelli stracolmi dei confinanti supermercati non si direbbe.
    Mai con la grande distribuzione! La strategia lillipuziana dei piccoli che incatenano il gigante ha fallito. Esser entrati nel ventre del gigante ci ha permesso d’incontrare nuovo pubblico. Se confrontiamo in ogni supermercato lo spazio dato al commercio equo con quello assegnato al cibo per “cani e gatti” inorridiamo. Eppure oggi senza la grande distribuzione non sarebbe possibile raggiungere sotto casa ogni cittadino e non sarebbe possibile dare dignità a gran parte dei nostri produttori.
    Meglio le MAG! Anche la finanza solidale è evoluta nei decenni. Esistono veri e propri Istituti, Consorzi che gestiscono decine di milioni di euro all’anno e che sono governati anche da rappresentanti dei sud del mondo e che hanno sedi all’estero. Certamente la MAG sono state l’embrione di questa microfinanza. Se paragoniamo le nostre transazioni alle borse valori ci rendiamo conto quanto ancora irrisori siamo.
    No alle domeniche d’oro! Anche qui è stata utilizzata la “giusta misura” con 2 o3 domeniche d’oro in particolari periodi dell’anno. Abbiamo con questo secolarizzato le festività? Se ci paragoniamo ai centri commerciali “sempre aperti” vediamo che siamo ben poca cosa.
    Detta cooperativa è socia di CTM che si ritrova davanti ad una nuova domanda ed occasione di evoluzione. Il consorzio ha sempre ascoltato, favorito e dato opportunità a tutti senza differenziare le realtà piccole da quelle un po’ più solide. A mio avviso in modo quasi snervante e talvolta preoccupante ha voluto ascoltare sempre tutti. È il prezzo dell’organizzazione di commercio equo certamente più democratica d’Europa. Poi è sempre riuscita a fare sintesi condividendo a fondo e sul territorio il programma di sviluppo.
    Ebbene anch’essa è abitata dall’ambiguità. A diverse sfumature e tonalità che purtroppo vengono banalizzate con i “duri e puri” da un lato ed i “pragmatici” dall’altro. Nel precedente governo del Consorzio sedevano autorevoli persone che si/ci richiamavano spesso a questioni di principio ma, piccolo particolare, ci hanno lasciato un bilancio con un disavanzo affatto esiguo. Senza offendere alcuno ma gli stessi si sono scusati durante l’Assemblea CTM asserendo che hanno compreso a posteriori quanto sia ampia la differenza tra le proclamazioni e le difficoltà di governo. E per fortuna hanno avuto l’onestà intellettuale di dirlo senza fare riferimento a congiunture internazionali sfavorevoli e ad interpretazioni filosofali. Disavanzo significa tagli di bilancio, minori opportunità per le centinaia di microproduttori in 4 continenti e minori possibilità di abitare il territorio in Italia.
    Ora dobbiamo decidere nuovamente assieme. Vogliamo rinchiuderci nella riserva indiana ove profetizzare parole di speranza o immergerci nella storia per tentare compromessi a più alto livello? Come potremo continuare ad essere provocazione nella storia se ci rinchiudiamo in noi stessi?
    Spero che la prossima Assemblea CTM di Trento aiuti il percorso. Lo chiedo non solo come socio ma anche come persona che si sta giocando i propri risparmi sul commercio equo.

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  5. 5
    Marco scrive:

    Sul numero 94 del mensile Altreconomia (www.altreconimia.it) c’è forse la spiegazione e la risposta per le domande/dubbi di questo post. Per la prima volta CTM-Altromercato ha chiuso il bilancio in perdita e le botteghe del CommercioEquoSolidale cominciano a chiudere. Probabilmente il vero motivo dei contatti/convenzioni con BancaProssima-BancaIntesa è unicamente economico e nulla ha a che vedere con ipotetiche condivisioni di valori.

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  6. 6
    Marco Gallicani scrive:

    reloaded from Francesco
    comments to Lettera aperta a Ctm – Altromercato
    mag 19 12:04

    Ecco che si mettono davanti i bilanci. La realtà fa i suoi ricatti. I bilanci, i posti di lavoro. Se è per questo, l’economia tradizionale fa più posti di lavoro, più profitti. Dicono anche che l’unico modo per tirar fuori dalla povertà le persone è creare più sviluppo, più ricchezza. Che in India la povertà la sta combattendo il mercato, non il commercio equo. E forse hanno anche ragione. Non ho l’ordine di grandezza, ma sono sicuro che incide molto più sulla povertà nel mondo la beneficienza che fanno gli stati che tutto il commercio equo del mondo messo insieme.
    Io non ho le soluzioni a problemi del genere. Ma non mi sono mai illuso che il commercio equo lo fosse. Io la penso un po’ come Lou Reed quando disse “Il rock non può cambiare il mondo, ma può cambiare gli uomini. E gli uomini possono cambiare il mondo”.
    Però se il rock diventa pop…
    Un’ultima cosa. Mi pare curioso questo concetto del rinchiudersi. Restare fedele a un’idea significa rinchiudersi, secondo voi. Come dire che essere fedeli alla moglie è rinchiudersi nella famiglia… Io credo che la fedeltà sia anche una testimonianza verso l’esterno, come a dire a tutti “è possibile, provateci anche voi”.
    La vostra “apertura” a me pare una illusione. Non siete voi ad aprirvi, ma il resto a ingurgitarvi.
    Anch’io sono socio di un emporio di consumo critico. Si fa quel che si può. Però viene tanta gente, che si fida di noi e ci rispetta. Facciamo il solletico ai grandi business, lo sappiamo, però c’è tanta più gente che ora sa che deve porsi qualche problema in più prima di comprare un prodotto. Se cominciamo noi a farci qualche problema in meno (e di compromessi se ne fanno già tanti), cosa gli andremo a raccontare?
    A proposito. Il bilancio è in pareggio. Andiamo avanti per quello che ci possiamo permettere. Diamo da lavorare a due persone. Vogliamo vincere senza snaturarci, o si va avanti tutti interi o si rimane dov’è. Questa è la sfida, vincere con le nostre regole. Sennò che vittoria è?

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  7. 7
    Alessandro scrive:

    Mi collego all’ultimo post di Marco Gallicani.
    L’emporio di cui parli, non e’ compromesso con niente? Siete completamente slegati dalla realta’ locale-nazionale-internazionale?
    Non credo.
    Non credo voi abbiate dei corrieri che vi portano la merce con dei dipendendenti pagati in maniera giusta e che compartecipano alla gestione dell’azienda (alcuni dei principi dei progetti di commercio equo).
    Voi pagate un affitto o avete acquistato uno stabile? Avete controllato come ha usato o impegnato i soldi il vostro proprietario…magari investe in armamenti? Se invece lo stabile ve lo avesse dato gratuitamente un ente… sapete dove tiene i soldi questo ente al quale voi “pulite la faccia”?
    Avete acquistato un computer? Ma… cosa avete acquistato! Sapete come sono sub-appaltati i lavoratori asiatici che assemblano i computer? Ma sapete quanto inquina la costruzione di un singolo computer?
    Magari fra i vostri soci avete gente che si e’ addirittura comprata un’auto! Magari a benzina o… peggio ancora diesel!!!
    E poi… che contratti di assunzione state utilizzando… avete per caso mai fatto uso dei famigerati contratti a progetto che rendono precario il lavoratore e non danno lui alcuna garanzia? Spero proprio di no!
    Comunque, per tutto il resto, io dichiaro che non voglio assolutamente che voi accettiate questi compromessi! Parlero male di voi e Vi… boicottero’!
    …..
    Ecco, scusate ’sta sceneggiata ma, secondo me, rende l’idea: nessuno e’ esente da compromessi finche’ siamo in questa societa. Nemmeno le realta’ piu’ piccole ed insignificanti possono chiamarsi fuori.
    Invece c’e’ bisogno di altro secondo me. Accettiamo i compromessi non eliminabili, dichiarandoli tali e lavorando per poter sostituire questi “strumenti” con strumenti piu’ Giusti.
    Perdiamo tempo, invece che seguire queste vicende, di poco peso, se guardiamo a quello che succede nel mondo, nel ragionare sulle “nostre regole”.
    Quali sono le “nostre regole” di cui parli, Marco?
    Tu chiaramente, credi nel “piccolo e’ meglio”, Perche’ sicuramente il piccolo ha meno bisogno di “compromessi” (ma non cosi’ tanto, come esemplificato). Anch’io credo in questo, ma credo anche che il piccolo da solo non combina granche’ se lodarsi e comopiacersi da solo. Io credo che molti piccoli, uniti in una “rete” possano essere molto piu’ efficienti ed incisivi.
    Ricordiamoci che proprio il consorzio Ctm-Altromercato e’ appunto un consorzio: insieme di tante realta’, per la stragrande maggioranza, piccole. Ricordiamoci quindi, che il consorzio ha bisogno di solidi basi “finanziarie” anche per aiutare a tenere in vita tutti i componenti del consorzio: i “grandi” (bisognerebbe definire cosa s’intende per grande) ma anche i piccoli!

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  8. 8
    Marco Gallicani scrive:

    Entro da moderatore nella discussione solo per dire che il commento non era il mio, ma di Francesco. Io ho solo attivato una opzione che abbiamo adottato noi di finansol.it per fare in modo che i commenti a post “vecchi” (non più in homepage …) siano ricollegati ai post “nuovi”… un modo per rimanere all’interno della discussione senza perdersi tra le mille pagine di un blog che in questo periodo ospita un dibattito crescente su molti argomenti. E io – da presidente – me ne compiaccio.

    Quindi la risposta di “Alessandro” (quest’ultima, la numero 7) non è rivolta a me, ma a Francesco vero autore del 6° commento.

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  9. 9
    Francesco scrive:

    Accetto il giochino della sceneggiata. Ma noto che non comprendi il punto. Ho quasi quarant’anni, non 16, so benissimo che il compromesso è insito nelle cose.
    La questione è un’altra (ma mi sto quasi stancando a spiegarla…). Cercherò di essere più chiaro.
    Chi fa questo genere di attività, tra le altre cose vuole dimostrare che esiste un altro modo di fare economia capace di stare in piedi con altrettanta dignità di quella tradizionale. Vuole dimostrare (il che vuol dire far vedere che è riproducibile) che quel mondo ha un sistema che funziona, fin dove esiste. I computer non li produce, ovvio che ricorrerà a computer ordinari, così come le automobili (ecco perchè la tua sceneggiata è tanto suggestiva quanto inconsistente), ma dove c’è c’è. Anzi, si diffonde e invade sempre nuovi settori, dimostrando che anche questi possono funzionare con modalità diverse.
    Questo affetto è fondamentale, perchè dicendo che un altro mondo è possibile, si diche che… è POSSIBILE! Se è impossibile, che andiamo avanti a fare?
    Queste sono le “regole” di cui parlavo: dove ci sono, rivolgersi ad attori che sposano un certo modo di vedere le cose, perchè solo così si può dimostrare che tutto il sistema può stare in piedi, è possibile.
    Ora, la finanza etica esiste, in varie forme. Ricorrere alla finanza tradizionale, quando c’è quella etica, significa dimostrare che quel sistema NON si regge in piedi, e quindi NON E’ riproducibile e in conclusione NON E’ un modello realisticamente proponibile. NON E’ POSSIBILE.
    Non è semplicemente un compromesso necessario (sul quale non avrei nulla da dire). E’ l’ammissione che un diverso modo di produrre NON E’ possibile, perchè, pur potendo far potenzialmente ricorso ad un partner che ha fatto certe scelte, si è dovuti ricorrere ad un partner che quelle scelte non le ha fatte. Per me questa è una sconfitta enorme.
    Io dico: piuttosto che arrivare a questa implicita ammissione, se la finanza etica è ancora indietro per certe esigenze, aspettiamola e sviluppiamola.
    Spero che ora tu la smetta di battere sul chiodo dell’intransigenza e del voler essere a tutti i costi i cavalieri senza macchia e senza peccato. Dialetticamente è efficace, ma non c’entra niente.
    Francesco

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  10. 10
    Alessandro scrive:

    Caro Fancesco,
    bene, vedo che chiarezza per chiarezza ci siamo. La finanza etica non c’e’ ancora, e’ chiaro! O almeno non e’ ancora cosi’ incisiva.
    Non lo sapevi che il consorzio Ctm-Altromercato ha gia’ in essere accordi con Banca Etica e con il mondo della finanza etica ma che questi strumenti non riescono a sostenerlo? Davo per scontato che lo sapessi come tutti quelli che scrivono su questo forum.
    Penso non sia compito di Ctm-Altromercato lo sviluppare la finanza etica visto che ci sono gia’ attori presenti in Italia, in questo campo: ad ognuno il suo.
    Se in questo momento, come tu stesso ammetti, la Finanza Etica non puo’ supportare un Commercio Equo piu’incisivo, piu’ diffuso, modello per l’intero Commercio Equo Europeo, che si fa? Si ferma tutto e, comunque… (comunque!), si ammette la sconfitta?
    Se di sconfitta si tratta (io parlerei di tempi non ancora maturi, piuttosto..) e’ la parte “finanziaria” del movimento che ancora non e’ pronta. Ed interessante sarebbe interrogarci sul perche’ la finanza etica in Italia non si e’ ancora sviluppata. Piuttosco che muovere facili accuse (tipo: perche’ usi la macchina? La sceneggiata indicava anche quest: facili accuse..), perche’ non accusare o accusarci del non aver sostenuto abbastanza la finanza etica? Sorattutto il mondo non-profit non ha fatto quel che doveva fare. Dove pensi (pensate) abbiano preso i soldi Banca Intesa-S.Paolo per fondare Banca Prossima? Dal traffico delle armi? Sbagliato! Dal mondo no-profit italiano (quando si dice “come sparare sulla Croce Rossa…”).
    Allora lasciamo che il Commercio Equo possa almeno provare a trascinare con se anche la finanza etica, perche’ il contrario, sembra fallito.
    Ma continuiamo a vigilare, quello si’, su tutti i vari passi di questo accordo che (almeno quello credo di poterlo dire) fatto all’insegna della massima trasparenza (forse troppa?…no mai la trasparenza e’ troppa!).
    P.S.
    Ovviamente non scrivevo quello che ho scritto solo per te, Francesco; visto che siamo in un forum pubblico e… mai stancarsi di spiegare le proprie posizioni!

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  11. 11
    Francesco scrive:

    Gentile Alessandro,
    io non ammetto alcunchè, perchè non ne ho titolo. Però me lo deve venire a dire il Presidente di Banca Etica (che è una banca banca) che non ce la fa a stare dietro ad un singolo consorzio. Ma tu credi davvero sia questo il problema? O non è piuttosto una mera scelta di convenienza?
    Tra l’altro, CTM prende origine da una MAG, sennò neppure esisteva. Quindi, quando dici che non è compito di CTM sviluppare la finanza etica, dimostri di non conoscere lo spirito che anima questo modo di fare economia che ha come primo valore il sostenersi a vicenda, le relazioni, il fare rete, la solidarietà. Ma no, togliamoci pure questo…. tanto che fa…..
    E allora, se di convenienza si tratta, ha ragione quell’amico che diceva che la prossima volta compra le banane Monsanto!
    Comunque, credo che le posizioni siano chiare. Ne riparleremo tra dieci anni e vedremo se questa operazione ha reso il commercio equo più incisivo nel seminare certi valori nell’economia tradizionale o semplicemente più ricco.
    Concludo dicendo che, conseguentemente a quello che tu dici, a questo punto, viva il caffè del commercio equo della Nestlè, che sicuramente ha una capacità di investire (e quindi portare soldi ai produttori) 100 volte superiore a tutti i CTM del mondo. Non capisco perchè all’epoca si scandalizzarono tanto.

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  12. 12
    Roberto scrive:

    1. Mi risulta che Ctm per anni abbia chiesto collaborazione a Banca Etica per le esigenze finanziarie delle botteghe e per anni abbia ricevuto come risposta un bel due di picche. Se questo fosse vero, cosa doveva fare Ctm? Aspettare che arrivasse un’altra banca etica? Questo è il punto che Alessandro giustamente porta avanti.
    2. Quello che non mi pare si capisca (e mi pare un film già visto) è che il caffè del commercio equo della Nestlè è già qui e che se non ci attrezziamo velocemente il movimento e le botteghe spariscono nel giro di qualche anno, come è successo in quasi tutto il mondo. Hai visto i dati presentati da Fairtrade Italia a Terra Futura? Più 46% in un anno, “grazie ai supermercati”, come recita il titolo di Repubblica, al caffè equo della Lidl, di Auchan, ecc. ecc.
    Il commercio equo delle botteghe, dei volontari, ecc., si deve attrezzare, anche con strumenti finanziari nuovi, che risolvano il problema per cui un mese sì ed uno no rischi di non pagare i fornitori, o se ti serve uno scaffale nuovo devi dare in pegno l’auto privata del presidente.
    Dare alle botteghe uno strumento finanziario per resistere al caffè della Nestlè è rendere concreta quella solidarietà di cui Francesco parla, altrimenti si enunciano solo valori, insisto su questo punto.
    E lo si da, come dice Alessandro, attraverso Banca Prossima, un soggetto che raccoglie i soldi (5 miliardi di Euro) da 30.000 organizzazioni non-profit, non dalle multinazionali delle armi (vedi articolo di Altreconomia). Non vedo lo scandalo, anzi molto meglio che vadano all’economia solidale e non ad altri.

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  13. 13
    Marco scrive:

    1. Mi risulta che CTM sia passata a BancaProssima perchè presta il denaro senza chiedere garanzie e non per altri motivi (garanzie …coperte come sappiamo!!!!)

    2. Quello che non mi pare si capisca è che forse proprio a causa delle scelte “meno coerenti” di molti/alcuni, la gente acquista il caffè “etico” della Nestlè perchè ragiona così: “Se è equo come quello di CTM, perchè non comprarlo?” (il ragionamento di CTM mi sembra identico: “Se BancaProssima è “etica” come BancaEtica, perchè no?)

    Vero: Banca Prossima è un soggetto che raccoglie i soldi da 30.000 organizzazioni non-profit …che “potranno scegliere” se depositarli a BancaProssima o a BancaEtica ….ma se la FondazioneSanPaolo dà al non-profit un sacco di soldi (gratis: donazioni, regalie, ecc.!) è davvero pensabile che continui a darglieli se non sceglieranno BancaProssima?
    La risposta la sappiamo da soli ….la FondazioneEtica i soldi non li regala… perchè non ha utili miliardari dalla vendita di armi e altre attività simili.
    E al non-profit conviene avere i regali delle Fondazioni anche se questo le obbliga ad avere il conto nelle banche armate.

    Non vedi lo scandalo e dici: “Molto meglio che vadano all’economia solidale e non ad altri”…. Mi ricordi una certa MadreTeresa di Calcutta che quando le facevano notare che riceveva fondi da regimi oppressivi lei rispondeva “Non mi interessa da dove arrivano i soldi, mi interessa sapere dove vanno a finire” ….forse la differenza sta proprio qui: alla finanza etica interessa sapere soprattutto da dove arrivano i soldi, come sono stati prodotti! …sennò cos’è etica? l’elemosina????

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  14. 14
    Marco scrive:

    io credo debba essere chiara una cosa: CTM deve poter scegliere di lavorare con chi vuole!

    ..e naturalmente aspettarsi che anche molti/alcuni/pochi “clienti” saranno liberi di fare le proprie scelte come anche quella del caffè “etico” Nestlè, ecc..

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  15. 15
    francesco scrive:

    Concordo in pieno con Marco.
    E’ quello che dicevo io quando parlavo di “digestione”…
    E’ davvero da ingenui pensare di poter combattere sullo stesso piano delle multinazionali. Se quelle ti vogliono spazzare via, lo faranno sempre e comunque, ma figurati! Però, intanto che tu le rincorri, sei diventato altro.
    L’unica possibilità (che non solo ha un valore “etico”, ma anche strategico) è rimanere su un terreno su cui loro non potranno mai venire, per natura.
    E poi, di cosa vi lamentate? Se loro sono più bravi a fare certe cose (visto che tali li considerate), perchè vedete con paura lo scomparire? Se la differenza è tutta qui, meglio lasciar fare a loro, no?

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  16. 16
    Roberto scrive:

    Ok, accetto le vostre osservazioni. Anzi, scriverò a CTM per chiedere di mandarvi di persona dai produttori, magari quelli etiopi che ho visitato recentemente, e che vivono in delle comunità dalla miseria più nera, a dire: “scusate, volevamo finanziarvi ed aumentare gli acquisti di caffè di qualche centinaio di migliaia di Euro, ma poi abbiamo scoperto che si tratta di soldi che provengono da parrocchie ed organizzazioni non profit italiane “ricattate” dalle fondazioni bancarie, depositati inoltre in un conto di una banca di proprietà di un’altra banca multinazionale, molto cattiva. Per preservare la purezza del nostro sistema preferiamo lasciarvi alla fame, ma siamo sicuri che capirete ed accetterete con gioia questa condizione. Dobbiamo distruggere il capitalismo cattivo, resistete altri 50 anni che torniamo con altro mondo più giusto e solidale.”
    Spero riusciate a tornare sani e salvi, per bontà dei produttori stessi. E che quando l’ultimo dei produttori del sud del mondo vi avrà abbandonato per le famose multinazionali, dalle quali nel 2007 hanno ricavato quasi un miliardo di Euro grazie al commercio equo, vi rendiate conto che a voi dei produttori del sud del mondo in realtà non interessava niente.
    E spero anche che quando, dopo aver chiuso la vostra bottega (come quasi tutte le altre in Italia) per mancanza di prodotti e per la concorrenza, dovrete cercare lavoro alla Lidl (magari al reparto Fairglobe, prodotti equosolidali) vi rendiate conto che una certa differenza tra le multinazionali e le centrali di importazione come CTM in effetti c’era proprio.

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  17. 17
    Luca scrive:

    Roberto, non si capisce la tua ironia.
    Se il caffè equo di Nestlè è appunto equo, i produttori saranno contenti lo stesso.

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  18. 18
    Marco scrive:

    Veramente è CTM dovrebbe spiegare ai produttori etiopi che adesso utilizzerà una banca che tra le altre cose finanzia anche armi che magari gli etiopi hanno avuto la sfortuna di conoscere….

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  19. 19
    Francesco scrive:

    Questi ricatti morali sono di dubbio gusto e inaccettabili.
    Per questo genere di ragionamenti si è sempre dovuto ingoiare tutto da parte delle imprese. Persino la mozzarella avvelenata ci tocca mangiare, perchè sennò come fanno i lavoratori? Li vogliamo mettere in mezzo a una strada? Persino l’oppio dell’Afghanistan va bene, perchè sennò si azzera il PIL di una nazione intera.
    Francamente ne ho piene le tasche.
    L’ho già detto come la penso: io non sarò la soluzione dei problemi del mondo. Non ho la pretesa di esserlo. So che il mio stile di vita produce molti più disastri di quanto riesca a rappezzare con il commercio equo. L’unica piccolissima speranza è contribuire frenare un minimo il sistema che produce la miseria.
    Proprio non chiedersi la provenienza dei soldi, mio caro, è quello che ha determinato il disastro cui assistiamo. Disintegrarli da una parte con un sistema e poi tornare con gli spiccioli presi in prestito da quello stesso sistema a fare i salvatori della patria è il massimo della presa per il culo, se permetti!
    E per piacere, che San Paolo è finanziata dalla vecchietta col rosario in mano è una panzana troppo grossa, su, a tutto c’è un limite…
    Per chi ha fame e punto, c’è la beneficienza, che va benissimo per le emergenze. Il commercio equo vorrebbe essere un altra cosa: un modello di sviluppo diverso. Questa è una cosa che va capita, sennò non si va da nessuna parte. Credo che tu dovresti lavorare alla FAO. Rispettabilissima istituzione, che non si fa domande, ha il solo scopo di aiutare i bisognosi (almeno nelle intenzioni), ma nello stesso tempo non ha alcuna pretesa di cambiare alcunchè.
    Il commercio equo questa pretesa ce l’ha (e non tanto per, ma proprio per arrestare il meccanismo che crea la miseria) e quindi, per forza di cose, deve comportarsi secondo una certa linea per non perdere di efficacia e slancio.
    Mi sembra un concetto estremamente semplice: ogni strumento ha una sua funzione.
    Per cui, la bassezza che hai detto sul disinteresse verso i produttori te la potevi risparmiare.
    Infine: Proprio perchè esistono delle differenze tra CTM e le multinazionali, si vorrebbe che continuassero ad esserci!!

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  20. 20
    andrea scrive:

    peccato che la discussione abbia preso questa piega. tradizionale e convenzionale, nel nostro mondo. anzi, molto anni 70, quando i gruppetti passavano il tempo ad accapigliarsi a vicenda su chi fosse il vero comunista… fuori intanto qualcuno elaborava i grandi processi di ristrutturazione produttiva. peccato anche che le stesse opinioni del coordinatore della campagna banche armate, giorgio beretta, uno che di queste cose se ne intende, contino come il due di picche.
    non credo che rispetto al comes e alle sue necessità finanziarie si possa fare ideologia. perchè il comes non è uno strumento rivoluzionario che propone una ipotesi sociale alternativa, ma regole di mercato più eque, solidali ed umane. un obiettivo contenuto e parziale, se lo guardiamo con fare intellettuale, ma grande ed essenziale per le centinaia di migliaia di produttrici/ori del sud del mondo. per inciso, sarà ora di cominciare ad enunciare quale sarebbe il mondo alternativo che si vuole costruire.. capitalismo umano, socialismo rosato, cosa’altro, senza tirare in ballo sempre i soliti noti, che dovrebbero farsi carico di tutto.
    tornando al comes perchè non ci riesce possibile vedere come sia lecito che ognuno sviluppi la sua visione del comes, impegnandosi al meglio nel modello in cui si crede ? se faccio il volontario in una bdm piccola il mio compito sarà comunicare con i cittadini il valore di quello che faccio. se accanto c’è un supermercato che vende prodotti etici, perchè rodersi il fegato ? non è comunque una conquista, a cui anche io ho contribuito ?
    io faccio il volontario in una cooperativa di comes con 13 dipendenti e 500 volontari. con la gdo la cooperativa ha iniziato a lavorare nel 1991, distribuendo i prodotti come nei supermercati. alla inaugurazione del primo scaffale c’era anche alex zanotelli, che celebrava la “contaminazione” . ora i nostri prodotti sono sostituiti da quelli solidal/coop. che fare, la guerra ? impossibile, l’unica via è la comunicazione sul territorio, o se volete, il lavoro politico quotidiano. spiegare la differenza tra etico ed equo, senza astio e turbamenti e con pazienza.
    ora, se i soci di un consorzio come ctm decidessero di attivare una convenzione con banca prossima, questo cosa toglierebbe alla necessità di uno sviluppo pluriverso del comes in italia ? se una bdm in italia per necessità utilizza bnl o intesa san paolo per le sue esigenze cosa sottrae al valore di quello che fà, che fanno i suoi volontari ? perchè questo benedetto comes non lo sviluppiamo, ognuno con il suo modello in testa, invece che sorvegliare quello che fà il nostro vicino/nemico ?
    io, da pragmatico, credo che il nocciolo positivo della convenzione con banca prossima stia nella sua parte politica, non in quella economica. il comes è uno strumento spurio, parziale, e anche sperimentale. e non è puro fin dalla nascita, contaminato com’è da necessità economiche, adeguamento a strategie di mercato, parole d’ordine umanistiche e vaghe come “equo e solidale”. ma fà politica, indica ingiustizie. ma spesso la nostra politica, il dito che dovrebbe indicare le ingiustizie è invece piegato verso di noi per indicare chi è il più “puro” del reame.

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  21. 21
    francesco scrive:

    Personalmente negli anni settanta ero nato da poco, per cui non ho alcuna nostalgia di certi argomenti.
    Mi chiedo, piuttosto, se chi legge legge o proietta se stesso in quello che legge.
    Andrea ha sostenuto ancora una volta che una certa posizione viene assunta per potersi dire puri… credevo di aver spiegato, ma evidentemente non bene.
    Forse può essere utile un raccontino che non c’entra niente con il comemrcio equo, così nessuno vedrà fantasmi.
    C’è una grossa (ma pur sempre piccola rispetto ai colossi) cooperativa agricola sarda che, per disperazione (il prezzo del pecorino romano, suo principale prodotto, era a zero), fece delle prove ed inventò un grana con latte di pecora. Com’è come non è, un grossista abruzzese intuì le grandi potenzialità di questo formaggio ed iniziò a farlo girare per l’Italia. Certo, i tempi di crescita erano lenti, si trattava comunque di un prodotto di nicchia, però la crescita c’era. La cooperativa iniziò a pensare di avere tra le mani la sua salvezza e vide che il grossista non aveva la capacità di assorbire tutto il prodotto che avrebbe potuto ottenere convertendo la produzione.
    Com’è come non è, grazie all’operato del grossista, iniziò ad interessarsi al formaggio anche un colosso dell’alimentazione italiana. Il grossista titubava, temeva di perdere l’affare, e così la cooperativa, che aveva fretta, lo ha scavalcato ed ha dialogato direttamente con il colosso.
    Morale: il colosso ha comprato al prezzo che diceva lui, svalutando completamente la specialità del formaggio. Ha fatto delle prove di mercato che non sono andate bene ed ha abbandonato il prodotto. Il grossista, liquidato a calci nel sedere, se ne è andato. La cooperativa, che aveva spinto la produzione, si è trovata con tonnellate di formaggio inutile e senza più capacità di distribuire, nè tanto nè poco. Fine di quel gran formaggio.
    Cosa voglio dire: che non è affatto detto in economia che due più due faccia quattro. Non parlo di purezza, parlo di strategia e comunicazione, che si nutrono anche di coerenza di comportamenti. Non solo perchè è bello e buono, ma anche perchè è un modello di business. Per me, il modello di business del commercio equo non può prescindere da certe scelte e da una certa radice politica.
    Il commercio equo tradizionale non può e non deve inseguire il modello di business delle multinazionali. Pena:
    1) snaturarsi, diluirsi, banalizzarsi.
    2) uscire con le ossa rotte da una concorrenza che non può sostenere.
    Non si contano le aziende che hanno fallito dopo essere entrate nella GDO…
    Se poi l’unica preoccupazione è che arrivino i soldi ai produttori, la FAO giusto oggi varerà un programma imponente di aiuti all’agricoltura che fa impallidire un decennio di commercio equo.

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  22. 22
    francesco scrive:

    Voglio aggiungere che condivido l’idea che il commercio equo abbia un’identità fluida, che va sperimentata sul campo. Mi piace questa impostazione.
    Fluida, però, non vuol dire che deve andare necessariamente bene a tutti sempre, sennò sei un “ideologizzato”. Spero che si possa parlare serenamente di queste cose senza che qualcuno ti appiccichi l’etichetta addosso.
    Già Marcorè faceva la parodia di Vito che ripeteva “comunisti, comunisti, comunisti, comunisti……….”

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  23. 23
    andrea scrive:

    sai, hai fatto un buon esempio di cose che possono succedere. io ho in mente casi oiù frequenti di piccole botteghe di commercio equo che stentano a tirare avanti e altre che chiudono. per molti motivi, magari un luogo poco visibile, magari un investimento sbagliato, magari la non capacità di intercettare i cittadini, trovare volontari o di avere ricambio nei consigli di amministrazione. sono sempre piccole/grandi sconfitte. però mi interrogo sul limite in cui questi progetti politici/economici si sono autoconfinati, non dotandosi da subito dell’importante strumento della finanza solidale, cioè la raccolta di capitale e risparmio dai soci.
    questa pratica virtuosa permetterebbe di fare a meno dello strumento bancario e darebbe radicamento e sostegno alla bottega nella comunità in cui opera.
    e su questo bisognerebbe avere la capacità di riguardarsi, fare un bilancio non autocelebrativo e rinnovarsi.
    comunque, da sempre esiste la dialettica/polemica tra chi immagina che il cambiamento si produce da fuori il sistema e chi pensa di lavorare all’interno. nel caso del comes, un contesto così parziale e specialistico, la questione è esasperata.
    alla fine, quale è l’indicatore giusto per giudicare se una realtà cooperativa stà compiendo il suo scopo, sta sviluppano il comes ? il fatturato, la sua storia, la capacità di fare formazione nelle scuole, di produrre analisi politiche ?
    magari tutte queste cose insieme, alla pari ?
    a me interessa poco questo gioco, mi interessa, come già detto, che ognuno operi nella società con i mezzi e i talenti che possiede, sapendo che non è “unto dal signore” .
    e quindi, se qualcuno ritiene che sia utile per lo sviluppo (o il salvataggio) della sua bottega onesta, sincera, equa e solidale utilizzare una convenzione con una banca con un pedigree grigiastro e perfettibile, non sarò io a tirargli le pietre.

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  24. 24
    Giovanni Rocco scrive:

    “..e quindi, se qualcuno ritiene che sia utile per lo sviluppo (o il salvataggio) della sua bottega onesta, sincera, equa e solidale utilizzare una convenzione con una banca con un pedigree grigiastro e perfettibile, non sarò io a tirargli le pietre..”

    Sinceramente potrei anche condividere ….ma perchè se vado in una bottega del commercio equo e dico “Le vostre banane sono troppo care. Io compro quelle della Dole al discount”, …le pietre me le tirano?
    In parole povere…. perchè io devo essere al 100% equo e “unto dal signore” e la mia bottega no?

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  25. 25
    Francesco scrive:

    E dalli……..
    Qui non si tratta di tirare pietre a nessuno!
    Mi risulta che stiano chiudendo anche i piccoli esercizi tradizionali. Forse perchè non si rivolgono a banche tradizionali?!?! Non credo… Semplicemente perchè non possono competere con la GDO, a meno che non valorizzino altri aspetti (la qualità, lo stare in centro, ecc…).
    Idem per le botteghe (e lo aveva già detto benissimo Marco): se una bottega inizia ad assumere comportamenti sempre più indistinti rispetto al Fair Trade nella GDO, annacquando le sue scelte, ma come pensa di poter competere? In base a cosa potrà convincere le persone a preferire la bottega al convenientissimo, fornitissimo, pargheggiabilissimo centro commerciale??
    Per cui l’elemento coerenza è insito in un certo modello di business, perchè (oltre a piacermi) è l’unico modo per giustificare la propria esistenza.
    E’ un’illusione pensare di essere competitivi in altro modo, si verrà comunque stritolati (o economicamente o idealmente) da forze non al nostro livello.
    Questa, da imprenditore, è la mia idea.
    Nessuno ha la palla di cristallo. Tra dieci anni vediamo chi aveva ragione…

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  26. 26
    Alessandro scrive:

    Bene! Ora che siamo “meno annacquati”, ora che siamo meno “snaturati”, rimbocchiamoci le maniche: tutti ma specialmente (a questo punto) chi ha remato contro l’accordo Ctm – Banca Prossima.
    Per inciso, l’assemblea dei soci Ctm ha BOCCIATO l’acordo.
    Qualche bottega non ce la fara’ a sopravvivere ed a rimanere “meno annacquata”, nel senso che e’ gia’ “sotto acqua”! A meno che non ci sia veramente un aiuto concreto: cioe’ mano al portafogli e meno chiacchere, per queste realta’ in difficolta’.
    Per il movimento invece, servono idee NUOVE su come resistere a quest’ondata di “crisi speculativa” mondiale che rischia di spazzare via anni di lavoro nel senso di un Commercio piu’ Equo e Solidale.

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  27. 27
    Fabio scrive:

    “Siccome non avete voluto l’accordo con BancaProssima” ora date VOI i soldi alle botteghe!” …maddaiiiii!!!!!

    Allora non dovremmo fare le manifestazioni per la pace perchè sennò gli operai delle fabbriche di armi perdono il lavoro?

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  28. 28
    Francesco scrive:

    Se lo hanno bocciato, qualche motivo, a quanto pare, ci sarà…

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  29. 29
    Marco scrive:

    in che senso “l’assemblea dei soci Ctm ha BOCCIATO l’acordo”?

    Il CdA l’accordo l’aveva firmato! Ora che succederà? L’accordo verrà annullato?

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  30. 30
    Fabio scrive:

    da “Carta”
    —————————————-
    I soci di Ctm altromercato, la più grande organizzazione del commercio equo italiano, hanno respinto la proposta dei dirigenti di Ctm, stipulare un accordo con Banca Prossima del Gruppo Banca Intesa, cioè uno degli istituti di credito più grandi d´Europa. Nelle scorse settimane alcune esperienze di consumo critico avevano avviato una campagna di pressione contro quell´accordo, diffondendo una lettera aperta pubblicata da Carta [13/08] e dal sito Finansol.it [al tema ha dedicato alcune attenzioni anche il mensile Altreconomia]. Qualche settimana dopo Carta ha anche pubblicato la risposta del Consorzio Ctm Altromercato alla lettera di protesta firmata, tra gli altri, da Alessandro Santoro, prete della comunità delle Piagge di Firenze, e altri. Per molti pezzi del movimento dell´altraeconomia, la scelta della base di Ctm è un´importante vittoria del consumo critico.

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  31. 31
    gigi scrive:

    Qualcuno scrive: “se una bdm in italia per necessità utilizza bnl o intesa san paolo per le sue esigenze cosa sottrae al valore di quello che fà, che fanno i suoi volontari?”. Questo potrei anche non saperlo. Quello che so bene è che io non avrò più la faccia di presentarmi a un banchetto con un pieghevole della campagna “Banche armate”. E’ poco? Non mi pare: chi è informato su queste contraddizioni mi menerà in testa; chi non è informato troverà presto un articolo su “L’Espresso” o su “Panorama” che spiega come e qualmente il mondo “un-altro-mondo-è-possibile” del commercio equo e solidale predica bene e razzola male. (a parte il fatto che potrei avere io stesso qualche problemino serio con la mia coscienza…). Non scherziamo col fuoco, per cortesia. Se siamo degli inventori di futuro per definizione, inventiamo strade nuove anche in questo campo.

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  32. 32
    paolo scrive:

    Scusate il mio intervento da profano ma non mi è chiara una cosa:
    nella discussione si è trattata la questione dei finanziamenti di Banca Prossima come se questa arrivasse per regalare denaro a botteghe che stanno per affogare nei loro debiti.
    I mezzi finanziari sono estremamente utili e magari Banca Prossima li avrebbe forniti ad un costo estremamente conveniente ma credo che se una bottega sia in deficit lo debba al fatto che non sta operando in modo economicamente sostenibile per una infinità di ragioni (posizione, concorrenza, scarso “appeal” sulla clientela, spese di gestione eccessive, scarso apporto dei soci ecc….); il fatto di avere difficoltà finanziarie è una conseguenza di tutto ciò e non constituisce il motivo da cui scaturiscono le situazioni negative. Esistono molte botteghe che hanno saputo gestisi in modo proficuo per sè per per il commercio eque e solidale in generale; forse il primo strumento di cui si ha bisogno è quello di un supporto gestionale (inteso in termini di consulenza) prima di quello finanziario.
    Qualunque, istituto etico o non etico, potrà finanziare nel migliore dei modi tutte le attività ma alla fine dovrà presentare il conto pretendendo la restituzione di quanto prestato. O forse, dietro all’iniziativa di Banca Prossima c’è l’intento di accaparrarsi un settore che alla fine potrà controllare interamente perchè ne detiene tutte le risorse finanziarie e per questo mette già in conto di “perderci” del denaro? (storie già viste…)
    Forse alcune considerazioni sono probabilmente ingenue ma vorrei alla fine sottolineare che gli aspetti economici e finanziari, seppur legati, non sono la stessa cosa e che la finanza etica mi pare debba opporsi al predominio che la finanza “lucrativa” ha assunto sopra ogni iniziativa.

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  33. 33
    Fabio scrive:

    Paolo hai …quasi… ragione.

    BancaProssima i soldi li presta senza chiedere garanzie e ad un tasso molto basso (tutto questo non oltre una certa cifra: solo su piccoli prestiti, sembra).
    E’ vero che chi chiede prestiti è in difficoltà, ma a volte sono difficoltà (o errori manageriali) risolvibili pertanto un prestito senza troppi vincoli è una coccata d’aria fresca che può aiutare a riprendersi.

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